Una risposta a Keplero

Amedeo Balbi è un astrofisico, fa ricerca all’università di Tor Vergata a Roma e scrive sul suo blog Keplero e sul Post. Pochi giorni fa ha scritto un articolo sull’educazione civica e ho preso qualche appunto per dirvi come la penso: non sono d’accordo! Egli è un ottimo divulgatore scientifico e questo significa che ha il dono di saper scrivere in modo semplice su cose difficilissime. Nell’articolo in questione non parla direttamente di astrofisica e dintorni, ma espone alcune riflessioni rischiose perché se con rammarico toccano un tema poco attraente per gli italiani, l’ed. civica, dall’altra parte finiscono per mettere insieme argomentazioni fuori tema che non mi convincono del tutto.

Ecco il primo pezzo che intere generazioni condividono:

“Ricordo che, quando ero piccolo, a scuola c’era l’ora di educazione civica. Credo dovesse servire a farci diventare buoni cittadini. Non ricordo molto di cosa si parlasse, durante quell’ora. C’erano di mezzo leggi, articoli, forse la costituzione. Ricordo però che l’insegnante non sembrava molto convinta, e infatti di ore di educazione civica forse ne avremo fatte due o tre in tutto l’anno, poi chissà come è finita. Adesso, quando sento in qualche dibattito che noi italiani non siamo buoni cittadini, e che la ragione sarebbe che non ci insegnano l’educazione civica, io penso: boh”

Nel secondo paragrafo poi attacca così:

“Io penso che, per essere buoni cittadini…”

Ahi, questo mi spaventa. Un obiettivo molto difficile in un paese come il nostro caratterizzato da una storia particolare(istica). Da un certo punto di vista il cittadino è un individuo che abita in città, ne fa parte in quanto segue libertà e leggi coerenti al contesto “cittadino”. Ma impegnarsi a forgiare un “buon” cittadino è complicato dal fatto che inevitabilmente nella definizione dell’aggettivo si combinano punto di vista personale e cultura locale, sennò faremmo grossolana confusione tra relazione e predicato. Andiamo a vedere dove conduce il punto di vista personale di Balbi nel proseguimento:

“nelle scuole si dovrebbe insegnare a saper leggere una statistica, a valutare le grandezze, a interpretare un grafico, a non scambiare una correlazione con un rapporto di causa-effetto, a capire cosa significa davvero fare una previsione, a ragionare in modo quantitativo, a valutare le incertezze, a soppesare le prove, a selezionare le ipotesi, a interpretare i fatti in modo obiettivo, ad analizzare logicamente un’affermazione, a saper formulare le proprie idee in modo logico, a capire se una domanda è ben posta – potrei continuare a lungo ma credo si sia capito il punto. Penso che ci vorrebbe più educazione scientifica”

Tutto molto bello. Magari bisogna un po’ specificare quali scuole e da che età, ma chi non vorrebbe che il proprio figlio ricevesse questo tipo di insegnamento? Eppure ho le mie perplessità. “Ragionare in modo quantitativo”, “selezionare le ipotesi”, “interpretare i fatti in modo obiettivo”, secondo me probabilmente non faranno mai un buon cittadino. Forse un buon professionista di scienze, forse un ottimo divulgatore. La sfera civica con tutto l’enorme insieme di regole informali, le convenzioni socioculturali della reciprocità cittadina, la costruzione dei simbolismi interattivi tra immaginario collettivo e “punto di vista personale”, l’ibridazione tra tecnologie avanzate e superate che coesistono nella linea sottile dei confini generazionali, il bricolage “evolutivo” delle concezioni ideologiche delle culture combinate nel tessuto sociale, sono tutti elementi che un bambino impara dai primissimi anni a imitare, assorbire e reinventare senza alcun contributo del metodo scientifico. Siamo specializzati alla socialità, siamo degli specialisti ipersociali (vedi Tomasello) piuttosto che dei cittadini scienziati.

