Una lettera di Oliver Sacks

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Oliver Sacks il 19 febbraio 2015 scrive sul The New York Times:

Un mese fa mi sentivo bene, anzi stavo in ottima salute. A 81 anni faccio ancora una nuotata di un miglio ogni giorno. Ma la fortuna mi ha lasciato: alcune settimane fa ho saputo di avere un cancro al fegato con metastasi multiple. Nove anni fa ho saputo di avere un tumore nell’occhio, un melanoma oculare. Sebbene il laser e la radioterapia per rimuoverlo ultimamente mi abbiano causato la cecità in quell’occhio, solo in rari casi quel tipo di tumore va in metastasi. Sono tra gli sfortunati di quel 2% di probabilità.

Sono grato del fatto che mi sia stata concessa la possibilità di vivere nove anni produttivi e in buona salute nonostante la seria diagnosi di 9 anni fa. Ma adesso sono faccia a faccia con la morte. Il cancro ha occupato un terzo del mio fegato e, sebbene l’età avanzata rallenti la crescita, questo genere di cancro non può essere fermato.

E’ arrivato il momento di scegliere come vivere i mesi che mi restano. Devo vivere nel modo più ricco profondo e produttivo possibile. A questo scopo mi incoraggiano le parole del mio filosofo preferito, David Hume, che, quando all’età di 65 anni seppe di essere malato senza possibilità di guarigione, scrisse una breve biografia in un giorno solo nell’aprile del 1776. L’intitolò “La mia vita”.

“Adesso prevedo una rapida dissoluzione”, scriveva, “la mia sofferenza non mi ha causato troppo dolore; e cosa più strana, nonostante l’evidente declino della mia persona, non ho mai vissuto un momento di abbattimento interiore. Conservo ancora lo stesso ardore nello studio e sento il solito piacere nella compagnia”.

Sono stato abbastanza fortunato di vivere 80 anni, e i 15 anni più di Hume sono stati ricchi di lavoro e amore a pari merito, pubblicando 5 libri e completando un’autobiografia (piuttosto lunga rispetto quella di Hume di poche pagine) che sarà pubblicata in primavera; e sto concludendo la stesura di altri libri.

Hume scriveva, “Io sono… un uomo di carattere bonario, ho un temperamento fermo. Il mio umore è aperto, socievole e giocoso, pronto all’attaccamento e poco suscettibile ai contrasti, e mostro un’ampia moderazione nelle mie passioni”.

Qui io mi discosto da Hume. Mentre mi godo le mie relazioni sentimentali e le mie amicizie e non ho alcun reale nemico, non posso affermare (né altri che mi conosce può dirlo) che sono un uomo di buon carattere. Al contrario, ho un carattere intenso con un violento entusiasmo ed un’eccessiva esagerazione nelle mie passioni.

E tuttavia, una riga di Hume mi colpisce come una speciale verità: “E’ difficile…”, scrive, “essere più distaccato dalla vita di quanto sia io attualmente.”

Negli scorsi ultimi giorni, sono stato capace di osservare la mia vita da una grande altezza come un panorama con un profondo senso di connessione tra tutte le sue parti. Questo non significa che abbia chiuso con la vita.

Al contrario, mi sento intensamente vivo e voglio e spero nel tempo che rimane di approfondire le relazioni con i miei amici, dire addio a coloro che amo, scrivere ancora di più, viaggiare se ne avrò la forza, e raggiungere nuovi livelli di comprensione e intuizione.

Questo implicherà coraggio, chiarezza e parole semplici; cercare di rafforzare i miei rapporti col mondo. Ma ci sarà tempo, pure, per qualche divertimento (e, tanto vale, persino per qualche ragazzata).

Sento un’improvvisa concentrazione e una visione chiara. Non c’è tempo per le cose non essenziali. Devo concentrarmi su me stesso, sul mio lavoro e i miei amici. Non dovrò più guardare “NewsHour” ogni notte. Non dovrò più seguire i temi politici o i dibattiti sui problemi ambientali.

Non si tratta di indifferenza ma di distacco – sono ancora profondamente interessato al Medio Oriente, alle questioni ambientali o all’aumento delle ingiustizie, ma queste non possono più essere parte del mio lavoro; appartengono al futuro. Io sono felice quando incontro giovani di talento – persino di colui che ha fatto la biopsia e ha diagnosticato il mio cancro. Sento che il futuro sia in buone mani.

