Una lettera di Oliver Sacks

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Oliver Sacks il 19 febbraio 2015 scrive sul The New York Times:

Un mese fa mi sentivo bene, anzi stavo in ottima salute. A 81 anni faccio ancora una nuotata di un miglio ogni giorno. Ma la fortuna mi ha lasciato: alcune settimane fa ho saputo di avere un cancro al fegato con metastasi multiple. Nove anni fa ho saputo di avere un tumore nell’occhio, un melanoma oculare. Sebbene il laser e la radioterapia per rimuoverlo ultimamente mi abbiano causato la cecità in quell’occhio, solo in rari casi quel tipo di tumore va in metastasi. Sono tra gli sfortunati di quel 2% di probabilità.

Sono grato del fatto che mi sia stata concessa la possibilità di vivere nove anni produttivi e in buona salute nonostante la seria diagnosi di 9 anni fa. Ma adesso sono faccia a faccia con la morte. Il cancro ha occupato un terzo del mio fegato e, sebbene l’età avanzata rallenti la crescita, questo genere di cancro non può essere fermato.

E’ arrivato il momento di scegliere come vivere i mesi che mi restano. Devo vivere nel modo più ricco profondo e produttivo possibile. A questo scopo mi incoraggiano le parole del mio filosofo preferito, David Hume, che, quando all’età di 65 anni seppe di essere malato senza possibilità di guarigione, scrisse una breve biografia in un giorno solo nell’aprile del 1776. L’intitolò “La mia vita”.

“Adesso prevedo una rapida dissoluzione”, scriveva, “la mia sofferenza non mi ha causato troppo dolore; e cosa più strana, nonostante l’evidente declino della mia persona, non ho mai vissuto un momento di abbattimento interiore. Conservo ancora lo stesso ardore nello studio e sento il solito piacere nella compagnia”.

Sono stato abbastanza fortunato di vivere 80 anni, e i 15 anni più di Hume sono stati ricchi di lavoro e amore a pari merito, pubblicando 5 libri e completando un’autobiografia (piuttosto lunga rispetto quella di Hume di poche pagine) che sarà pubblicata in primavera; e sto concludendo la stesura di altri libri.

Hume scriveva, “Io sono… un uomo di carattere bonario, ho un temperamento fermo. Il mio umore è aperto, socievole e giocoso, pronto all’attaccamento e poco suscettibile ai contrasti, e mostro un’ampia moderazione nelle mie passioni”.

Qui io mi discosto da Hume. Mentre mi godo le mie relazioni sentimentali e le mie amicizie e non ho alcun reale nemico, non posso affermare (né altri che mi conosce può dirlo) che sono un uomo di buon carattere. Al contrario, ho un carattere intenso con un violento entusiasmo ed un’eccessiva esagerazione nelle mie passioni.

E tuttavia, una riga di Hume mi colpisce come una speciale verità: “E’ difficile…”, scrive, “essere più distaccato dalla vita di quanto sia io attualmente.”

Negli scorsi ultimi giorni, sono stato capace di osservare la mia vita da una grande altezza come un panorama con un profondo senso di connessione tra tutte le sue parti. Questo non significa che abbia chiuso con la vita.

Al contrario, mi sento intensamente vivo e voglio e spero nel tempo che rimane di approfondire le relazioni con i miei amici, dire addio a coloro che amo, scrivere ancora di più, viaggiare se ne avrò la forza, e raggiungere nuovi livelli di comprensione e intuizione.

Questo implicherà coraggio, chiarezza e parole semplici; cercare di rafforzare i miei rapporti col mondo. Ma ci sarà tempo, pure, per qualche divertimento (e, tanto vale, persino per qualche ragazzata).

Sento un’improvvisa concentrazione e una visione chiara. Non c’è tempo per le cose non essenziali. Devo concentrarmi su me stesso, sul mio lavoro e i miei amici. Non dovrò più guardare “NewsHour” ogni notte. Non dovrò più seguire i temi politici o i dibattiti sui problemi ambientali.

Non si tratta di indifferenza ma di distacco – sono ancora profondamente interessato al Medio Oriente, alle questioni ambientali o all’aumento delle ingiustizie, ma queste non possono più essere parte del mio lavoro; appartengono al futuro. Io sono felice quando incontro giovani di talento – persino di colui che ha fatto la biopsia e ha diagnosticato il mio cancro. Sento che il futuro sia in buone mani.

Sono stato sempre più cosciente negli ultimi dieci anni circa della morte tra i miei contemporanei. La mia generazione se ne sta andando tutta e ogni morte l’ho vissuta come uno strappo, un graduale smantellamento di me stesso.  Non ci sarà nessuno come noi quando saremo andati via, ma dopo non ci sarà nessuno, assolutamente. Quando la gente muore, non può essere sostituita. Lascia dei buchi che non possono essere riempiti, è il destino – il destino genetico e neurale – di ogni essere umano di essere un individuo unico, che trova la sua strada personale, che vive la sua vita personale, che muore la sua morte personale.

Non posso pretendere di essere senza paura. Ma il mio sentimento predominante è la gratitudine. Ho amato e sono stato amato; ho ricevuto molto e ho dato qualcosa a mia volta; ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Io ho avuto uno scambio speciale con il mondo come è quello tra scrittori e lettori.

Soprattutto, io sono stato un essere senziente, un animale pensante, su questo splendido pianeta, e questo è stato un enorme privilegio e una grande avventura.

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Oliver Sacks, professore di neurologia alla New York University School of Medicine, è autore di molti libri, tra i quali celebri sono “Risvegli” e “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”.

link all’articolo di Sacks

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La psicologia è meno "grigia"

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La psicologia è sempre un gradino più in basso rispetto alle discipline biomediche nella percezione comune delle persone. Ci sono nuovi esperimenti che confermano il deficit della sua credibilità che vanno ad aggiungersi ad una ormai lunga sequela di conferme sperimentali.

Immaginate che durante la campagna elettorale ad un candidato vengano erroneamente diagnosticati i sintomi precoci della sindrome dell’Alzheimer. A supporto della diagnosi vengono associate prove derivanti o da test cognitivi o da immagini di risonanza magnetica. Geoffrey e Cynthia Munro hanno fatto leggere questa storia ai 106 partecipanti dei loro esperimenti ma: ad una metà del campione veniva data la versione contenente le prove cognitive, mentre quelle costituite da immagini del cervello venivano date all’altra metà. I risultati? Nel primo gruppo il 69,8% era dubbioso sulla diagnosi e mostrava diffidenza verso le prove dei test psicologici. Al contrario, nel secondo gruppo la percentuale di scettici scendeva al 39% riguardo ai risultati della risonanza magnetica.

