Le relazioni pericolose tra ricerca e news

imagesUn team di ricercatori inglesi ha analizzato 462 articoli di ricerca biomedica prodotti nel 2011 da 20 università in Gran Bretagna e ha scoperto che buona parte degli articoli scientifici contiene 3 tipi di affermazioni esagerate: prescrizioni eccessive (40% dei casi), interpretazioni causali inappropriate (33%) e inferenze scorrette sugli uomini a partire da studi su animali (36%).

Quando gli articoli di ricerca contengono questi bias metodologici aumenta la probabilità che vengano scritti articoli sui giornali per il grande pubblico caratterizzati da simili errori. In sostanza, il problema di fornire una notizia sbagliata di medicina o di psicologia non è da addebitare soltanto al giornalista, ma anche alla fonte scientifica su cui si basa. Anche se spesso il giornalista è inaccurato o svogliato nel riportare il contenuto di una ricerca, spesse volte è proprio l’articolo di ricerca che conduce all’errore.

Gli articoli di ricerca studiati provengono dalla ricerca biomedica con ripercussioni sulla salute e in generale il benessere della persona (medicina, psicologia, neuroscienze). Sono ambiti in cui la ricerca ha tra i suoi primari obiettivi la comprensione, la prevenzione e la cura dei malesseri dell’uomo e la promozione del benessere. E’ dunque inevitabile il rischio di forzare i dati per trarne un’interpretazione di causa ed effetto laddove invece sono state trovate correlazioni o nel fornire raccomandazioni esagerate sulle abitudini comportamentali.

L’indagine del team inglese arricchisce il quadro delle relazioni tra ricerca e media, come abbiamo già visto in un altro articolo sull’impatto delle neuroscienze nella sfera pubblica. I risultati della ricerca sono illuminanti: un articolo di ricerca che contiene prescrizioni esagerate (exaggerated advice) ha una probabilità 6.5 maggiore di generare news con altrettante esagerazioni. Il rischio sale di 20 volte se contiene affermazioni causali inesatte e ben 56 volte maggiore quando si formulano inferenze sull’uomo a partire da studi sugli animali.

L’allarmismo o il sensazionalismo fanno parte delle armi retoriche dei giornalisti e dei divulgatori per attrarre l’attenzione dell’utente. Niente di scandaloso, il mondo è ipersaturo di informazioni ed è inevitabile che si possa anche scrivere puntando più sull’impatto emotivo che su quello critico di chi riceve l’informazione. L’auspicio è che ci sia sempre un equilibrio tra forma e sostanza. A maggior ragione ci si aspetta che la sostanza fornita dagli articoli di ricerca sia integra.

In realtà la realtà culturale cambia e i processi competitivi e di autopromozione tra i vari istituti di ricerca per ricevere fondi oggi fanno la differenza. Processi che vanno pericolosamente ad interagire con la stampa molto più di un tempo. L’unica certezza che ci salvaguarda da questo genere di errori resta la capacità di critica e di controllo che per definizione sono l’essenza stessa della comunità scientifica moderna.

link alla ricerca

Gli errori dello psicoterapeuta

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Non fa sconti Scott Lilienfeld nel suo nuovo articolo di ricerca. Il giudizio del terapeuta sul proprio operato “soffre” di specifici bias che lo sviano da una adeguata valutazione del suo lavoro con il paziente. Secondo Lilienfeld sono soprattutto 4 i bias più rimarchevoli che compromettono il modo in cui lo psicoterapeuta concepisce l’efficacia del proprio operato e in generale la pratica clinica:

1) il cosidetto native realism  che riguarda l’assunzione da parte del terapeuta che ciò che si osserva sia la realtà effettiva (Kahneman lo denomina WYSIATI, what you see is all there is, ciò che vedi è ciò che esiste);

2) il confirmation bias che descrive la tendenza a selezionare i dati che confermino le proprie ipotesi – e personalmente lo abbinerei al bias post hoc, ergo propter hoc, cioè associare al fenomeno che vedo un evento che lo ha preceduto cronologicamente, anche se non ci sono sufficienti prove che sia correlato;

3) l’illusione del controllo che sottolinea l’errata credenza del terapeuta di tenere sotto controllo tutti gli eventi durante la terapia;

4) le correlazioni illusorie riguardano invece la convinzione fourviante del terapeuta che i fattori su cui lavora siano gli unici responsabili del cambiamento terapeutico (che osserva, e si torna anche al primo punto).