Voglio prevenire una spontanea protesta: ma qui l’autore invita appunto ad insegnare alcuni elementi di studio per “migliorare” le capacità di lettura ed interpretazione della realtà in modo più obiettivo! D’accordo, ma sono quelli giusti? Essere obiettivi non equivale ad essere scientifici. Posso capire il disagio di un bambino e lo aiuto in base ad approcci narrativi che secondo il metodo scientifico (selezione, quantificazione, analisi logica) sono errati. Anzi proprio questa modalità più narrativa che paradigmatica, come direbbe Jerome Bruner, facilità la comprensione reciproca, la possibilità di poter parlare di fenomeni altrimenti incomprensibili da un punto di vista strettamente logico-scientifico. Molto tempo dopo quest’ultimo potrà arricchire la bellezza della scoperta o intensificare la rabbia nel comprendere un guasto di un prodotto acquistato…

Rimane il dubbio se l’approccio scientifico sia veramente la causa che determini un “buon cittadino”. Forse potrebbe essere un esempio valido di correlazione, ma ho i miei dubbi. In passato ci sono stati diversi casi in cui si ritenevano determinanti certi paradigmi, penso a quello classicista (imparare il latino!), quello politico, quello pedagogico, quello digitale e sappiamo tutti come sono andati o come andranno a finire: nel tritacarne della storia (la carne è rimasta ma per altri consumi). Cambiare gli strumenti o i contenuti è un processo storico importante all’interno del percorso scolastico. Tutti gli esempi passati hanno constribuito nel bene e nel male alla formazione culturale delle nuove generazioni, non credo di buoni cittadini. Forse ripassare la storia di questi tentativi di prova ed errore ci aiuterebbe non tanto a non commettere più errori ma piuttosto a non replicare gli stessi.

Torniamo all’articolo nel suo terzo ed ultimo paragrafo:

“Fate un esercizio: guardatevi attorno, aprite una pagina di giornale a caso. Non c’è decisione importante che non richieda qualche valutazione di tipo quantitativo, una conoscenza approfondita dei meccanismi di funzionamento del mondo. Non sapere niente di scienza e di metodo scientifico significa ormai essere vittima di un analfabetismo molto peggiore di quello che impediva ai nostri trisnonni di dare un senso ai segni tracciati su un foglio di carta. Significa essere in balia del venditore di fumo di turno, dei seminatori di ansia, degli spacciatori di ricette semplicistiche per problemi complessi. Significa vivere ottenebrati, sopraffatti dal rumore di fondo di informazioni superflue, allarmistiche o infondate. Significa fare scelte irrazionali che prima o poi si pagheranno care, economicamente, o in termini di qualità della vita. Alla fine, in pratica, non essere educati scientificamente significa non essere buoni cittadini” (il corsivo è mio)

Ormai avrete capito quanto suoni strana alle mie orecchie la sequenza di affermazioni che trovano il loro climax nella elezione di scienza e metodo scientifico a superiori strumenti interpretativi del mondo delle informazioni di massa. Ma lei, Balbi, saprà pure quanto sia “naturale” il senso comune, l’intuizione, l’abilità di saper leggere tra le righe “le intenzioni” dell’altro, l’invenzione di storie, di associazioni, le sfumature metaforiche che tanto fanno dannare gli ossessivi come noi, in cerca di ordine, controllo e replicabilità laddove regnano beffarde storie inammissibili. Tecnicamente Von Hayek le direbbe che si tratta di una conoscenza procedurale che nessuno scienziato potrebbe delucidare appieno. Forse è questa la strada giusta: insegnare il come piuttosto del cosa, anzi il come nel luogo e nel tempo giusto, perché una conversazione o la lettura dei giornali secondo i principi scientifici è molto più noiosa di un’esercitazione di chimica in laboratorio!

Mi verrebbe da dire: il metodo scientifico non è naturale, è innaturale! (MacCauley, 2000), ma rischierei di cadere nell’equivoco di apparire come uno di quei personaggi incazzati con la scienza se non è piegata ai disegni di imperscrutabili intenzioni metafisiche, così ben dipinti da Popinga. Ma è altrettanto importante non sottovalure il fatto che diverse ricerche di psicologia dello sviluppo indicano quanto sia difficile per un ragazzino apprendere le dinamiche del pensiero scientifico rispetto alla loro “naturale” tendenza ad essere teleologici (attribuire scopi) o causali anche quando sono del tutto assenti elementi che fanno supporre relazioni di casua ed effetto tra persone, eventi o cose (Bloom e Weisberg, 2007). Non dimentichiamoci che il metodo scientifico e l’intero pensiero scientifico hanno una storia relativamente recente, iniziata più o meno ai tempi del periodo ellenistico e dopo varie vicissitudini emersa pienamente con l’Illuminismo (inglese, soprattutto). Da questa prospettiva, l’auspicio di Balbi diventa molto generoso verso la scienza meno verso di noi, candidi e volubili scienziati di seconda mano. Seppure utilizziamo processi cognitivi poco scientifici, nel mondo quotidiano funzionano!