Le immagini della risonanza magnetica erano più convincenti perché venivano percepite più oggettive e credibili. Eppure, nella prassi diagnostica i test cognitivi rappresentano la procedura primaria per accertare l’insorgenza dell’Alzheimer. La risonanza viene eseguita successivamente per spiegare certi dati emersi dai test psicologici. Purtroppo la questione è molto più complicata e meno lineare di quanto crediamo. Infatti, le tecnologie di visualizzazione del cervello non forniscono un’immagine fedele dell’attività del sistema nervoso (si tratta infatti di una ricostruzione probabilistica condizionata da numerosi artefatti) e si è scoperto che gran parte delle ricerche sperimentali che utilizzano le tecniche di neuroimaging contengono gravi problemi metodologici.

Ma le immagini computerizzate del cervello hanno un effetto persuasivo più potente perché sono immagini che “svelano” ciò che c’è dentro la nostra testa ridimensionando ogni incertezza che potrebbe suscitare una spiegazione psicologica, con significative ripercussioni. Infatti, affascinanti ricerche mostrano come le prove di neuroimaging possano influenzare in modo determinante il giudizio di una giuria (vedi la verità biologica); oppure mettono in evidenza come il parere di un neurologo nel giudicare l’insanità di un imputato abbia un peso maggiore rispetto a quello di uno psicologo e come gli stessi studenti di medicina ritengano più semplici e leggere le lezioni di psicologia rispetto a quelle biomediche.

Ma oggi le neuroscienze sono delle vere superstar ed è culturalmente impegnativo frenare gli eccessi mediatici e le grossolane mistificazioni delle ricerche sulla materia grigia.

link alla ricerca dei Munro

La coscienza, lo zolpidem e gli specialisti.

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Quando parliamo di coscienza pensiamo ad un’affascinante integrazione di sofisticati processi corticali che riguardano il flusso delle percezioni, l’esperienza soggettiva privata del mondo interiore, il senso di sé continuativo e coerente nel tempo. Accanto al concetto di integrazione, il neurologo Marco Sarà in questa intervista suggerisce uno scenario controintuitivo per la cura dei pazienti con disturbi di coscienza associati ad uno stato di coma, vegetativo o minimo di coscienza. La chiave di volta non è nell’integrazione, ma nell’inibizione di ciò che la mente sa fare senza coscienza. 

Molti anni fa mi venne il seguente aforisma: l’uomo è una creatura provvista di un cervello capace di elaborare in parallelo una quantità enorme di cose eppure riesce a pensare ad una/due la volta.  Nell’esperienza clinica era sempre più ovvio che i pazienti con SV [stato vegetativo, nda] o MCS [stato coscienza minima, nda] quasi mai hanno bisogno di stimoli ma piuttosto di “spazio silenzioso intorno a loro”. Insomma per essere consapevoli di “A” dobbiamo inibire molte altre lettere almeno per un po’. Questo Special Issue ha il pregio di averci raccolti in parecchi intorno alla riflessione sul ruolo dei farmaci e, in particolare, cercare di confrontarci sul fatto che alcuni soggetti rispondono con farmaci “eccitanti” ed altri a farmaci “inibitori” come lo zolpidem (che è un sonnifero) oppure “addormentando il midollo spinale” o, ancora, farmaci antiparkinsoniani!

A proposito dello zolpidem avevo scritto un articolo alcuni anni fa su Psychomer (e lo potete leggere qui). Invece, il numero speciale su Current Pharmaceutical Design indicato nell’intervista a Marco Sarà potete trovarlo qui. E’ una visione di insieme del lavoro del gruppo guidato da Sarà sui trattamenti sperimentali in corso. Dall’abstract:

The available data seem to suggest an awakening effect obtained with CNS depressants rather than stimulants, the latter being more effective at improving functional cognitive and behavioral recovery in patients who have spontaneously regained an appreciable level of consciousness. There is a need for more rigorous systematic trials and further investigation of the above treatments, with particular attention paid to their mechanisms of action and the neurotransmitters involved.

Da un certo punto di vista, il meccanismo di inibizione dei processi neurofisiologici implicati nella cura dei disturbi della coscienza mi fa venire in mente il modello di coscienza proposto da Dennett. La coscienza in questo caso funziona attraverso due processi coesistenti di selezione e inibizione:

[estratto da qui] La coscienza è descritta come un ‘attività sequenziale fondata su “una società distribuita” di processi paralleli specializzati (non coscienti). La coscienza emerge come una specie di spazio di lavoro globale deputato alle operazioni di controllo sulle elaborazioni delle informazioni grazie a processi specializzati (“gli specialisti”). Immaginate la scena di un’aula quando la maestra pone una richiesta e gli alunni alzano il braccio stiracchiandolo più che possono per attrarre l’attenzione dell’insegnante. Ecco, più o meno è questo il ruolo della coscienza nei confronti degli specialisti.

Lo spazio globale di lavoro è una sorta di memoria di lavoro i cui contenuti vengono poi riversati alla società distribuita dei processi specializzati. Questo modello prevede inoltre che quando la coscienza ha scelto per una o l’altra versione, la decisione non è netta, cioè gli altri specialisti non sono completamente tagliati fuori. Mantengono il loro braccio alzato e qualche volta si lasciano scappare una parola o un piccolo commento (la maestra, per motivi personali, risponderà con uno sguardo minaccioso di rimprovero, con paziente indifferenza o con amorevole apertura empatica).

La proposta sperimentale del dott. Sarà prevede un insegnante di sostegno (il farmaco inibitore, CNS depressants) che si curi di tutti gli alunni (gli stimoli) che avrebbero voluto prendere parola durante la lezione.

link all’intervista a Marco Sarà
link all’articolo su Psychomer
link all’articolo di ricerca su Current Pharmaceutical Design
link all’immagine che apre il mio articolo

La sindrome di Tourette gioca a pallone.

Segnalo un articolo su il Post che merita di essere letto. Racconta l’esperienza singolare del portiere della squadra di calcio degli Stati Uniti, Tim Howard, affetto della sindrome di Tourette.

Lo stereotipo standard del paziente affetto da sindrome di Tourette – una malattia neurologica, caratterizzata dal produrre suoni e movimenti involontari e ripetitivi, di cui è affetta una percentuale della popolazione che va dall’1 a 3 per cento – è l’immagine di una persona che impreca senza controllo. Ma soltanto il 10 per cento dei malati della sindrome di Tourette manifesta quel sintomo, e Howard non è tra quelli. «Non mi è mai uscita un’imprecazione così, senza controllo», disse.

E cosa gli “esce”, senza controllo? Tic e contrazioni. Lo hanno accompagnato per tutta la vita. I tic facciali cominciarono a manifestarsi quando aveva 10 anni e viveva in New Jersey. Le situazioni poco familiari lo rendevano ansioso e cominciò a sviluppare comportamenti ossessivo-compulsivi. Le cose non erano mai abbastanza diritte. Abbastanza ordinate. Abbastanza raggruppate. Toccava compulsivamente tutte le fessure tra le piastrelle del pavimento e tra i mattoni nei muri. «Doveva seguire un certo modello, una certa routine», raccontò la madre, Esther Howard, al New Yorker. «Doveva indossare i suoi vestiti ogni giorno allo stesso modo».