Gli errori che ne conseguono influenzano non solo la qualità clinica della terapia ma anche la percezione del terapeuta sull’efficacia della psicoterapia. Trovo brillante il modo in cui Lilienfeld chiama questi errori, causes of spurious therapeutic effectiveness (o abbreviato CSTs), che tradotto suona pressapoco così: cause di efficacia psicoterapeutica spuria. È molto interessante il termine perché mette a nudo uno dei classici enigmi sulla validità della psicoterapia: funziona davvero oppure sono altri fattori (spurious) esterni a giocare un ruolo determinante? Da qui ne derivano altri allarmanti interrogativi, ad esempio: i fattori non inerenti la psicoterapia che conseguenze hanno, positivi o negativi? Quanto influiscono sulla qualità della psicoterapia? E se appartenessero addirittura all’operato del terapeuta (i bias suddetti)? Domande cui è difficile rispondere se non attuando complicate argomentazioni teoriche.

Non è finita qui. Lilienfeld elenca una tassonomia di 26 CSTs che suddivide in 3 categorie. La prima contiene 15 errori che riguardano la percezione del miglioramento della condizione del paziente quando invece non avviene affatto. La seconda contiene gli errori che conducono terapeuta e paziente a pensare che la guarigione dei sintomi sia avvenuta grazie alla terapia e non per altri fattori (mentre ad esempio molti disturbi sono ciclici e quindi presentano stati momentanei di miglioramento non dovuti quindi alla terapia, etc.).

Infine, la terza categoria riguarda un genere di errori che potremmo definire “epistemologici”, sulla natura della psicoterapia come disciplina scientifica. Si tratta di errori di valutazione compiuti sull’assunto che i miglioramenti siano conseguenza della specificità della terapia in se stessa, mentre potrebbero entrare in gioco fattori comuni a tutte le psicoterapie.

Potremmo definirli errori “autoreferenziali” in cui si presume che il modello terapeutico adottato sia valido e migliore delle altre decine in circolazione. Perché la psicoterapipa come pratica medica resta sprovvista di una corretta e sostanziale unitarietà che metta d’accordo non dico tutti ma, almeno, la maggioranza dei professionisti.

Che fare? Il gruppo di ricerca di Scott Lilienfeld propone di adottare scale di valutazione valide per misurare i risultati del processo terapeutico, condurre ripetute misurazioni per ridurre e controllare l’influenza delle variabili esterne alla terapia, effettuare misurazioni prima del trattamento per analizzare le differenze tra prima e poi, utilizzare gruppi di controllo per osservare le differenze tra i fattori specifici della terapia e quelli comuni a tutte le terapie.

Io penso che non sia solo una questione squisitamente astratta superata da una gran quantità di letteratura e analisi in merito. La faccenda è molto più concreta di quanto immaginiamo. Una parte dei colleghi sostiene che la psicoerapia sia ormai una pratica superata, nobile e ammirevole, ma non più utile alla luce della rivoluzione digitale e del cambiamento sociale e politico che stiamo sperimentando. Seguono analisi sogiologiche e antropologiche che a mio modo di vedere lasciano il tempo che trovano.

Alcuni potrebbero pensare che l’analisi personale sia il firewall che protegge la professione dagli errori iatrogeni e dalle abusive ingerenze esterne. Non credo che sia sufficiente. Sarebbero più auspicabili costanti supervisioni d’equipe, più ingredienti scientifici (sia come sperimentazioni di controllo sia come supporto empirico dell’efficacia dei vari disturbi psicopatologici), un’equilibrata interdisciplinarietà e la riforma accademica.

La psicoterapia non è più quella di una volta, ma il tempo non l’ha messa fuori gioco. Anzi, la capacità di automonitorare la correttezza metodologica (come gli articoli e le ricerche rappresentate dal lavoro di Lilienfeld) e una maggiore integrazione di pensiero scientifico ha irrobustito l’efficacia, il controllo e l’onestà professionale della disciplina.