Sono stato sempre più cosciente negli ultimi dieci anni circa della morte tra i miei contemporanei. La mia generazione se ne sta andando tutta e ogni morte l’ho vissuta come uno strappo, un graduale smantellamento di me stesso.  Non ci sarà nessuno come noi quando saremo andati via, ma dopo non ci sarà nessuno, assolutamente. Quando la gente muore, non può essere sostituita. Lascia dei buchi che non possono essere riempiti, è il destino – il destino genetico e neurale – di ogni essere umano di essere un individuo unico, che trova la sua strada personale, che vive la sua vita personale, che muore la sua morte personale.

Non posso pretendere di essere senza paura. Ma il mio sentimento predominante è la gratitudine. Ho amato e sono stato amato; ho ricevuto molto e ho dato qualcosa a mia volta; ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Io ho avuto uno scambio speciale con il mondo come è quello tra scrittori e lettori.

Soprattutto, io sono stato un essere senziente, un animale pensante, su questo splendido pianeta, e questo è stato un enorme privilegio e una grande avventura.

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Oliver Sacks, professore di neurologia alla New York University School of Medicine, è autore di molti libri, tra i quali celebri sono “Risvegli” e “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”.

link all’articolo di Sacks

La psicologia è meno "grigia"

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La psicologia è sempre un gradino più in basso rispetto alle discipline biomediche nella percezione comune delle persone. Ci sono nuovi esperimenti che confermano il deficit della sua credibilità che vanno ad aggiungersi ad una ormai lunga sequela di conferme sperimentali.

Immaginate che durante la campagna elettorale ad un candidato vengano erroneamente diagnosticati i sintomi precoci della sindrome dell’Alzheimer. A supporto della diagnosi vengono associate prove derivanti o da test cognitivi o da immagini di risonanza magnetica. Geoffrey e Cynthia Munro hanno fatto leggere questa storia ai 106 partecipanti dei loro esperimenti ma: ad una metà del campione veniva data la versione contenente le prove cognitive, mentre quelle costituite da immagini del cervello venivano date all’altra metà. I risultati? Nel primo gruppo il 69,8% era dubbioso sulla diagnosi e mostrava diffidenza verso le prove dei test psicologici. Al contrario, nel secondo gruppo la percentuale di scettici scendeva al 39% riguardo ai risultati della risonanza magnetica.

Le immagini della risonanza magnetica erano più convincenti perché venivano percepite più oggettive e credibili. Eppure, nella prassi diagnostica i test cognitivi rappresentano la procedura primaria per accertare l’insorgenza dell’Alzheimer. La risonanza viene eseguita successivamente per spiegare certi dati emersi dai test psicologici. Purtroppo la questione è molto più complicata e meno lineare di quanto crediamo. Infatti, le tecnologie di visualizzazione del cervello non forniscono un’immagine fedele dell’attività del sistema nervoso (si tratta infatti di una ricostruzione probabilistica condizionata da numerosi artefatti) e si è scoperto che gran parte delle ricerche sperimentali che utilizzano le tecniche di neuroimaging contengono gravi problemi metodologici.

Ma le immagini computerizzate del cervello hanno un effetto persuasivo più potente perché sono immagini che “svelano” ciò che c’è dentro la nostra testa ridimensionando ogni incertezza che potrebbe suscitare una spiegazione psicologica, con significative ripercussioni. Infatti, affascinanti ricerche mostrano come le prove di neuroimaging possano influenzare in modo determinante il giudizio di una giuria (vedi la verità biologica); oppure mettono in evidenza come il parere di un neurologo nel giudicare l’insanità di un imputato abbia un peso maggiore rispetto a quello di uno psicologo e come gli stessi studenti di medicina ritengano più semplici e leggere le lezioni di psicologia rispetto a quelle biomediche.