I tic arrivarono tutti insieme. «Dai 9 ai 15 anni ci fu questa esplosione di tic vari e incontrollati, e tutti piuttosto forti», spiegò Howard a Neurology Now. «Non avevo neppure il tempo di prendere le misure rispetto a un tic del mio corpo, che, BAM, sei mesi o un anno più tardi, ne spuntava fuori uno nuovo». Ma presto Howard trovò uno sfogo: il calcio. Le sue doti avevano un senso, per sua madre.

Nella partita contro il Belgio nel Mondiale di calcio in corso in Brasile, è riuscito a compiere un record di 16 parate, demolendo ogni aspettativa tecnico calcistica e neurologica.

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Georges Gilles de la Tourette è il neurologo francese che nel 1885 ne descrisse per primo in nove pazienti il quadro sintomatologico ipotizzando una comune malattia neurologica, detta la malattia dei tic. Su wikipedia apprendo che fu allievo del celebre neurologo Charcot alla Salpetrière. Oliver Sacks aggiunge che Tourette fu anche amico di Freud. C’è un capitolo in Un antropologo su Marte in cui Sacks ritrae col suo impareggiabile stile “impressionistico” la vita di un chirurgo affetto dalla sindrome di Tourette.

Il controllo problematico dell’impulso, del tic, della ripetizione verbale (ecolalia, qualcosa di simile anche negli autistici) o alla verbalizzazione involontaria di oscenità o imprecazioni, soprattutto in passato dava l’impressione che chi ne soffrisse fosse “posseduto”. Nel Medioevo questa patologia veniva interpretata automaticamente come un segno di possesione demoniacaLo stesso Tourette era affascinato dal fenomeno della possessione demoniaca e scrisse un lavoro teatrale sull’epidemia di indemoniate nella Loudun medievale, scrive Sacks. Tourette, nonostante la sua eccentrica curiosità, spogliò la sindrome di ogni connotazione superstiziosa e moralistica tratteggiandone i principi neuropsicologici. Le parate di Howard sono una commovente sintesi della sua preparazione atletica e della comune biologia umana.

link all’articolo su il Post

Il cervello galleggia.

I dottori tedeschi denunciano un inaspettato problema con la musica metal. L’headbanging può causare seri traumi al cervello. Da un articolo pubblicato su BBC News:

Il paziente si lamentava di un costante mal di testa quando è stato accolto dai neurochirurghi dell’Hannover medical School 4 settimane dopo il concerto [dei Motorhead]. Una risonanza magnetica ha messo in evidenza un coagulo di sangue nella parte destra del cervello, rimossa in seguito con successo. L’uomo ha dichiarato di non aver mai avuto traumi cranici in passato, di non aver mai fatto uso di droghe o alcol prima della richiesta di aiuto ai dottori nel gennaio del 2013. Ma ha raccontato di essere stato ad un concerto metal qualche settimana prima e aver praticato l’headbanging.

L’headbanging è il movimento ritmico violento della testa nel seguire il ritmo della musica, molto diffuso tra il pubblico in questo tipo di concerti. I Motorhead tra l’altro hanno popolarizzato questa pratica ideando un ritmo rapido a oltre 200 beat al minuto, conosciuto come “speed metal”.

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Prima e dopo la risonanza: la lastra superiore mostra un ematoma subdurale cronico in cima al lobo temporale destro. Nella lastra inferiore, il cervello dopo la rimozione chirurgica.

I dottori suggeriscono che l’headbanging con le brusche accelerazioni del capo in avanti e indietro può creare le condizioni per la rottura delle vene con le conseguenze di un versamento emorragico subdurale. Ipotizzano che sovente non ci si accorge di questa condizione neurologica perché il tutto si risolve solo in un brutto mal di testa. Ma possono capitare anche dei danni al collo o alla spina dorsale.

Il consiglio è quello di non esagerare a strapazzare la testa, anche se stiamo parlando di casi molto improbabili. Ma possibili. Dopotutto, il cervello “galleggia” dentro la scatola cranica e i bruschi colpi di testa durante l’ascolto di musica ad alto ritmo per lungo tempo possono degenerarare dal punto di vista neurologico. Se non volete fare la fine del pugile suonato meglio mettere gli auricolari del vostro ipod e ascoltare, nel mezzo dell’infernale danza metallara, un po’ di musica classica.

link all’articolo su BBC News

Cervelli famosi: Albert Einstein.

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C’è un cervello nella letteratura scientifica che ha ricevuto un’attenzione ricca di significati particolari. Il cervello in questione è quello di Einstein, una specie di Santo Grall per molti scienziati. Il cervello di un morto che ancora parla. Terence Hines ha effettuato un’analisi accurata delle ricerche compiute in questi ultimi anni e ha pubblicato un articolo in cui smonta tutte le mitologie formulate sul cervello del grande fisico tedesco, intitolandolo significativamente: Neuromythology of Einstein’s brain.

Andiamo per ordine. Einstein morì il 16 aprile del 1955 all’età di 76 anni. Il suo desiderio fu che fosse cremato ma Thomas Harvey, il patologo che condusse l’autopsia, riuscì a convincere i familiari a conservare il cervello dell’illustre fisico per il potenziale valore scientifico. Tuttavia, bisognerà aspettare 30 anni prima che fosse pubblicato il primo articolo di ricerca sul cervello di Einstein. Dopo di che ne seguirono altri che possono essere suddivisi in due categorie: gli studi istologici (che riguardono la microstruttura) e gli studi morfologici concernenti l’analisi di circonvoluzioni e solchi (la macrostruttura).

Nel 1985, Diamond, Scheibel, Murphy e Harvey pubblicano il primo fondamentale articolo scientifico in cui dichiarano di aver trovato nei tessuti cerebrali dell’area 9* (zona frontale superiore) e dell’area 39 (parietale e giro angolare) di Einstein una quantità maggiore di cellule glia (vedi qui per informazioni su queste particolari cellule del cervello) rispetto al gruppo di controllo. In realtà, la differenza rispetto al controllo era significativa soltanto per una singola striscia di tessuto cerebrale dell’area parietale sinistra. In effetti, non è solo questo il problema, cioè di una sola differenza statisticamente significativa. Secondo, Hines (1998) ci sono dei problemi sia statistici sia in termini di differenze di età e socio-economiche tra il cervello di Einstein e quello del gruppo di controllo.

In poche parole, è stato messo a confronto il cervello di Einstein (da qui in poi E.) che morì a 76 anni con i cervelli del gruppo di controllo la cui data di morte variava tra i 47 e gli 80 anni. Inoltre, i cervelli del gruppo di controllo provenivano da strutture pubbliche nelle quali generalmente risiedono pazienti con uno status socio-economico molto basso, fattore che può avere un significativo impatto nel differenziare i tessuti cerebrali.

