Il corpo a pezzi

“Adesso mi sento una persona completa”, così dichiarò in un’intervista Kevin Wright dopo che il chiurgo Robert Smith gli amputò la gamba sinistra nel 1997. In realtà la gamba di Wright era in perfetta forma e l’amputazione non aveva alcuna giustificazione strettamente medica. Però egli soffriva di Body Dysmorphic Disorder (BDD), una psicopatologia caratterizzata da un intenso desiderio di cambiare o rimuovere una parte del proprio corpo difettosa o immaginata come tale.

Nel 1785 il chirurgo e anatomista francese Jean-Joseph Sue riporta il caso di un uomo inglese innamorato di una donna con una sola gamba e desidera amputare la propria per conquistarla. Offrirà 100 ghinee al chirurgo per l’operazione e, al rifiuto del medico, riuscirà a convincerlo puntandogli una pistola. Nel 1891 lo psichiatra Enrico Morselli pubblica Sulla dismorfofobia e sulla tafofobia in cui descrive la condizione di paura verso la presunta forma distorta del proprio corpo e l’impulso irresistibile di modificarla se non amputarla. Anche il neuropsichiatra tedesco Richard von Krafft-Ebing se ne occupa nel suo classico Psychopathia sexualis, vera prima summa di tutti i comportamenti sessuali devianti denominati “parafilie“. Riportando diversi casi esemplari, ecco come riferisce il caso di un ingegnere di 28 anni:

“Dall’età di 17 anni divenne sessualmente attratto dai lati fisici difettosi delle donne, specialmente con un piede zoppicante o sfigurato. Le donne normali non suscitavano alcuna attrazione verso di lui. Una donna cludicante al contrairo stimolava una potente azione sensuale, non aveva importanza se fosse bella o brutta. Nei suoi sogni le forme di gambe difettose erano sempre presenti… Alle volte non poteva resistere alla tentazione di imitare il loro passo sciancato, che gli procurava violenti orgasmi… Pensava che avrebbe vissuto un intenso piacere se avesse sposato una donna zoppa”.

In un altro caso:

“Il paziente era solito zoppicare in casa con l’ausilio di due scope al posto delle stampelle e, se nessuno lo poteva osservare, anche fuori per le strade. Al centro dei suoi sogni erotici c’era sempre una donna che zoppicava. Non aveva importanza la personalità della donna, piuttosto ciò che lo interessava era il piede difettoso. Non ebbe mai un orgasmo con una donna che non fosse malferma al piede. Le sue fantasie perverse erano rivolte verso il piede storpio. Desiderava ardentemente sposare una casta donna zoppa…”

E poi un uomo di 30 anni:

“All’età di 7 anni la sua migliore amica coetanea aveva un piede difettoso. A 12 anni, quando la pubertà fece il suo ingresso, non ebbe dubbi che le sue emozioni sessuali erano riconducibili alle donne zoppe. Avrebbe provato per sempre eccitazione verso questo tipo di donna. Era impotente verso le femmine che non avessero questo problema al piede. La virilità e il piacere erano potentemente sollecitate da signore che zoppicavano soprattutto con il piede sinistro. La sua anomala sessualità lo rese molto infelice e fu spesso vicino dal compiere il suicidio”

Mo Costandi ha approfondito di recente sul Guardian il Body Integrity Identity Disorder (BIID) che caratterizza quei pazienti che hanno un intenso e bruciante desiderio di amputare una parte sana del corpo. Il primo caso moderno ad essere trattato in una rivista specialistica, il Journal of Sex Research, è dovuto allo psichiatra John Money che si riferisce a questa condizione denominandola apotemnophilia, letteralmente “amore per l’amputazione”, distinta dalla acrotomophila cioè “l’attrazione sessuale verso i mutilati”. Costandi ammette che ancora oggi si sappia poco di questo comportamento singolare e nella migliore delle ipotesi la maggiorparte degli esperti ritengono che l’attrazione feticistica verso le parti anatomiche amputate richiami (freudianamente) il desiderio del fallo.