Ma oggi le neuroscienze sono delle vere superstar ed è culturalmente impegnativo frenare gli eccessi mediatici e le grossolane mistificazioni delle ricerche sulla materia grigia.

link alla ricerca dei Munro

Il futuro del cervello

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Dal libro The Future of the Brain di Gary Marcus e Jeremy Freeman che raccoglie una serie di saggi scritti da influenti neuroscienzati, un estratto che fa riflettere:

Da un punto di vista più personale che scientifico, la cosa più importante che ho imparato consiste nel diffidare dagli sprechi di tempo e di denaro, consiste nel non farsi prendere la mano dalla tecnologia e infine siate sospettosi delle “iniziative”. La scienza dovrebbe essere guidata dagli interrogativi generati dalla ricerca e dalle analisi approfondite piuttosto che da iniziative dall’alto [governative, ndr]. Ho anche imparato ad essere sospettoso degli slogan tipo “E’ il decennio di” qualsiasi cosa:  il Cervello, la Mente, la Coscienza [ad esempio vedi qui, ndr]. Non ci dovrebbero essere limiti alla scoperta. Veramente qualcuno crede che questi fenomeni complessi e non lineari saranno risolti in dieci o anche in cento anni? Aspettative temporali così strette possono danneggiare le importanti, graduali e apparentemente piccole scoperte che gli scienziati compiono ogni giorno nelle loro ricerche di base non imposte. Le scoperte scientifiche di base sono sempre state alla base del progresso clinico. Sicuramente vale la pena sovvenzionare le grandi questioni [big questions] e lo sviluppo di tecnologia innovativa, ma il processo dovrebbe essere dettato dagli scienziati e dalla scienza.

link al libro su Amazon

Le relazioni pericolose tra ricerca e news

imagesUn team di ricercatori inglesi ha analizzato 462 articoli di ricerca biomedica prodotti nel 2011 da 20 università in Gran Bretagna e ha scoperto che buona parte degli articoli scientifici contiene 3 tipi di affermazioni esagerate: prescrizioni eccessive (40% dei casi), interpretazioni causali inappropriate (33%) e inferenze scorrette sugli uomini a partire da studi su animali (36%).

Quando gli articoli di ricerca contengono questi bias metodologici aumenta la probabilità che vengano scritti articoli sui giornali per il grande pubblico caratterizzati da simili errori. In sostanza, il problema di fornire una notizia sbagliata di medicina o di psicologia non è da addebitare soltanto al giornalista, ma anche alla fonte scientifica su cui si basa. Anche se spesso il giornalista è inaccurato o svogliato nel riportare il contenuto di una ricerca, spesse volte è proprio l’articolo di ricerca che conduce all’errore.

Gli articoli di ricerca studiati provengono dalla ricerca biomedica con ripercussioni sulla salute e in generale il benessere della persona (medicina, psicologia, neuroscienze). Sono ambiti in cui la ricerca ha tra i suoi primari obiettivi la comprensione, la prevenzione e la cura dei malesseri dell’uomo e la promozione del benessere. E’ dunque inevitabile il rischio di forzare i dati per trarne un’interpretazione di causa ed effetto laddove invece sono state trovate correlazioni o nel fornire raccomandazioni esagerate sulle abitudini comportamentali.

L’indagine del team inglese arricchisce il quadro delle relazioni tra ricerca e media, come abbiamo già visto in un altro articolo sull’impatto delle neuroscienze nella sfera pubblica. I risultati della ricerca sono illuminanti: un articolo di ricerca che contiene prescrizioni esagerate (exaggerated advice) ha una probabilità 6.5 maggiore di generare news con altrettante esagerazioni. Il rischio sale di 20 volte se contiene affermazioni causali inesatte e ben 56 volte maggiore quando si formulano inferenze sull’uomo a partire da studi sugli animali.

L’allarmismo o il sensazionalismo fanno parte delle armi retoriche dei giornalisti e dei divulgatori per attrarre l’attenzione dell’utente. Niente di scandaloso, il mondo è ipersaturo di informazioni ed è inevitabile che si possa anche scrivere puntando più sull’impatto emotivo che su quello critico di chi riceve l’informazione. L’auspicio è che ci sia sempre un equilibrio tra forma e sostanza. A maggior ragione ci si aspetta che la sostanza fornita dagli articoli di ricerca sia integra.

In realtà la realtà culturale cambia e i processi competitivi e di autopromozione tra i vari istituti di ricerca per ricevere fondi oggi fanno la differenza. Processi che vanno pericolosamente ad interagire con la stampa molto più di un tempo. L’unica certezza che ci salvaguarda da questo genere di errori resta la capacità di critica e di controllo che per definizione sono l’essenza stessa della comunità scientifica moderna.

link alla ricerca

Blog di psicologia 2014. Neuroauguri.

Come ogni anno ripropongo una lista dei blog italiani di psicologia. Ci sono nuovi inserimenti anche se pochissimi (trovate accanto la sigla NEW) e rimangono in elenco i blog che aggiornano con regolarità la loro home. Altri ci hanno lasciato (EXPIRED) e d’altro canto alcuni blog aggiornano davvero poco (AP).