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Come se non bastasse, Diamond e colleghi scrivono sul loro articolo di aver eseguito delle analisi statistiche prendendo in considerazione 7 variabili dipendenti. Nel complesso hanno eseguito 28 comparazioni di cui soltanto una, che riguarda le cellule glia, ha rivelato una differenza al livello di significatività .05 differenza che, ricordiamo, riguarda soltanto una striscia di tessuto nella regione sinistra del lobo parietale. Un’altra questione che Hines solleva concerne l’aspetto più metodologico della “cecità” dell’osservatore. I ricercatori, in sostanza, analizzavano i tessuti sapendo da quale cervello provenivano, condizione che ha potuto pregiudicare il loro giudizio (vedi qui per approfondire il bias dell’osservatore in assenza del doppio cieco). Esempio: se ha sotto il microscopio tessuto proveniente dal cervello di E. lo sperimentatore tende ad aspettarsi anomalie laddove non ci sono.

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In un articolo del 1996, Harvey e Anderson spiegano che la corteccia prefrontale destra di E. in effetti è più sottile e che il numero di neuroni per millimetro quadrato sulla superficie corticale è maggiore rispetto al controllo. In questa regione, il cervello di E. non contiene propriamente più cellule cerebrali, ma c’è una maggiore densità perché probabilmente i neuroni sono decisamente impacchettati in piccole aree. Gli Autori concludono che la maggiore densità in cui sono impacchettati i neuroni consentiva al cervello del fisico tedesco di elaborare più velocemente le informazioni.

Ma questi risultati non vengono confermati in verifiche successive. Anzi, altri ricercatori sostengono che, nelle indagini autoptiche, anche nel cervello degli schizofrenici è stata riscontrata una maggiore densità neuronale nelle aree prefrontali. E poi, il cervello di E. probabilmente era molto diverso alla morte rispetto a quando era un giovane ricercatore all’apice delle sue capacità intellettive. Non è tutto. Harvey, autore insieme ad Anderson dell’articolo a favore della densità neuronale, è il patologo che ha estratto e conservato il cervello di Einstein e, secondo quanto scrive nell’articolo del 1996, “le prime indagini sui tessuti cerebrali dopo la morte del padre della relatività sono state di natura qualitativa e mai pubblicate“. Una specie di bias selettivo verso la pubblicazione (cioè si decide di pubblicare arbitrariamente ciò che serve).

Riepilogando, dagli studi istologici del cervello di Einstein, malgrado gli slogan mediatici, non ci sono conferme univoche di sostanziali differenze con i cervelli del gruppo di controllo. Non siate troppo sorpresi: il cervello è una struttura estremamente complicata e ormai è accertato che le abilità cognitive più avanzate siano distribuite in multipli network corticali. Contano i circuiti che le microstrutture. Supporre che analizzare piccole strisce di tessuto di poche singole regioni di un solo cervello possa rivelarci speciali informazioni sulla genialità di uno scienziato è ingenuo.

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Passiamo alle analisi degli studi morfologici che riguardano la conformazione delle circonvoluzioni e dei solchi del cervello di E. L’articolo di Witelson, Kigar e Harvey (1999) è il primo a parlare di “un cervello eccezionale che presenta un’ampia espansione del lobulo parietale inferiore e l’intero giro sopramarginale situato dietro la scissura di Silvio non è suddiviso da un grosso solco“. Questa anomalia non è stata riscontrata nei 91 cervelli del gruppo di controllo. Inoltre, i lobi parietali sono stati trovati simmetrici quando invece un “cervello normale” mostra un’asimmetria tra il lobo destro più grande rispetto a quello sinistro. Ma subito ci sono le smentite in cui si ribatte che “il pattern del lobo parietale sinistro di Einstein è decisamente simile alla struttura prototipica delle aree già classicamente illustrate ne I lobi parietali di Critchley (il cui testo in realtà è un po’ vecchiotto ma, insomma, l’anatomia nell’arco di 40 anni non risente delle intemperie evolutive)”. 

Dall’articolo di Witelson in poi si apre questo batti e ribatti tra neuroscienziati. Quella ricerca non è corretta perché ha sbagliato “nell’etichettare l’opercolo, che non è proprio l’opercolo parietale sinistro ma il giro postcentrale“, e via dicendo. E c’è poi un’altra differenza che Witelson e colleghi hanno trovato. Si tratta di un “ammasso” (knob) insolito nel giro postcentrale dell’emisfero destro che in effetti potrebbe essere collegato alla famosa abilità di E. di saper suonare il violino (con tanto di ricerche che danno conforto a questa possibilità). Falk (2009) sostiene le conclusioni di Witelson a proposito delle caratteristiche peculiari dei lobi parietali di E. suggerendo, tuttavia, che queste siano connesse alle “alte prestazioni del fisico nelle operazioni matematiche e visuospaziali“.

Einstein’s brain. Image: Falk et al./The Lancet

Einstein’s brain. Image: Falk et al./The Lancet

Nel 2012 Falk e collaboratori hanno pubblicato un nuovo articolo sull’analisi dettagliata della morfologia di superficie del cervello di E. basandosi sulla scoperta di nuove foto, donate dal dr. Harvey al Museo Nazionale della Medicina e della Salute di Silver Spring, nel Maryland. C’è persino un app per iPhone, Einstein Brain Atlas, che consente di esaminare nel dettaglio le nuove slide. Questo nuovo studio segnala innumerevoli differenze anatomiche, “un po’ più spesso qui, insolitamente più sottile lì dietro quel solco, quello strano angolo giro che dovrebbe essere normalemnte diverso“, etc. etc. E’ un po’ una storia vecchia, l’ingenua tentazione frenologica di cercare nell’anatomia il meccanismo di una funzione mentale, scoprire per ogni bernoccolo un significato preciso.

Dopotutto, Falk e coll. (2012) non trovano conferma delle anomale sfericità e simmetria dei lobi parietali riscontrate nell’indagine di Witelson (1999). “Però, proseguono, abbiamo trovato una straordinaria espansione della parte laterale della corteccia somatosensoriale primaria sinistra e delle cortecce motorie primarie sinistre. In questo contesto è interessante ricordare le parole famose di E. quando sosteneva che pensare implica un’associazione di immagini e sentimenti e che, secondo E., gli elementi del pensiero fossero non solo visivi ma anche muscolari“.

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Ok, la spiegazione è suggestiva. Ma quanti ricercatori in passato hanno preso la dichiarazione di Einstein su come descrisse il suo pensiero e ne hanno formulato un’ipotesi che prevedesse il fatto che, data la “muscolarità” del pensiero di E. Ne derivava che le cortecce motorie e sensoriali dell’emisfero sinistro fossero “straordinariamente espanse”? Questo è un classico esempio di bias cognitivo in cui si collegano causalmente due eventi che hanno in comune solo una vicinanza temporale, post hoc ergo propter hoc.