Voglio chiudere con un aneddoto tratto dai miei ricordi che illustra certi smarrimenti vissuti quando pensavo che il mondo sarebbe dovuto essere (prescrizione) secondo certi principi (attribuzione personale e fede in un presunto migliore ideale) per funzionare meglio, promuovendo la crescita intellettuale e incrementando quindi il benessere sociale. Un mio vecchio zio, restauratore di mobili e tante altre cose, quando andavo a trovarlo in laboratorio mi ascoltava parlare dei miei studi universitari a Roma senza mai interrompermi, mentre ringiovaniva mobili di Catania. Alla fine, ammirato, constatavo puntualmente la bellezza del lavoro artigianale, selettivo, preciso, analitico, ricco di scienza e bellezza che dava per certa la profonda sapienza di mio zio. Succedeva però che quando chiedevo meravigliato come riuscisse in quell’opera, rispondeva tagliente: “tu jai a pinna, ju chi ni sacciu?” (tu hai l’istruzione, io [senza istruzione] non saprei cosa dirti). Adesso, ironia della sorte, ho “a pinna” ma non sono un buon cittadino. Al contrario di mio zio che lavorava, sono un cittadino senza lavoro stabile.

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10 pensieri su “Una risposta a Keplero

  1. Carmelo, ammetto di aver letto rapidamente entrambi gli articoli, quello di Balbi e il tuo. Mi riprometto di rileggere con calma.

    Ciò nonostante, mi sento di concordare con le tue considerazioni. Troppo semplicistico il ragionamento di Balbi, e mi spaventa quel “Io penso che, per essere buoni cittadini…”. Forse dovremmo prima di tutto condividere il significato di “buon cittadino”, che non è affatto scontato. C’è molta confusione al riguardo.
    Il metodo scientifico aiuta sicuramente a leggere la realtà, fornisce agli individui degli strumenti per formulare pensieri autonomi sulle cose del mondo per non essere in balia dei primi affascinanti contafrottole. Si deve sicuramente investire nell’educazione scientifica, alquanto carente o addirittura assente nel nostro paese, ma per formare un buon cittadino sono necessari altri imprescindibili ingredienti. L’Educazione alla cittadinanza è uno degli aspetti più complessi nella formazione di un buon cittadino. Lo posso affermare sia come insegnante che come educatrice. Tra questi ingredienti ci sono cose come educare ad assumersi le proprie responsabilità, ad acquisire consapevolezza delle proprie azioni, a sviluppare una intelligenza intrapersonale ed interpersonale, ad avere rispetto dell’altro e dell’ambiente, solo per citarne alcuni.

    Un percorso formativo che comincia in tenera età e che dovrebbe essere favorito da tutte le agenzie a diverso titolo coinvolte nella crescita e nella formazione dei giovani, tra cui in primis la famiglia e la scuola. Io penso che tale aiuto debba venire principalmente dai fatti, dagli esempi che si propongono. I giovani apprendenti hanno bisogno di modelli forti con cui identificarsi…in concreto di esempi adulti di “buoni cittadini”.

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    • Annarita, le tue osservazioni sono molto pertinenti per affrontare una sfida complicata come è l’educazione alla cittadinanza e ad un vivere civile. Voglio sottolineare due passaggi particolarmente belli:

      [il metodo scientifico] fornisce agli individui degli strumenti per formulare pensieri autonomi sulle cose del mondo per non essere in balia dei primi affascinanti contafrottole.

      Io penso che tale aiuto debba venire principalmente dai fatti, dagli esempi che si propongono.