Nel complesso il fermento di blog psicologici è in fase di esaurimento. C’è calma piatta e in questo processo depressivo contribuiscono una serie di fattori esterni (ad esempio la crisi economica) ed interni al mondo della psicologia. In buona sostanza, tutto è fermo. E ciò che non si muove in termini di conoscenza e sperimentazione è destinato alla staticità e a tutti gli inconvenienti darwiniani del caso. E quindi: la facoltà di psicologia rimane un luogo inutile, l’Ordine degli Psicologi ancora non si capisce a cosa possa mai servire, il servizio sanitario pubblico non contempla nei suoi piani attuali e futuri la figura dello psicologo, i media non hanno alcuna idea di cosa sia lo psicologo, i pazienti continuano a rivolgersi al medico di famiglia o al neurologo e continuano a soffrire.

Quale soluzione allora. Quale? Una riforma graduale di paradigma che ponga l’esperienza, la ricerca, la verifica come criteri conduttori di un nuovo assetto disciplinare e culturale della psicologia nei tre ambiti principali: teorico, applicativo e clinico. E’ una faccenda molto complicata e piena di rischi, ma ne vale la pena perché la psicologia è capace di funzionare.

Altra Psicologia, informazione, promozione e tutela della psicologia.
Brain Factor, cervello e neuroscienze.
Blog, notizie di psicologia selezionate da Luca Mazzucchelli.
Cognitilist: appunti e segnalazioni dal mondo cognitivista.
Il blog. EXPIRED
Il potere del qui e ora, l’unico vero maestro è il qui e ora. (NEW)
La psicologa di famiglia, un blog di approfondimento e confronto.
La stanza dello psicologo, un progetto declinato al femminile.
Mente e psiche, un interessante spazio. EXPIRED
Mente Sociale, il mondo dentro e fuori di se stessi.
Neuromancer, storie di psicologia, psichiatria e neuroscienze.
Non solo psicologia, uno spazio di riflessione psicologica. EXPIRED
Neuroscienze.net, rivista di neuroscienze. (AP)
Osservatorio Psicologia nei Media, la psicologia nei media (AP)
Parliamo di psicologia, l’attualità in chiave psicologica. EXPIRED
Psico-bufale. (AP)
Psicologia della vita quotidiana, la psicologia vicino a tutti. (NEW)
Psicologiaxtutti, psicologia e promozione del benessere psicologico.
Psicologia Gay, la tua bussola tra genere e orientamento. (AP)
Psicologo Pratica, la psicologia del cambiamento concreto.
Psicotalk, psicologia, benessere e relazioni. EXPIRED
Psicozoo, per orientarsi nella giungla della mente.
Psiconeurolinguistica, blog dedicato alla psicologia. (NEW)
Spazio in ascolto, dialogo sui disturbi psicologici e gli interventi psicoterapeutici. (AP)
Spazio Psicologia, un aiuto efficace, accessibile a tutti.
State of Mind, il giornale delle scienze psicologiche.

Domanda rivolta agli psicologi

Ogni anno sul sito Edge viene posta una domanda speciale rivolta principalmente a scienziati e pensatori di tutto il pianeta. La domanda del 2014 è stata la seguente:

Quale idea scientifica è pronta per essere ritirata?

Il regista Jesse Dylan ha prodotto un piccolo splendido video di 4 minuti in cui ha montato le sintetiche risposte alla domanda annuale di Edge da parte di ricercatori e intellettuali di spicco nel panorama mondiale. Tra gli intervistati segnalo il filosofo e scienziato cognitivo Daniel C. Dennett, lo studioso di tecnologia George Dyson, Kevin Kelly scrittore e pensatore di cultura digitale, lo psicologo sperimentale e divulgatore scientifico di fama mondiale Steven Pinker e Lee Smolin, noto fisico teorico che studia l’ineffabile complessità della meccanica quantistica.

La domanda potrebbe essere “personalizzata” e rivolta al mondo accademico e professionale degli psicologi: quale concetto psicologico è pronto per essere rimosso perché ormai privo di ogni fondamento e controllo scientifico?