Un attimo. Potreste obiettare che secondo alcune ricerche entrambi i lobi parietali destro e sinistro abbiano un ruolo importante nelle capacità matematiche. Dopo aver visto che ci sono interessanti indizi sulle anomalie dei suddetti lobi, sarebbe lecito generare l’ipotesi che il genio matematico di E. possa avere un fondamento anatomico nelle strutture parietali destra e sinistra. Falk risponde (ad esempio anche qui):

Questa ipotesi è basata sulla errata credenza che Einstein avesse una straordinaria intelligenza matematica. Ma egli non era una grande matematico. Le sue capacità matematiche erano tali che chiese un aiuto significativo ad alcuni matematici più competenti di lui.

Sembra di discutere sul sesso degli angeli. Semplicisticamente si tenta di associare una dimensione soggettiva forzatamente standardizzata (la capacità matematica) con una regione cerebrale. Coma se si voglia attaccare un post-it sul bernoccolo più prominente e dichiararne il record cognitivo. Ma allora c’è o non c’è qualche anomalia? Può esserci nella misura in cui tutti i cervelli mediamente s’assomigliano, ma la loro unicità in fondo si trova nella loro varianza statistica. Tutti i cervelli sono diversi, anomali per un occhio statistico.

Infine, c’è la questione del corpo calloso, il fascio nervoso centrale che tiene uniti i due emisferi. Il gruppo di Men (2012) ha analizzato alcune proprietà del corpo calloso basandosi sullo stesso gruppo di foto su cui hanno lavorato Falk e colleghi (2012). Essi hanno confrontato il corpo calloso di E. con quello di cervelli giovani e anziani esaminando 10 differenti caratteristiche (lo spessore, la linea mediale, il perimetro, etc.). Rispetto ai cervelli anziani (età media di 74.2 anni), il corpo calloso di E. (76 anni l’età in cui è morto) era nettamente diverso soprattutto per le maggiori dimensioni. Anche rispetto al gruppo di cervelli giovani, il cervello di E. risultava più grande su 6 proprietà. L’estesa connessione tra alcune parti degli emisferi spinge i ricercatori alla conclusione che siamo di fronte alla base neuroanatomica non tanto dell’intera intelligenza dell’insigne scienziato, ma “della sua straordinaria imagery [la capacità di manipolare immagini mentali, nda] e del suo genio matematico“.

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Il complesso di questi dati sul corpo callosum è impressionante. Ma come suggerisce Hines (2014) le 10 misure non sono indipendenti. Cosa significa? Che se “una parte del corpo calloso è più grande (o piccola) è molto probabile che le altre parti ne saranno condizionate allo stesso modo“. Men (2012) non ha condotto alcuna analisi statistica sulle intercorrelazioni tra le 10 variabili dipendenti. Peraltro, come per il discorso sulle mitiche capacità matematiche di E., non abbiamo alcun dato empirico (Einstein non è stato sottoposto ad alcun test psicometrico durante la sua vita) sulle sue presunte prodezze visuospaziali.

In conclusione, malgrado le affermazioni sensazionalistiche sulla natura del cervello di Albert Einstein sia dal punto di vista istologico che morfologico, Terence Hines, attraverso una puntigliosa revisione della letteratura scientifica, non ha trovato nulla di speciale che distinguesse il cervello di Einstein dai cervelli che esprimevano una intelligenza meno geniale. Il problema è sempre quello che accomuna tante ricerche di neuroscienze: il tentativo di trovare connessioni tra proprietà fisiche (forma, dimensione o struttura interna) con proprietà estremamente soggettive (il genio). Se le proprietà fisico anatomiche hanno un senso dal punto di vista scientifico (perché quantificabili), non lo hanno le seconde soprattutto perché basate in fondo sul solo cervello di Einstein.

Anche se trovassimo una presunta spiegazione nella sola nozione anatomica, sarebbe vera soltanto per il cervello di Einstein. Soltanto un numero sufficiente di cervelli di geni della fisica, comparabili al genio di Einstein, potrebbe consentire di approfondire statisticamente le correlazioni e costruire teorie generali. Il secondo aspetto è connesso “all’attitudine narrativa” di ogni cervello, pardon, mente umana: euristiche, bias e fallacie spingono ad attribuire causalità e storie coerenti e convincenti laddove i dati o non ci sono o sono manipolati in base alle aspettative di conferma. Analisi statistiche e una maggiore cura metodologica sono necessarie per le future ricerche sulle peculiarità del cervello di questo gigante della fisica, soprattuto anche come atto di rispetto verso la scienza che egli incarna con tale fascino e rigorosità.

Hines, T. (2014). Neuromythology of Einstein’s brain Brain and Cognition, 88, 21-25 DOI: 10.1016/j.bandc.2014.04.004

CyberProust.

Segnalo un articolo di ricerca interessante pubblicato su Frontiers in Neuroscience che descrive la possibilità tecnica di registrare l’esperienza cosciente tramite risonanza magnetica funzionale. Nell’articolo, i ricercatori spiegano come abbiano tracciato l’esperienza cosciente dei partecipanti mentre osservavano figure ambigue (nell’esperimento si tratta di video) in cui è possibile osservare una o due imamgini alla volta. Un classico esempio è il cubo di Necker. Durante la percezione integrata dello stimolo visivo, i ricercatori hanno osservato un antagonismo tra il circuito delle regioni sensoriali che ricevono inizialmente l’input e le aree deputate alla combinazione delle proprietà salienti.

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Si tratta di un articolo molto complicato che varrebbe la pena approfondire con ulteriori e articolate analisi. Agli inizi può sembrare un classico papero che cerca di dimostrare di aver finalmente “acchiappato” l’esperienza cosciente nel cervello rivelandone la sua natura. Invece, potete leggervi come sia possibile registrare le fluttuazioni coscienti in particolari compiti percettivi.

