Autismo e Frigoriferi


L’autismo è un problema biologico. Ci sono due scuole di pensiero sulle cause, quella che fa riferimento al fattore genetico e quella che fa leva sugli effetti collaterali dei farmaci anticonvulsivi, quindi il fattore tossico. Quest’ultima ipotesi, suppone che il problema sia dovuto ad un trauma di origine tossica, ad esempio i vaccini, i farmaci anticonvulsivi assunti durante il parto o elevati gradi di inquinamento, ritenendo che il danno sia a livello intestinale anziché nel cervello: comunque entrambe le ipotesi concordano sul fatto l’autismo sia un disturbo neuroevolutivo di chiara natura biologica.
Ho già accennato della teoria “psicoanalitica” ideata da Bruno Bettelheim che dal 1950 al 1980 ha avuto una grosso riconoscimento e ha incriminato le famiglie e specificatamente la madre quale causa del disordine psicologico del bimbo autistico. In questo caso quindi il disturbo era ritenuto di natura psicologica, con una specifica causa, una descrizione della struttura familiare a cui l’autistico cercava di sopravvivere e la cura psicoanalitica che secondo Bettelheim funzionava alla Orthogenic School, istituto residenziale per bambini psicotici dell’Università di Chicago che ha diretto per trentanni. Il suo libro che ha riscuote tuttora un grande successo come in passato  si intitola “La fortezza vuota. L’autismo infantile e la nascita del sé”. La metafora è quanto mai accattivante, dato che illustra il vuoto di relazioni in cui vivono questi bimbi quando la madre (e in senso largo il padre) rifiuta il bimbo al punto di non accettarne la sua esistenza. Per la famiglia il bimbo è una bocca da sfamare e un pannolino da cambiare, non lo vedono come un essere umano. La mamma “frigorifero” è appunto disposta a dare cibo, ma non calore. Il bimbo non impara ad interagire con la madre e col padre finendo per determinarne il carattere meccanico nelle altre relazioni, al punto da non essere nemmeno percepite e favorendo una assenza “del sè” da confrontare con “gli altri”.
Le stereotipie e gli interessi ossessivi per il bimbo congelato sono visti come una strategia attiva ed eroica per far fronte a tale deprivazione di cura genitoriale. Un richiamare l’attenzione per quel barlume di se stesso, facendo qualcosa per se stesso ancorché senza un punto di riferimento. Gli stessi comportamenti ripetitivi verso oggetti geometrici ruotanti non sono altro che un simbolo che rappresentano il circolo vizioso della loro vita.

 

Il primo a coniare il termine “autismo infantile” fu Leo Kanner nel 1944 e descriveva la “refrigerazione emotiva” che regnava nelle famiglie autistiche. Non sappiamo se tale gelo lo ritenesse causa dell’autismo. Una cosa è certa, che se stiamo parlando di un problema biologico anziché psicologico, il problema permane. Lo possiamo fronteggiare con la riabilitazione perché ancora non sono state scoperte le cure che illusoriamente riportano allo stato normale il bimbo. Lo sviluppo infantile è imprevedibile, ma rare volte. La natura (perdonate la personificazione) evolve in termini conservativi. Difficilmente fa un passo indietro, semmai lo osserviamo in termini economici nei tempi lunghi (ad esempio l’invecchiamento). L’aspetto interessante e promettente è il range dello spettro autistico, perché la variabilità fenotipica è estesa. Quindi abbiamo da casi più gravi a casi meno gravi, a seconda se stiamo parlando di autonomia, socialità, linguaggio, competenze congitive, percezione, locomozione. Un’attenta e precoce diagnosi è senza dubbio fondamentale, ma non garantisce un ritorno all’indietro verso una normalità che non c’è mai stata. Uno dei motivi che più angoscia la famiglia di un bimbo autistico è il non poter tornare alla normalità. Questo indica, al contrario della teoria priva di fondamento di Bettleheim, il vero lato familiare e “psicologico” del quadro autistico ancorché ravvisabile, in misura relativa, in tutte le situazioni “normali”: la qualità dell’aiuto che si può fornire ai genitori, perché il mestiere di genitore è dolorosamente difficile in questi casi.

Certo Bettelheim partiva dal presupposto che il bambino fosse “normale” e nella ricerca eziopatogenica attribuiva sciaguratamente le cause andando indietro nella storia familiare. Una inquietante combinazione che genera un acuto senso di colpa tuttora: i genitori vorrebbero comunque tornare indietro, scovare le cause materiali e rimuoverle con un farmaco o una riabilitazione. Non possono accettare che sia un problema familiare perchè condurrebbe ad una generale accusa di responsabilità aggravata di aver rovinato un bimbo e la famiglia estesa (nonni e parenti). Nondimeno risalire a cause biologiche equivarrebbe alla definizione di disabile del proprio bimbo con la duplice costernazione di essere genitori di un bimbo diverso da tutti gli altri normali e l’infelice scoperta di non poter usufruire di un farmaco non disponibile dacché non sono state scoperte le casue specifiche biologiche.
Un altro circolo vizioso, stare tra l’incudine e il martello, tra biologia e psicologia. L’impossibilità di poter fare qualcosa come mettere la macchina indietro e ritornare al passato e l’unica via nell’accettare i limiti del proprio figlio e affrontare una nuova storia familiare, ma con il brivido proveniente dal realismo psicologico.
L’appunto che può essere obiettato all’ipotesi biologica è quella di non aver scaldato la fredda realtà della famiglia di un autistico.

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