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  2. In parte ti ha già risposto Anna. Se c’è una cosa di difficile definizione è proprio l’educazione civica. Ricordo, per esempio, che in Italia fino ai primi del novecento le donne non votavano oppure, ancora prima, nella democratica America, era consentito lo schiavismo. Figuriamoci cosa si insegnava in quelle scuole: si replicava il pensiero dominante.
    Questo genere di pensiero, almeno a quello che si vede generalmente nelle democrazie occidentali, segue un percorso verso l’alto, inteso verso una maggior estensione dei diritti. e’ dunque ragionevole appellarsi al pensiero dominante ai giorni nostri, almeno quello di matrice laica, che fa dell’inclusione e della diffusione dei diritti due dei suoi punti di forza.
    E qui sorge il problema dell’educazione insegnata e di quella trasmessa: ogni genere di educazione può essere sia insegnata che trasmessa, ma vi è una notevole differenza tra le due. Per farla breve: probabilmente molti dei nostri ragazzi saranno edotti sul rispetto che si deve alle minoranze etniche o religiose ma, quando osservati nel comportamento quotidiano, potrebbero riservare brutte sorprese. Per esempio potrebbero avere (e purtroppo hanno) scarso rispetto del codice della strada, degli anziani, o dell’ambiente in cui vivono, nonostante l’educazione stradale, civica e ambientale si insegni a scuola.
    Questo si deve al fatto che noi (adulti) siamo in grado di far aderire alla nostra personalità già formata tutte le nozioni che apprendiamo (comprese quelle civiche) fino ad includerle nel nostro comportamento mentre in chi si deve ancora formare questo non è possibile, ed è chiaramente visibile in questa apparente contraddizione. e qui torna a proposito la distinzione tra insegnare e trasmettere: si può insegnare sia la scienza che il civismo, ma se non li si trasmette con la pratica rimarranno solo nozioni, che verranno ben presto scordate.

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    • Paolo nel tuo commento mi hai fatto venire in mente l’educazione civica come l’insegnava la mia maestra delle elementari (ho sempre amato l’educazione civica forse per questo). Cioè calarla nel contesto sociale che un ragazzino vive con esempi quotidiani, il codice stradale, il rapporto con l’ambiente, la relazione affettiva e rispettoso verso gli anziani. Però preferisco pensare a questi processi educativi e civici non secondo una logica spaziale (che puntano verso l’alto…), non ci credo alla progressione verticale, ma in base al dubbio intimo che ogni osservaore premette sulla realtà trasmessa dai mezzi di comunicazione di massa, per riprendere il tema toccato da Keplero.

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  3. Il problema è proprio la definizione di “buon cittadino”, che non è così scontata come sembra (leggere il commento di Paolo).
    O meglio: il “buon cittadino” viene definito dalla società in cui si trova. La vera questione quindi non è come si fa ad essere “buoni cittadini”, ma su quali valori si costruisce una “società più giusta”. E questi valori, credo, sono quelli che ha scritto Annarita nel suo commento.

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    • Sarebbe interessante approfondire l’aspetto storico e antropologico della parola “cittadinanza”, dei significati di questo termine e degli universi culturali e comunitari che ogni geografia e storia elabora.

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  4. Finalmente una polemica tra due stimati blogger! Al di là dell’oggetto del contendere, è positivo che l’amor di verità spinga al rifiuto delle consuete smancerie (“Oh come sei bravo!” “Grazie, ma sei più bravo tu!”) che anch’io purtroppo talvolta attuo. Io non commento, perché mi sento equidistante, e detesto essere un moderato.

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    • Lei si prende gioco di me affermando che sono uno stimato blogger… Popinga, Lei sa che preferisco l’equilibrio di un Voltaire che mandava al diavolo chi la pensava come Lui! Spero che si riferisca a questa irritante e bella ricchezza di spirito…

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  5. Credo ci sia un equivoco di fondo. Io non ho detto che basta educare alla scienza per avere automaticamente buoni cittadini: è evidente che sono importanti molte altre cose (inclusa l’educazione civica). Né mi proponevo di riformare il sistema educativo nazionale: non è il mio mestiere, e non so nulla di pedagogia. Dico però che oggi, se vuoi capire quello che succede in una società moderna, e fare le tue scelte in modo consapevole, devi sapere qualcosa di scienza. Tutto qua.

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    • L’equivoco è nato dalla sequenza delle affermazioni. Partendo dal presupposto che un tempo c’era l’educazione civica… c’è stata una virata sostanziale verso un’indicazione educativa (“Io penso che, per essere buoni cittadini, nelle scuole si dovrebbe insegnare a saper leggere una statistica, a valutare le grandezze…“). Indicazione a mio parere ambivalente perchè se da un lato poggia su validi contenuti dall’altro rischia di essere applicata per scopi prescrittivi che contraddicono l’atteggiamento critico del metodo scientifico. Ed è chiaro che l’articolo non propone una riforma del sistema didattico nazionale, non ci sono riusciti i pedagoghi, i politici, gli astrofisici, nè tanto meno gli psicologi! In fondo meglio passare la parola agli insegnanti e agli alunni, chiedere direttamente a loro come impostare un decente, continuativo e critico apprendimento di lezione in lezione.

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