D’altra parte, ho pure pensato che l’idea di “ingabbiare” la coscienza in termini elettrochimici sia uno degli scenari più eccitanti per un ingegnere bioinformatico o per uno scrittore cyberpunk. In effetti, poter determinare la complessiva architettura dinamica del cervello è un primo passo per immagazzinarla e trasferirla altrove. Esagero? Molto tempo fa qualcuno ha compiuto qualcosa del genere trasferendo un’imponente massa di ricordi su un device cartaceo:

Per molto tempo mi sono coricato  presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevano gli occhi così subito che neppure potevo dire a me stesso: “m’addormento”. E, una mezz’ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercare sonno mi ridestava; volevo posare il libro, sembrandomi di averlo ancora fra le mani, e soffiare sul lume; dormendo avevo seguitato le mie riflessioni su quel che avevo appena letto, ma queste riflessioni avevano preso una forma un po’ speciale; mi sembrava di essere io stesso l’argomento del libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità fra Francesco I e Carlo V. La convinzione sopravviveva qualche attimo al mio risveglio, e non offendeva la mia ragione, ma mi pesava sugli occhi come scaglie, ed impediva loro di rendersi conto che la candela non era più accesa. Poi cominciava a diventarmi inintelligibile, come i ricodi di un’esistenza anteriore dopo la metempsicosi; il contenuto del libro si staccava da me, ero libero di pensarci o non pensarci; subito recuperavo la vista ed ero assati stupito di trovare intorno a me un’oscurità dolce e riposante per i miei occhi, ma forse più ancora per l’animo mio, al quale essa appariva come una cosa senza causa, incomprensibile, come una cosa veramente oscura. […]

Mi riaddormentavo e talvota non avevo più che brevi risvegli di un attimo, il tempo di sentire gli scricchiolii organici del legno, di aprire gli occhi e fissare il caleidoscopio del buio, di godere, grazie ad un momentaneo barlume di coscienza, del sonno in cui erano immersi i mobili, la camera, quel tutto di cui ero solo una piccola parte, e all’insensibilità del quale presto mi univo di nuovo. […]

A volte, come nacque Eva da una costola di Adamo, nel sonno da una mala postura della mia coscia nasceva una donna. Fatta del piacere che stavo per assaporare, m’immaginavo fosse lei stessa ad offrirmelo. Il mio corpo che sentiva nel suo il mio proprio calore si voleva unire a lei: mi svegliavo. […]

Un uomo che dorme tiene intorno a sé in cerchio il filo delle ore, gli ordini degli anni e dei mondi. Li consulta istintivamente svegliandosi e vi legge in un attimo il punto della terra che egli occupa, il tempo trascorso fino al suo risveglio; ma i loro giri possono confondersi, spezzarsi. […] Ma bastava che, anche nel mio letto, il mio sonno fosse profondo e portasse ad una piena distensione la mia ragione; allora questa abbandonava la zona del luogo dove mi ero addormentato, e, quando mi svegliavo nel cuore della notte, come ignoravo dov’ero, così neppure sapevo nel primo momento chi io fossi; avevo appena nella sua primitiva semplicità il senso dell’esistenza quale può fremere nel fondo di un animale; ma allora il ricordo – non ancora del luogo dov’ero, ma di alcuni di quelli da me abitati e dove sarei potuto essere – veniva a me come un soccorso dall’alto per trarmi dal nulla da dove non sarei più potuto uscire da solo; in un attimo passavo sopra secoli di civiltà, e le immagini intraviste confusamente, di lampade a petrolio, poi di camicie col colletto rivoltato, a poco a poco ricomponevano i tratti originali del mio io.

La descrizione dello scrittore francese Marcel Proust dei fenomeni a ridosso del sonno in cui la coscienza subisce gigantesche trasformazioni raggiunge vertici sconcertanti. Sembra che gli strumenti retorici più congeniali dell’Autore per descrivere le sue fluttazioni di coscienza tra la veglia e il sonno richiamino le dinamiche dei disturbi dell’integrazione e dell’identità del corpo, delle esperienze pre-morte, dei fenomeni di dissociazione della coscienza.  Le fluttuazioni, la disintegrazione, la ricomposizione degli stati di coscienza sembrano interpretabili come il cubo di Necker, nella duplice veste patologica e rigenerativa.

link all’articolo di ricerca su Frontiers

Il primo a sparire è il mondo a sinistra.

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Ti stai addormentando e il mondo svanisce. Ad essere più precisi, inizia a dissolversi il mondo a sinistra. Come se ci fosse una sorta di competizione mentre ti addormenti fra i due mondi con cui hanno a che fare i tuoi due emisferi del cervello.

Nella ricerca di Bareham et al. è stato scoperto che i partecipanti (26 persone), mentre tendevano ad addormentarsi localizzavano maldestramente i suoni che provenivano dalla sinistra. Il compito era semplice, anzi noioso. Il test consisteva nel decidere da che parte proveniva il suono ascoltato con un auricolare. Lo scopo principale della ricerca era quello di far sì che il soggetto tendesse ad assopirsi. Ora, quando il soggetto stava sveglio il tasso di errori era basso e  indipendente dai due lati destra-sinistra, appisolandosi (indicato dall’EEG) la frequenza degli errori aumentava quando lo stimolo sonoro giungeva da sinistra. 

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Questi risultati mostrano che la riduzione dello stato di vigilanza, come indicato dall’EEG o dal comportamento, nei partecipanti in buona salute è associata con una marcata asimmetria del numero di errori verso il lato sinistro in confronto al lato destro nella localizzazione di stimoli sonori.

La consapevolezza lateralizzata dello spazio è stata concettualizzata come una competizione tra gli emisferi cerebrali; l’emisfero sinistro orienta l’attenzione a destra, e viceversa. Questa competizione genera un sistema sofisticato e bilanciato vulnerabile alla perturbazione. La competizione sbilanciata in cui l’emisfero integro domina il suo rivale compromesso aiuta a capire perché il neglect spaziale sia un’inevitabile conseguenza dei danni unilaterali del cervello dopo un ictus.

E’ una conclusione interessante. I due emisferi cooperano nella maggior parte delle funzioni cognitive (percezione, attenzione, memoria etc.) e la rappresentazione topografica del mondo è pressoché doppia. A questa ridondanza si è affiancata una sorprendente lateralizzazione (qui trovi una interpretazione “caotica” di questa evoluzione). In un numero ristretto di funzioni cognitive, ciascun emisfero è coinvolto in un grado maggiore rispetto all’altro. Per quanto riguarda l’attenzione, le conseguenze della lateralizzazione emergono in termini competitivi e in special modo durante l’addormentamento.

Questa ricerca aggiunge un nuovo tassello sulla lateralizzazione degli emisferi. Sembra che il concetto di eminegligenza spaziale (vedi le conseguenze del neglect sulla percezione del tempo in quest’articolo) non sia solo un grave sintomo neurologico. Probabilmente è una proprietà funzionale sovraordinata vincolata alla struttura topologica del cervello diviso in due. Un’altra cosa: è come se l’evoluzione anziché aumentare la quantità di cervello avesse optato ad un’ottimizzazione della distribuzione dei circuiti cerebrali. L’evoluzione non ama* sobbarcarsi di lavoro, preferisce giocare a tetris.

link alla ricerca di Bareham et al.
fonte dell’immagine sul neglect

il lettore spero che perdoni la licenza editoriale nell’attribuire proprietà vitalistiche al processo evolutivo. L’evoluzione non è un’entità che persegue un disegno intelligente, ma un’ipotesi con la quale spieghiamo i meccanismi dell’adattamento e della conservazione della specie.

