L'obbligo della parodia

brain

Non è facile mettersi nei panni dell’altro. Quando ci penso, mi sembra un miracolo dell’evoluzione che dal caos sia venuto fuori un cervello in grado di poter “uscire” da se stesso per osservare se stesso o per osservarsi attraverso gli occhi dell’altro.

Tecnicamente, questa operazione mentale viene chiamata metacognizione e, allo stato delle conoscenze attuali, sembra essere prerogativa escusiva dell’uomo. Una buona parte di teorici ritiene che se vuoi ottenere un buon miglioramento in psicoterapia è necessario lavorare con il paziente affinché incrementi la propria metacognizione.

A scuola io provo ad utilizzarla per alcuni “giochetti”, ad esempio quando cerco di sedare una discussione tra studenti li metto alla prova chiedendo a ciascuno di mettersi nei panni dell’altro e difendere le sue ragioni. A quel punto accade il bizzarro miracolo di un cervello che si sforza in questa prova mentale. Alle volte li vedo socchiudere gli occhi, cancellano la realtà circostante per “ingaggiare” la prospettiva dell’altro, smaterializzare il proprio sé e installarsi nella cabina di pilotaggio della personalità dell’altro.

Molti ricercatori ritengono che la metacognizione sia il vero problema dell’autismo. L’impossibilità di potersi mettere nei panni dell’altro, di attribuire una mente a se stessi e all’altro, riprodurla come indossare la personalità dell’interlocutore, rappresenterebbe un drammatico ostacolo per l’autistico, insuperabile per sviluppare la propria autodeterminazione piscologica, l’autonomia e la libertà di riflessione su se stesso.

Alcuni esagerano, credendo che la metacognizione sia spiegabile con i neuroni specchio, scoperti da un team italiano a fine anni Ottanta. Sono dei neuroni con una “doppia personalità”, essendo motori dovrebbero sparare potenziali d’azione solo per contrarre fibre muscolari. Invece, incredibile, sparano anche ricevendo stimoli visivi. Insomma come se fossero neuroni sensoriali. Essi sono stati interpretati in vari modi, un po’ seri e un po’ semiseri, se pensiamo che per alcuni illustri esegeti i neuroni specchio siano alla base dell’empatia.

C’è un altro giochetto che mi piace suggerire all’insegnante. Si tratta dell’imitazione degli insegnanti da parte degli scolari. Al momento opportuno e (con l’insegnante preventivamente selezionata), organizziamo l’esperimento e i ragazzi sono invitati ad imitare gli insegnanti che vogliono. Un gioco che si rivela ricchissimo di scene da commedia umana. Non risparmiano nessuno e sanno rivelare una penetrazione psicologica dei loro bersagli che non ci si aspetterebbe. Si mettono nei panni dell’insegnante come se entrassero in una muta da sommozzatore e, spregiudicati, sanno immergersi nelle scorciatoie del carattere interpretato con impressionante naturalezza.

Come fanno? Lo studiano più dei compiti assegnati per casa. Lo conoscono a fondo e per questo sanno riprodurre il suo comportamento. Anzi, riescono a selezionare i punti più nascosti, che in genere sono quelli deboli e vulnerabili. Ma i salti metacognitivi del compito sono affascinanti. Alla fine, loro stessi hanno quasi necessità di prendere in giro l’insegnante perché si rendono conto della fragilità della sua posizione (me lo hanno confidato). Hanno bisogno di sdrammatizzare, di esagerare, per guadagnare un implicito perdono.

La metacognizione, osservare i propri stati mentali o mettersi nei panni dell’altro, è un compito difficile. Sia in psicoterapia che nella vita quotidiana, uscire da se stessi per osservarsi dal punto di vista dell’altro richiede uno sforzo cognitivo notevole. Secondo alcuni teorici è la strada evolutiva che ha condotto ad una differenziazione della soggettività dall’oggettività interpersonale (io-gli altri). Mi spiego, la capacità di pensarsi al di fuori della propria mente, osservandosi con gli occhi dell’altro, ha creato le condizioni per delimitare ciò che è il mondo esterno da quello mentale interno.

Secondo alcuni modelli della psicologia dello sviluppo, la coscienza e le funzioni cognitive del bambino emergono dal contesto intersoggettivo, che è poi primariamente quello familiare. La qualità dei rappporti sociali crea le condizioni ideali per un buon sviluppo metacognitivo. Sono ipotesi sperimentate e che aprono intriganti prospettive per chi come me lavora nelle scuole. Pensate al ruolo che potrebbe avere l’insegnamento della parodia in classe. La parodia è la rielaborazione (metacognitiva) in forma caricaturale di un personaggio o di un genere letterario.

L’idea mi è balenata quando ho letto il libro di Fruttero & Lucentini, I ferri del mestiere (grazie al suggerimento di un ingegnere idalgo, di uno zio bonino e di Diego alle prese con i trentanni, li trovate qui), un libro che per chi ama i libri vale la pena procurarselo e in fretta. C’è un capitolo di poche pagine intitolato ‘La parodia dell’obbligo’. Ascoltate questo brano:

Per parodiare un autore bisogna infatti conoscerlo bene, averlo capito e fatto capire a fondo. E qui sta appunto la grande utilità didattica della parodia, che misura meglio di qualsiasi esame il grado di familiarità che l’alunno ha con un dato testo, e che al tempo stesso sdrammatizza quel testo, lo porta a un livello meno ostico, remoto, minaccioso, noiso, lo rende affettuosamente frequentabile anche per il futuro.

Se sostituite l’aggettivo “didattica” con “psicologica” i giochi sono fatti. Per carità, non mi assumo nessuna responsabilità qualora gli studenti causassero risentimenti, scottature impertinenti o virtuosismi parodici che mettono in discussione le personalità dei docenti.

Non è un’operazione esente da rischi. Io stesso mi immagino davanti agli Autori del libro che, spiegando loro la parodia alla luce dei miei “ferri del mestiere” e cioè con la metacognizione, i neuroni specchio, l’autismo etc., me li figuro silenziosi che lanciano occhiate tra loro e mi immaginano come un personaggio da neurofantascienza.

Mi sto parodiando, beccato.

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