Cosa succede quando leggi un libro

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Cosa succede alla realtà e alla tua mente quando ti metti a leggere? Apri il libro, il giornale, il fumetto e inizi a leggere senza sosta. Ti piace, quasi nemmeno sai come sia fatto questo piacere, ma succede e quei minuti sono deliziosi. Che strana esperienza!

Tra l’altro oggi sembra più semplice leggere, grazie ad un tablet o uno smarthphone per esempio. Puoi leggere una discussione online su facebook, i commenti di un articolo di un giornale online, le analisi di una notizia su un forum. Il computer e la connessione ad internet “aumentano” il tempo di lettura. Le opportunità “virtuali” dello spazio digitale hanno un forte potere intellettuale. In un certo senso, ti forniscono un’occasione in più per conoscere e sperimentare cultura.Le relazioni interpersonali mediate dal computer a livello neurologico vengono percepite dal nostro cervello come se fossimo in uno «spazio culturale»“, scrive nel suo pezzo G. Granieri. 

Granieri prende spunto dall’articolo di Annie Murphy Paul che spiega cosa accade al cervello quando leggiamo, che sia una descrizione dettagliata di un personaggio, una metafora o una emozione. “Le storie stimolano il cervello e possono cambiare il modo in cui ci comportiamo“.

Nell’articolo di Annie vengono citate ricerche di neuroscienza che mettono in risalto le connessioni tra testi narrativi e regioni del cervello che si “illuminano” durante una risonanza magnetica. Facciamo esperienza durante la lettura come se fossimo realmente coinvolti in una scena reale perché  le storie che leggiamo accendono certe regioni del cervello deputate a questa funzione come avviene nella realtà dei fatti. Ad esempio, se leggiamo qualcosa su profumo di un fiore o di “un brivido nella schiena” si attivano le stesse regioni corticali quando mettiamo realmente quel fiore sotto il naso o riceviamo una notizia inattesa.

Questo fatto neurologico avviene con l’uso della metafora (“il cantante ha una voce di velluto” attiva la corteccia sensoriale per “velluto”) e con i verbi di moto (“John afferra l’oggetto” attiva la corteccia motoria). Sono esperimenti intriganti che ci aiutano a concepire il linguaggio non come ad una elaborazione astratta e analitica del mondo, ma sensibilmente connessa con la fisicità del corpo e del cervello. Tecnicamente questo fenomeno è detto embodiment (realtà incarnata). In poche parole, il pensiero (riflessione, memoria, percezione, attenzione etc.) è profondamente influenzato dalla costituzione e dall’orientamento del proprio corpo.

Inoltre, prosegue la giornalista, il cervello non sembra fare troppe distinzioni tra l’esperienza di lettura e quella che proviamo nella vita reale. Sono stimolate le stesse regioni cerebrali. Raymond Mar, professore emerito di psicologia cognitiva dell’Università del Toronto, sostiene che la lettura riproduce una vivida simulazione della realtà nella mente del lettore corrispondente a quella reale.

Niente di strano, aggiungo, la parola mela attiva la zona sensoriale del cervello che elabora la forma e il colore (rossa o verde, rotonda e con una foglia etc.). Sarebbe strano se si attivasse ad esempio la regione sensoriale del suono, e in tal caso avremmo la sinestesia. Faccio notare poi che una visione “frenologica“del cervello e  le solite “accensioni” colorate della risonanza magnetica in real time sono, se mi passate il termineun po’ stucchevoli.
In un modo o in un altro, in un articolo che si occupi di scienza del cervello ciascuno di questi elementi viene menzionato non come fatto sperimentale di natura probabilistica, ma come espediente retorico.

C’è un altro punto dell’articolo che mi piace approfondire. La giornalista afferma che non solo la lettura di un libro simulerebbe la realtà bensì faciliterebbe l’opportunità di “entrare nei pensieri e nei sentimenti dei personaggi”.
Il romanzo non fa altro che esplorare profondi aspetti della vita mentale e sociale dei personaggi.  Così come accade nella nostra vita relazionale, durante la lettura di un buon romanzo il cervello è molto attivo perché cerchiamo di comprendere cosa passi per la testa ai protagonisti della storia.  