Egli però aggiunge che in realtà gran parte dei pazienti non ne parla in termini sessuali ma di parti del corpo, descrivendo il disagio emotivo facendo riferimento all’integrità del proprio corpo. Non desiderano tanto l’amputazione per motivi sessuali quanto per una percezione più stabile dell’identità del corpo. In genere dei 300 casi documentati di BDD, la maggioranza sono uomini, quasi tutti desiderano che sia amputato l’arto inferiore sinistro. Questi pazienti chiamati wannabe amputees, desiderosi di essere come i mutilati, sanno perfettamente al millimetro dove debba essere tagliata la gamba, riferiscono di aver visto un mutilato in un’età precoce e sostengono che sarebbero dovuti nascere con quelle forme. Una paziente di 21 anni dichiara: “quando avevo 3 anni ho incontrato un signore che non aveva 4 dita nella sua mano destra e da quel momento rimasi affascinata da tutti i mutilati, specialmente dalle donne che avendo perduto parte delle loro gambe indossavano delle protesti ad uncino“.

Buona parte di questi pazienti simulano le azioni di un mutilato, zoppicano, desiderano camminare con le stampelle oppure pretendono di utilizzare la sedia a rotelle. Una condizione psicologica simile a coloro che vogliono cambiare sesso e indossano abiti del sesso opposto prima ancora dell’operazione chirurgica. Ma c’è da dire che in entrambi i casi molti finiscono per non farsi amputare o non prendono ormoni nè si fanno operare per cambiare sesso. Il BDD presenta una variabilità nei sintomi, dall’attrazione verso i mutilati al grave desiderio di essere amputato di una parte del proprio corpo. Tuttavia ci sono casi in cui si desidera che siano danneggiate altre parti del corpo. Ad esempio, alcuni desiderano avere  la spina dorsale danneggiata oppure altri avrebbero preferito nascere con la sclerosi multipla o con qualche altra grave neuropatia. Nella Psycopathia Sexualis, Krafft-Ebing annota che Cartesio fosse attratto dalle donne che avevano gli occhi incrociati.

Come fa notare Costandi nel suo articolo, il problema riguarda un disturbo dell’immagine del corpo. Il nostro organismo fornisce al cervello continuamente ed incessantemente sia informazioni dell’ambiente interno del corpo, sia dati sulle interazioni costanti tra corpo e ambiente esterno. Il neurologo Henry Head, decine di anni fa, ha studiato molti pazienti con danni al lobo parietale che presentavano profondi disturbi della consapevolezza del corpo. In questa regione egli postulava fossero codificati gli schemi del corpo (body schema), cioè un modello posturale del corpo. Oggi è stato individuata nel lobulo parietale superiore destro la regione in cui vengono generate ricorsivamente rappresentazioni del corpo su più livelli, gestalt neuropsichiche in cui sono integrate informazioni propriocettive, visive, tattili del corpo statico o in movimento.

Probabilmente l’arto indesiderato non è rappresentato nell’immagine corporea del network neuronale deputato alla generazione interna dello stato corporeo, così da provocare la sensazione di non essere proprietari di quella parte anatomica. E’ come se vi fosse una discrepanza tra l’immagine corporea e la forma fisica con la conseguenza straordinaria in cui i pensieri sono dissonanti con la percezione sensoriale del corpo. I pazienti riflettono sull’arto ma non lo sentono come proprio. A me fa venire in mente il caso limite di quel paziente di Oliver Sacks, in un capitolo de L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, in cui un bel giorno si vegliò e cadde dal letto. Quando Sacks chiese perché non si alzasse, indicando la propria gamba sinistra rispose:

“La guardi, esclamò con una smorfia di ripugnanza, non è orribile? Non le fa schifo? Io credevo che un cadavere fosse morto e basta. Ma questo è incredibile, assurdo! e poi… è mostruoso, ma sembra attaccata a me!”. L’afferrò con due mani, con una violenza straordinaria, cercò di strapparsela dal corpo e, non riuscendovi, in un accesso di rabbia la prese a pugni” (pag, 47, ed. Adelphi)

Il problema insomma dove sta? Nel cervello, nella mente o nel corpo? Nei vari articoli e riferimenti bibliografici, all’iniziale ipotesi sessuale influenzata probabilmente dalla psicoanalisi, si è fatta strada un’ipotesi neurologica. Il fatto di aver individuato nel lobulo parietale superiore destro la zona in cui il disturbo può risiedere non ci dice granché. Le indagini di neuroimaging isolano idealmente distretti o reti neuronali in cui statisticamente si verifica qualcosa di normale o insolito. Ma escludono troppe variabili e spesso queste ricerche sono viziate da gravi errori metodologici.