 

Lilienfeld, S., Ritschel, L., Lynn, S., Cautin, R., & Latzman, R. (2014). Why Ineffective Psychotherapies Appear to Work: A Taxonomy of Causes of Spurious Therapeutic Effectiveness Perspectives on Psychological Science, 9 (4), 355-387 DOI: 10.1177/1745691614535216

Cervelli famosi: Albert Einstein.

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C’è un cervello nella letteratura scientifica che ha ricevuto un’attenzione ricca di significati particolari. Il cervello in questione è quello di Einstein, una specie di Santo Grall per molti scienziati. Il cervello di un morto che ancora parla. Terence Hines ha effettuato un’analisi accurata delle ricerche compiute in questi ultimi anni e ha pubblicato un articolo in cui smonta tutte le mitologie formulate sul cervello del grande fisico tedesco, intitolandolo significativamente: Neuromythology of Einstein’s brain.

Andiamo per ordine. Einstein morì il 16 aprile del 1955 all’età di 76 anni. Il suo desiderio fu che fosse cremato ma Thomas Harvey, il patologo che condusse l’autopsia, riuscì a convincere i familiari a conservare il cervello dell’illustre fisico per il potenziale valore scientifico. Tuttavia, bisognerà aspettare 30 anni prima che fosse pubblicato il primo articolo di ricerca sul cervello di Einstein. Dopo di che ne seguirono altri che possono essere suddivisi in due categorie: gli studi istologici (che riguardono la microstruttura) e gli studi morfologici concernenti l’analisi di circonvoluzioni e solchi (la macrostruttura).

Nel 1985, Diamond, Scheibel, Murphy e Harvey pubblicano il primo fondamentale articolo scientifico in cui dichiarano di aver trovato nei tessuti cerebrali dell’area 9* (zona frontale superiore) e dell’area 39 (parietale e giro angolare) di Einstein una quantità maggiore di cellule glia (vedi qui per informazioni su queste particolari cellule del cervello) rispetto al gruppo di controllo. In realtà, la differenza rispetto al controllo era significativa soltanto per una singola striscia di tessuto cerebrale dell’area parietale sinistra. In effetti, non è solo questo il problema, cioè di una sola differenza statisticamente significativa. Secondo, Hines (1998) ci sono dei problemi sia statistici sia in termini di differenze di età e socio-economiche tra il cervello di Einstein e quello del gruppo di controllo.

In poche parole, è stato messo a confronto il cervello di Einstein (da qui in poi E.) che morì a 76 anni con i cervelli del gruppo di controllo la cui data di morte variava tra i 47 e gli 80 anni. Inoltre, i cervelli del gruppo di controllo provenivano da strutture pubbliche nelle quali generalmente risiedono pazienti con uno status socio-economico molto basso, fattore che può avere un significativo impatto nel differenziare i tessuti cerebrali.

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Come se non bastasse, Diamond e colleghi scrivono sul loro articolo di aver eseguito delle analisi statistiche prendendo in considerazione 7 variabili dipendenti. Nel complesso hanno eseguito 28 comparazioni di cui soltanto una, che riguarda le cellule glia, ha rivelato una differenza al livello di significatività .05 differenza che, ricordiamo, riguarda soltanto una striscia di tessuto nella regione sinistra del lobo parietale. Un’altra questione che Hines solleva concerne l’aspetto più metodologico della “cecità” dell’osservatore. I ricercatori, in sostanza, analizzavano i tessuti sapendo da quale cervello provenivano, condizione che ha potuto pregiudicare il loro giudizio (vedi qui per approfondire il bias dell’osservatore in assenza del doppio cieco). Esempio: se ha sotto il microscopio tessuto proveniente dal cervello di E. lo sperimentatore tende ad aspettarsi anomalie laddove non ci sono.

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In un articolo del 1996, Harvey e Anderson spiegano che la corteccia prefrontale destra di E. in effetti è più sottile e che il numero di neuroni per millimetro quadrato sulla superficie corticale è maggiore rispetto al controllo. In questa regione, il cervello di E. non contiene propriamente più cellule cerebrali, ma c’è una maggiore densità perché probabilmente i neuroni sono decisamente impacchettati in piccole aree. Gli Autori concludono che la maggiore densità in cui sono impacchettati i neuroni consentiva al cervello del fisico tedesco di elaborare più velocemente le informazioni.