A voi lettori, la possibile risposta.

link all’Annual Question di Edge

Lettere dall'ex manicomio di Teramo

C’è un toccante articolo sul Corriere della Sera che riguarda la raccolta in un volume delle lettere scritte tra il 1880 e il 1931 dai pazienti dell’ex manicomio Sant’Antonio abate di Teramo. Il manicomio è stato chiuso nel 1994 e le lettere, sequestrate e mai spedite ai familiari, erano abbandonate nell’archivio della struttura ospedaliera.

Le «voci dal manicomio» più toccanti appartengono al primo Novecento e sono, tra le altre, quelle di Valentino, 55 anni, artista drammatico, internato con la diagnosi di «mania semplice»; Nazzareno, 45 anni, imbianchino, affetto da «psicosi alcoolica»; Guido, 32 anni, truffatore, giudicato «pazzo morale»; Paolina, 20 anni, rinchiusa con la diagnosi di «immoralità costituzionale». Come queste, decine di migliaia di altre storie di pazzi veri (o presunti, almeno stando alle carte) riemergono oggi dallo studio delle 22mila cartelle cliniche degli internati nell’ex ospedale psichiatrico Sant’Antonio abate di Teramo, prodotte dal 1881 al 1998, anno in cui la struttura, una delle più importanti dell’Italia centro-meridionale, fu definitivamente chiusa per effetto della Legge Basaglia del 1978 […]

Oggi l’ex manicomio, che negli anni Quaranta accoglieva circa 1.400 pazienti (tanti rispetto ai novemila residenti nel centro storico), cade a pezzi. Ventimila metri quadrati, di proprietà della Asl, del cui recupero si parla da decenni. Su questo aspetto è intervenuto il rettore dell’università di Teramo, Luciano D’Amico, proponendo alla città di iniziare con «un recupero parziale al fine di realizzare al suo interno un centro di documentazione di storia della psichiatria».

Speriamo che l’ex struttura psichiatrica non sia abbandonata definitivamente. Magari si potrebbe prendere spunto ad esempio da qui.

link all’articolo
link dove comprare il libro

Siamo davvero coscienti?

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A due delle tre grandi domande sulla condizione umana sono state date risposte certe. Copernico ha dimostrato che la Terra non si trovi al centro dell’universo e Darwin ha rincarato la dose spiegando perché l’uomo non sia al centro di un disegno provvidenziale ma sia piuttosto uno dei tanti rami dell’albero della vita.

D’altra parte, Michael S. A. Graziano, professore di psicologia e neuroscienze a Princeton, scrive sul New York Times che manca una risposta adeguata all’enigma sulla coscienza. Anche se possediamo conoscenze avanzate sul corpo e il cervello umano, ancora il fenomeno dell’esperienza cosciente che l’uomo sperimenta quotidianamente resta un rebus insoluto.

Nonostante il fatto che ci siano tante teorie a riguardo, da qualsiasi punti di vista viene posta la discussione i ricercatori non hanno trovato un unanime accordo. Possiamo spiegare nel dettaglio ad esempio il colore verde descrivendone il dettaglio fisico-matematico della sua lunghezza d’onda, eppure l’esperienza cosciente della “verdità” che abbiamo del colore verde rimane un fatto unico e personale del nostro mondo interiore. Un termine latino in genere viene utilizzato per etichettare la presa di coscienza di uno stimolo (in questo caso del colore verde), il qualia, che serve appunto ad identificare una qualità che estraiamo del nostro incontro con lo stimolo, una qualità che ci “sveglia” dalla meccanica input-output. Siamo esseri senzienti, coscienti.

Ma il professor Graziano espone nell’articolo del NYT una teoria spiazzante. Siamo sicuri di essere coscienti?

Come fa il cervello ad andare oltre l’elaborazione delle informazioni e farci diventare soggettivamente coscienti dell’informazione stessa? Ecco la risposta: non lo fa. Il cervello è giunto alla conclusione che questo fenomeno non è corretto. Quando parliamo di introspezione ci sembra di captare qualcosa di simile ad un fantasma – la coscienza, la consapevolezza, il modo in cui sperimentiamo coscientemente il verde o una sofferenza – la nostra macchina cognitiva ha accesso a modelli interni e questi modelli ci dicono che l’informazione elaborata è sbagliata. La macchina sta elaborando una storia sofisticata su una proprietà che ha caratteristiche magiche. E non c’è modo per il cervello di determinare attraverso l’introspezione che la storia sia sbagliata, poiché l’informazione ha a che fare con la stessa informazione sbagliata.