300.000 per una sinapsi

Quando ci riferiamo alla connessione tra neuroni pensiamo che le molecole chimiche si comportino nella sinapsi come in una specie di sala di attesa. Entrano ordinatamente dalla porta principale e si dirigono verso le stanze dove sono attese. In realtà, c’è un traffico pazzesco tra i neuroni simile a quello di una metropoli con decine di milioni di abitanti all’ora di punta.

Alla University of Göttingen Medical Center, Benjamin Wilhelm e il suo team  ha isolato milioni di terminazioni neuronali e li hanno analizzati con la spettrometria di massa, con il microscopio elettronico e con il microscopio a fluorescenza ad alta risoluzione per determinare il numero, la forma e la distribuzione delle 62 differenti proteine che sono alla base del circuito sinaptico. I dati raccolti sono stati utilizzati per generare un modello a tre dimensioni di una “sinapsi media”. Il risultato è stato un affascinante videoclip a livello atomico di 300.000 proteine che partecipano all’intero processo di trasmissione tra soli 2 neuroni. Ricordo che nel cervello ci sono oltre 100.000 di miliardi di sinapsi.

I neuroni sono le unità base del cervello. Relativamente autonome, queste cellule comunicano tra loro attraverso dei piccoli interstizi: la sinapsi. Quando l’impulso elettrico, detto “potenziale d’azione”, giunge alla fine del neurone attiva delle vescicole che contengono neurotrasmettitori, i futuri navigatori dentro la spazio sinaptico. Una volta attivate, le vescicole si fondono con la membrana del terminale pre-sinaptico e liberano i neurotrasmettitori che fluttueranno verso i recettori del neurone adiacente, attivando (o inibendo) un potenziale d’azione. Il 10% delle vescicole verrà poi “riciclato” dal terminale pre-sinaptico per essere riutilizzato come container per i prossimi neurotrasmettitori in attesa di un nuovo input.

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La ricostruzione integrata al computer ci spiazza radicalmente rispetto a come generalmente immaginiamo il processo di trasmissione di informazione da un neurone all’altro. Come potete vedere nel disegno sopra, abitualmente si pensa alla trasmissione tra neuroni in modo quasi minimale (vedi una ricerca illuminante qui). Ci sono 3 componenti: una terminazione dove arriva l’input, una giunzione attraverso cui si liberano i neurotrasmettitori e, infine, i recettori installati nella membrana post-sinaptica a cui si incastreranno i messaggeri chimici. E fate attenzione: per la nostra mente la direzione è da sinistra a destra. Il video dei ricercatori tedeschi mostra che il processo è estremamente più ricco, coinvolge migliaia di diverse proteine e le coordinate spaziali sono molto lontane dalle nostre spiegazioni narrative.

link all’articolo di ricerca e per ulteriori informazioni qui e qui

Phineas Gage Neurostar

Cabinet-card portrait of Gage shown holding the tamping iron whi

Phineas, un mito. Il nome stesso è pervaso da una risonanza mitica. Phineas è un esperimento collettivo, ha catturato la curiosità di decine di pensatori e scienziati e non sembra finire qui. Phineas è un po’ una tipica simulazione da film catastrofico, come la collisione di un asteroide con la Terra o lo schianto di un aereo in un palazzo. Phineas sta alle neuroscienze come le Torri Gemelle stanno alle nostre paranoie.

Cosa è Phineas? Un giavellotto. Ecco, una gara olimpica iniziata tanto tempo fa che non è ancora terminata. Quel giavellotto sembra passare da una mente all’altra, di generazione in generazione. Ogni volta proviamo a decifrarne i geroglifici segnati su questo testimone metallico. Phineas è una testa, uno zigomo, un globo oculare sinistro, un tunnel verso lo scalpo. Phineas Gage, un operaio delle ferrovie. Prepara il terreno, puntella traverse e binari.

Il 13 settembre del 1848 si trova vicino alla città di Cavendish (USA). Batte sul terreno con un’asta metallica di circa un metro. Deve rassettare l’innesco di polvere da sparo e sabbia. Qualcuno forse lo chiama, appena il tempo di volgere il capo. Una scintilla, non si è mai capito esattamente. Un’esplosione, controllata, chirurgica. Il giavellotto è come un razzo a propulsione, schizza via e penetra sotto lo zigomo sinistro ad una velocità pazzesca, fuoriesce e sbalza un guscio di cranio all’angolo tra la tempia e la fronte sinistra di Phineas Gage. Un sibilo nell’aria, una parabola. Infine l’asta infilza il terreno, sembra una buca da golf a circa 23 metri di distanza (continua qui per conoscere questa storia) dal povero operaio. 

The skull of Phineas Gage on display at the Warren Anatomical Mu

Trovate un affascinante articolo su Slate scritto da Sam Kean che analizza in modo inedito la parabola di Phineas Gage. Descrive i dettagli crudi della scena, i primi soccorsi. Riporta la frase profetica pronunciata da Phineas al primo dottore che gli presta le prime cure mediche: “Here’s business enough for you”, c’è abbastanza lavoro per te (e per le generazioni future). Non perde mai conoscenza. Sopravvive. Sembra un miracolo. Ma cambia la sua personalità. Non è più lo stesso. Diversi lavori, sempre finiti con un licenziamento. Non rispetta le regole, è sfrontato, irriverente, bestemmia, è un anticonformista che viola il galateo ed è sempre al verde. Non riesce a realizzare un progetto di vita. “Era un uomo virtuoso ma, dopo l’incidente, Phineas non è più Phineas. L’equilibrio tra le facoltà intellettive e gli istinti animali è stato infranto”, scriverà il dottor Harlow.

C’è rimasto di lui solo un resoconto medico di duecento parole del dottor Harlow, il primo a soccorrerlo. Poi niente più, solo sparse testimonianze che assomigliano più ad aneddoti che a fatti biografici. Rare foto ingiallite, impressionanti. Poi una lunga storia nelle scienze neurologiche e psicologiche. Come detective, gli scienziati hanno cercato di ricostruire tutto il miracolo balistico, un tentativo di conoscenza per comprendere i lobi frontali, le funzioni cognitive, le correlazioni, gli stati mentali. E nel suo articolo, Sam Kean taglia corto:

Gran parte della storia canonica di Gage è una balla, un mélange di pregiudizio scientifico, di licenza artistica e di pura invenzione. In realtà, ogni generazione sembra riprodurre Gage a propria immagine e somiglianza. Abbiamo in realtà poche informazioni di ciò che è successo dopo l’incidente. Invece di guardare al lato oscuro della faccenda, ormai diversi scienziati invitano a riflettere sulla guarigione di Gage, che ritornò ad una vita normale per quanto possibile dopo un incidente di tale gravità: un opzione che ci offrirebbe la possibilità di comprendere come il cervello sia in grado di curare se stesso.