Personalmente ritengo che l’organismo nel suo complesso, corpo cervello e mente, sia protagonista di questo singolare disturbo. Senza dimenticare che, fatta eccezione di un danno o malformazione neuronale, il problema clinicamente può inserirsi in uno sfondo psicologico/relazionale. In una valutazione clinica, sarebbe opportuno analizzare la consapevolezza del proprio corpo, cioè la qualità della coscienza, nucleo di riferimento di ogni modello di psicopatologia, e il contesto relazionale in cui vive il paziente.

C’è da aggiungere, per concludere, che la richiesta di un’amputazione di un arto sano per un medico é una follia. Un discorso equivalente può insorgere per chi desidera cambiare sesso. Eppure la sofferenza emotiva, il disagio psichico, sono questioni che impongono un’altissima attenzione. Ci sono casi nello specifico in cui il soggetto fa da sé, amputandosi un braccio per poi morire dissanguato o per un’infezione. Alcuni pazienti sommergono l’arto in una vasca piena di ghiaccio per daneggiarlo in modo irreparabile e indurre i medici all’amputazione. Analogamente un’anoressica per nutrirla può costringere i familiari e i medici a ricoverarla coattivamente, sebbene gli esiti purtroppo non sempre siano positivi.

Un’ipotesi clinica indica che l’ostinato comportamento autolesionistico abbia lo scopo di una maggiore integrazione tra coscienza ed esperienza personale nel corpo. Quando la coscienza si dissocia possono manifestarsi forme transitorie dell’immagine corporea: il dolore di un digiuno, l’azione di una sostanza stupefacente, l’amputazione di un arto, possono integrare drammaticamente lo stato dissociato della coscienza laddove il corpo subisce l’atto doloroso.

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15 pensieri su “Il corpo a pezzi

  1. Questi comportamenti ci dicono qualcosa sulla normalità della percezione del corpo? La seconda ipotesi eziologica che fai è certamente migliore di quella psicoanalitica. E in effetti mi vengono in mente tutte le persone vittime di ictus all’emisfero destro: tra queste, probabilmente coloro che hanno subito un danno al lobulo parietale avevano lo stesso atteggiamento di rifiuto verso un loro arto (non ricordo se ne lessi in Sacks o in Damasio, comunque ho questo ricordo di un paziente che negava di avere il braccio sinistro, pur avendolo)che hanno questi dismorfofobici. Certo che è una cosa da non sottolineare l’affetto verso il nostro corpo e verso ogni sua singola parte. Mi chiedo cosa avrebbero fatto costoro se non avessero mai visto un mutilato: generiche automutilazioni?

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    • Paolo anche io ho pensato a Damasio (ho riletto alcune pagine appunto de L’errore di Cartesio) e sono daccordo sull’ipotesi neurologica. Ma non sempre esistono casi puri, quindi protenderei di più verso la psicopatologia e quindi su un discorso di formazione storica del disturbo, familiare (le relazioni con le figure parentali).

      Riguardo alla tua osservazione finale voglio farti notare che spesso sono da rivedere le modalità di raccolta delle informazioni anamnestiche, specialmente quando si tratta di ricordi precoci.

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    • Me lo sono chiesto pure io. Non sono riuscito a trovare negli articoli nessuna ipotesi a riguardo.
      Posso abbozzare tre congetture:
      1) La raccolta dati non è sufficiente per affermare con un certo grado di libertà statistica che sia un problema che accade soprattutto negli uomini.
      2) Se fosse un problema maschile suppongo che ci sia una origine genetica. Allora la domanda è: quale corso degli eventi da un punto di vista evolutivo ha generato questa differenziazione di stile neuropsicologico?
      3) Da un punto di vista strettamente psicologico forse gli uomini hanno un rapporto con il corpo meno “consapevole” rispetto alla donna, la quale ha una maggiore esperienza fisica nella sua storia ontogenetica, così che gli uomini presentano una percezione corporea che può tendere a comportamenti più “bizzarri” (una speculazione naturalmente da prendere per quello che è).

      Se riesco a trovare informazioni più valide ti farò sapere.

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