Ma questo è un paradosso: se la coscienza fosse un’impressione sbagliata, non sarebbe comunque un’impressione, cioè una forma di coscienza? Graziano argomenta così:

La tesi è che non ci sia alcuna impressione soggettiva; c’è solo informazione in un meccanismo di elaborazione dell’informazione [qual è il cervello]. Quando osserviamo una mela rossa, il cervello elabora informazione sul colore. Inoltre, computa informazione su se stessi e su una proprietà di esperienza soggettiva (fisicamente incoerente).

Il cervello fa i conti con le varie informazioni interconnesse e ne trae le conseguenze: c’è un self (il proprietario dell’informazione, l’IO); lì vicino c’è una cosa rossa; c’è pure qualcosa che è un’esperienza soggettiva; e Io ho un’esperienza di quella cosa rossa. Non si può sfuggire da questa catena di sequenza interna. Il cervello non può fare a meno di concludere che c’è un’esperienza soggettiva. Si tratta di una cascata di eventi elaborata dal cervello che appartengono allo stesso livello eccetto per quella illogica soggettività del qualia.

A questo punto ci si pone una domanda: perché il cervello dovrebbe prendersi la pena di assegnare all’elaborazione di quella cosa rossa che è una mela “un’esperienza soggettiva” che in realtà non esiste? Graziano risponde citando il  lavoro che svolge nel laboratorio di Princeton in cui sta sviluppando la teoria sulla coscienza dell’attention schema.

Prendiamo l’esempio del colore e della  lunghezza d’onda. La lunghezza d’onda è reale, un fenomeno fisico; il colore è un’approssimazione [del cervello], un modello leggermente sbagliato di esso [del fenomeno fisico della lunghezza d’onda]. Nella teoria dell’attention schema, l’attenzione è il fenomeno fisico e la coscienza è l’approssimazione del cervello, un modello leggermente errato di essa. Nelle neuroscienze, l’attenzione è un processo che rinforza alcuni segnali rispetto ad altri. È un modo di concentrare le risorse. L’attenzione: è un fenomeno meccanico, realistico che può essere programmato nel chip di un computer. La coscienza: una ricostruzione animata dell’attenzione che dal punto di vista fisico è inaccurata come il modello interno del cervello sul colore.

In questa teoria, la coscienza non è un’illusione. È una caricatura. Qualcosa – l’attenzione – esiste davvero, e la coscienza è una giustificazione [accounting] distorta di essa.

Graziano sostiene che il cervello con un modello approssimato dell’attenzione sia in grado di controllare in modo più efficiente gli stimoli sia fisici che simbolici. Ma questa spiegazione la ritengo piuttosto debole. Sfiora l’utilità di una tautologia. Sembra aver solo sostituito al termine coscienza il concetto di modello di attenzione spostando l’interrogativo al concetto di attenzione. Che cosa è un modello di attenzione? Troviamo un parziale chiarimento in un passaggio alla fine dell’articolo del professore di Princeton.

Un’altra ragione consiste nel fatto che per predire il comportamento di altri organismi, il cervello ha bisogno di modellare i loro stati del cervello, inclusa la loro attenzione.

E qui si ferma praticamente la spiegazione e l’articolo. Io provo ad articolare la questione. In sostanza, il cervello ha bisogno di creare rappresentazioni su tutto ciò con cui ha a che fare, compresi i contenuti mentali dell’interlocutore. Produce (ma solo il cervello?) teorie sull’altro, su cosa sta pensando, sulle sue convinzioni o le sue emozioni. La consapevolezza è il processo attraverso cui dirigiamo l’attenzione sullo stato mentale dell’altro per trarne previsioni sul suo prossimo comportamento. In questo modo possiamo preparare azioni adeguate sia fisiche che mentali (ad esempio ingannandolo esprimendo un’espressione emotiva non rivelatrice del proprio umore).

Nel quadro complessivo, la coscienza più che un prodotto del cervello, più che una sua caricatura appare un processo fuori dal suo controllo! Posta come è in quell’interfaccia tra l’io e l’altro, la coscienza è un esperienza relazionale entro cui negoziamo, contrattiamo, sperimentiamo e falsifichiamo situazioni relazionali. Resta da capire se nella sua visione “meccanicistica” Graziano possa ammettere una prospettiva relazionale di coscienza senza derubricarla ad un “automatico” feedback.

link all’articolo di Graziano sul NYT