Gli scienziati hanno visto nella descrizione aneddotica di Phineas Gage un paziente equiparabile a chi soffre di Alzheimer o ad un disturbo di personalità antisociale. Però partendo da poche decine di parole di un medico che menziona gli “istinti animali”, che non rivedrà più Gage e che asserisce che ci sia stato un cambio di personalità senza menzionare quella precedente. Per giudicare un cambiamento di personalità dopo un trauma è condizione imprescindibile conoscere la personalità di prima. Ma nessuno ha mai incontrato Gage prima dell’incidente.

L’effetto è bizzarro, caricaturale. Gage è un paziente instabile, che parla in modo osceno, uno sfaticato ubriacone perdigiorno, che frequenta circhi e luna park, incapace di vedere oltre se stesso e che muore povero in canna. Tuttavia talvolta le descrizioni si contraddicono: alcuni riportano che Gage fosse sessualmente apatico, per altri è promiscuo; alcuni dicono che abbia un carattere impulsivo, altri dicono che sia vuoto, come lobotomizzato. Gli aneddoti sono spesso inventati, eccetto uno: Gage vendette i diritti esclusivi e postumi del suo scheletro ad una scuola medica – e, rivendette gli stessi diritti ad un’altra scuola e ancora un’altra, fuggendo dalla città ogni volta dopo aver intascato i soldi.

Strano per un tizio dichiarato intellettualmente inabile, incapace di controllo e di pensiero razionale. Almeno su un fatto siamo sicuri: che tenne l’asta sempre con sé fino alla tomba.

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Con le nuove tecnologie di neuroimaging gli scienziati hanno cercato di ricostruire digitalmente il cervello di Phineas trafitto dalla lancia. Hanna e Antonio Damasio nel 1994 pubblicarono un articolo in cui dichiaravano che l’impatto avesse danneggiato entrambi gli emisferi prefrontali. Nel loro modello neuropsicologico, la regione danneggiata spiegava la sociopatia di Phineas.

D’altro canto, in un articolo del 2004, Peter Ratiu ha sostenuto che in base alle sue ricostruzioni la lancia non abbia oltrepassato la linea mediale che divide i due emisferi, distruggendo il tessuto nervoso del solo lobo prefrontale sinistro. Secondo la ricostruzione di Ratiu, la lancia deve essere entrata sotto lo zigomo mentre Phineas pronunciava alcune parole voltando leggermente la testa verso qualcuno o qualcosa. Le ricostruzioni digitali richiamano involontariamente certi ritratti di papi del pittore irlandese Francis Bacon.

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Nel 2012, Jack Van Horn nel suo lavoro di ricerca dove simula milioni di possibili traiettorie (Damasio ne aveva considerate una mezza dozzina) conclude che: 1) l’asta ha coinvolto solo l’emisfero sinistro (come sostenuto da Ratiu), 2) i danni riguardano soprattutto le connessioni. Ecco, quest’ultimo punto vale la pena segnalarlo. Nel cervello prefrontale sinistro di Phineas il 4% della materia grigia fu perduto mentre venne distrutto l’11% della materia bianca, costituita dal sistema di connessioni dei fasci assonali che mettono in comunicazione i distretti neuronali dentro il cervello e tra il cervello e il corpo. La ricerca di Van Horn è in linea con i tempi: oggi i circuiti sono più importanti dei neuroni in se stessi (vedi ad esempio l’articolo sulla fine dell’era del prozac). 

Ancora una volta, ogni generazione cerca qualcosa che ha già in mente, metaforicamente scava un ennesimo tunnel nel cervello di Phineas accodandosi alle teorie e alle gaffe delle ricerche passate. Sul finire del 1800, i frenologi spiegavano che le volgarità e le empietà di Phineas fossero dovute al fatto che fosse stato colpito “l’organo della venerazione” (leggi qui a proposito dei bernoccoli della frenologia).

*****

Alla fine dell’articolo su Slate c’è un colpo di scena. Nel 1852, a ventinove anni Phineas Gage parte per il Sud America e resterà in Cile nei successivi 7 anni lavorando come conducente per un azienda per il trasporto passeggeri sulle montagne tra Valparaiso e Santiago. All’epoca essere un conducente di diligenze fra valichi impervi non era una cosa semplice:

Il conducente doveva controllare ogni cavallo manovrando ciascuna briglia con il dito corrispondente (immagina di dover guidare un automobile le cui ruote sono indipendenti l’una dall’altra). Inoltre, i sentieri su cui viaggiava erano affollati, costringevano a improvvise frenate o a scansare con abilità gli ostacoli e, poiché probabilmente doveva viaggiare talvolta di notte, doveva memorizzare tutte le svolte e le fermate, con un occhio vigile ai possibili attacchi dei banditi. Doveva pure prendersi cura dei cavalli e badare ai viaggiatori. Per non parlare del fatto che dovesse imparare a parlare un po’ di spagnolo. Il saper svolgere una lavoro così qualificato da parte di un uomo che è stato descritto con un carattere impulsivo e senza controllo, ci dimostra l’ennesima contraddizione dei dati di cui abbiamo in possesso.

In sostanza, non è strano supporre che Phineas abbia recuperato buona parte delle capacità cognitive, ritornando ad una vita in qualche modo normale. La moderna conoscenza neuroscientifica spinge a ipotizzare una plausibile guarigione di Phineas Gage. Sappiamo che il tessuto nervoso del cervello cambia nel tempo e, nonostante rimanga ancora misterioso e poco compreso, il concetto di plasticità neuronale ha ricevuto conferme da più fonti. In effetti, oggi sappiamo che i pazienti con danni al lobo frontale mostrano gravi lacune in compiti cognitivi, in special modo nel portare a termine dei progetti, lasciandosi distrarre e avendo problemi di pianificazione.

Cased-daguerreotype portrait of Phineas P. Gage holding the tamp

Non sembra essere stato il caso per un conducente di diligenze tra valichi e burroni con un occhio mutilato di notte nella rete di facili imboscate. Dal dagherrotipo che potete osservare, ritrovato fortunosamente su flickr (inizialmente si pensava che fosse l’illustrazione di un baleniere “arrabbiato” col suo arpione), Gage sembra tutto il contrario dell’uomo irregolare, bestemmiatore e impulsivo che la vulgata ha tramandato. Ci appare ben vestito, orgoglioso, quasi spavaldo. Deve avercela fatta, non è semplicemente sopravvissuto alla perforazione di quella lancia micidiale.

Il suo cranio sotto osservazione dagli scienziati di tutto il mondo è un monito per le future generazioni di ricercatori e di pazienti. C’è molto da scoprire sul cervello e ciò che troviamo è spesso una combinazione di fatti sperimentali e culturali. Quel cranio che attira curiosi da tutto il mondo è una sacra reliquia scientifica da rispettare e continuare ad interrogare.

link all’articolo di Sam Kean su Slate