In poche parole, leggere un romanzo sarebbe un esercizio di teoria della mente, cioè quella abilità di riflettere sui pensieri e sulle emozioni che attribuiamo a chi ci sta davanti. Un processo mentale che è attivo soprattutto nelle situazioni sociali e perché no anche nella trama relazionale di un personaggio narrativo. Come dice il ricercatore citato dalla giornalista: “c’è una sostanziale sovrapposizione tra i network del cervello attivi durante la lettura di storie e quelli utilizzati per gestire le relazioni sociali, in particolare per rappresentarci i loro pensieri e le loro emozioni“.

La conseguenza particolarmente intrigante è che leggere romanzi (quelli buoni eh) aiuti a simulare, anticipare e risolvere le numerose complicazioni dei rapporti sociali di ogni giorno. La lettura di storie narrative aiuta a saper leggere la mente degli altri e agevola una più coerente interpretazione dei vari ruoli che assumiamo di volta in volta nelle relazioni sociali.

Però a me non convince del tutto questo pezzo finale. Perché la metacognizione è un processo mentale difficile che è più “naturale” svolgere con la presenza di almeno un interlocutore, in una effettiva reciprocità fisica. L’esperienza in soggettiva, la descrizione da parte dell’autore del mondo interiore del personaggio non sempre è coerente, quasi sempre è connessa con le intenzioni letterarie nell’economia generale di una storia.

È in fondo una descrizione data. La riceviamo senza possibilità di risalire ai processi attraverso cui si generano emozioni, pensieri e azioni descritte.
Possiamo quasi immetterci nei panni del personaggio se in sintonia con alcune nostre preferenze o vulnerabilità (e questo dipende anche dalla bravura dello scrittore). Ma raramente ci stimola a pensare sui pensieri del personaggio.

Siamo esonerati in un certo senso da ulteriori approfondimenti metacognitivi. L’autore della storia ci invita sovente ad accomodarci e a sospendere la nostra incredulità, il nostro ancoraggio alla realtà.
Insomma, più che metacognizione, per certi aspetti, la storia richiede una dose temporanea di dissociazione, di abbandono della realtà o, comunque, di non accorgerci della sostanziale differenza tra finzione e realtà. Ci crediamo alla storia come se fosse vera, non la mettiamo alla prova.

Secondo me, prendere atto di questa immersione sognate nella lettura da svegli è possibile grazie alla presenza reale di altre persone, nella conversazione approfondita intorno ad un caffè o nell’aula di una scuola con esseri umani pronti ad ascoltare e ad interrompere per arricchire i punti di vista.
Come in una fuga narrativa, direbbe Thomas Stafford nel suo piccolo bel saggio, un autentico esercizio di metacognizione inizia quando finisci di leggere e ne parli con un’altra persona. Perché il rischio è di accettare il ragionamento e le simulazioni di vita prestabilite da un altro che implica un’enigmatica obbedienza.

link Granieri
link Your brain on fiction di Annie Murphy Paul
link La fuga narrativa di Thomas Stafford

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2 pensieri su “Cosa succede quando leggi un libro

  1. Post interessantissimo, anch’io penso che l’esperienza di una lettura assorbente crei un temporaneo abbandono della realtà, una condizione sognante che ci fa stare a un palmo da terra. Perché ci siamo dentro alla storia che leggiamo e ritornare nel contesto quotidiano non è immediato, si crea un piccolo strappo temporale.

    Sarebbe interessante anche esplorare cosa accade nella mente quando, in un contesto di websperimentazione letteraria, il lettore può virtualmente interagire, mediante la scrittura, con il personaggio della storia che sta leggendo.

    Se il linguaggio dà consistenza ai pensieri sorti nel palcoscenico della mente, il linguaggio scritto veicola nel segno categorie e concetti che riflettono la matrice del pensiero e la capacità della mente di elaborare in modo organizzato gli stimoli ambientali.

    Quindi far parte di una finzione narrativa dovrebbe, in teoria, attivare un coinvolgimento emotivo in maniera analoga a quanto avviene sia nelle interazioni virtuali tra internauti, sia tra persone nella realtà quotidiana, perché la mente percepisce queste esperienze come simili.
    Post molto stimolante davvero.

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  2. Pingback: Sognare di incontrare se stessi | Neuromancer

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