Ma questi risultati non vengono confermati in verifiche successive. Anzi, altri ricercatori sostengono che, nelle indagini autoptiche, anche nel cervello degli schizofrenici è stata riscontrata una maggiore densità neuronale nelle aree prefrontali. E poi, il cervello di E. probabilmente era molto diverso alla morte rispetto a quando era un giovane ricercatore all’apice delle sue capacità intellettive. Non è tutto. Harvey, autore insieme ad Anderson dell’articolo a favore della densità neuronale, è il patologo che ha estratto e conservato il cervello di Einstein e, secondo quanto scrive nell’articolo del 1996, “le prime indagini sui tessuti cerebrali dopo la morte del padre della relatività sono state di natura qualitativa e mai pubblicate“. Una specie di bias selettivo verso la pubblicazione (cioè si decide di pubblicare arbitrariamente ciò che serve).

Riepilogando, dagli studi istologici del cervello di Einstein, malgrado gli slogan mediatici, non ci sono conferme univoche di sostanziali differenze con i cervelli del gruppo di controllo. Non siate troppo sorpresi: il cervello è una struttura estremamente complicata e ormai è accertato che le abilità cognitive più avanzate siano distribuite in multipli network corticali. Contano i circuiti che le microstrutture. Supporre che analizzare piccole strisce di tessuto di poche singole regioni di un solo cervello possa rivelarci speciali informazioni sulla genialità di uno scienziato è ingenuo.

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Passiamo alle analisi degli studi morfologici che riguardano la conformazione delle circonvoluzioni e dei solchi del cervello di E. L’articolo di Witelson, Kigar e Harvey (1999) è il primo a parlare di “un cervello eccezionale che presenta un’ampia espansione del lobulo parietale inferiore e l’intero giro sopramarginale situato dietro la scissura di Silvio non è suddiviso da un grosso solco“. Questa anomalia non è stata riscontrata nei 91 cervelli del gruppo di controllo. Inoltre, i lobi parietali sono stati trovati simmetrici quando invece un “cervello normale” mostra un’asimmetria tra il lobo destro più grande rispetto a quello sinistro. Ma subito ci sono le smentite in cui si ribatte che “il pattern del lobo parietale sinistro di Einstein è decisamente simile alla struttura prototipica delle aree già classicamente illustrate ne I lobi parietali di Critchley (il cui testo in realtà è un po’ vecchiotto ma, insomma, l’anatomia nell’arco di 40 anni non risente delle intemperie evolutive)”. 

Dall’articolo di Witelson in poi si apre questo batti e ribatti tra neuroscienziati. Quella ricerca non è corretta perché ha sbagliato “nell’etichettare l’opercolo, che non è proprio l’opercolo parietale sinistro ma il giro postcentrale“, e via dicendo. E c’è poi un’altra differenza che Witelson e colleghi hanno trovato. Si tratta di un “ammasso” (knob) insolito nel giro postcentrale dell’emisfero destro che in effetti potrebbe essere collegato alla famosa abilità di E. di saper suonare il violino (con tanto di ricerche che danno conforto a questa possibilità). Falk (2009) sostiene le conclusioni di Witelson a proposito delle caratteristiche peculiari dei lobi parietali di E. suggerendo, tuttavia, che queste siano connesse alle “alte prestazioni del fisico nelle operazioni matematiche e visuospaziali“.

Einstein’s brain. Image: Falk et al./The Lancet

Einstein’s brain. Image: Falk et al./The Lancet

Nel 2012 Falk e collaboratori hanno pubblicato un nuovo articolo sull’analisi dettagliata della morfologia di superficie del cervello di E. basandosi sulla scoperta di nuove foto, donate dal dr. Harvey al Museo Nazionale della Medicina e della Salute di Silver Spring, nel Maryland. C’è persino un app per iPhone, Einstein Brain Atlas, che consente di esaminare nel dettaglio le nuove slide. Questo nuovo studio segnala innumerevoli differenze anatomiche, “un po’ più spesso qui, insolitamente più sottile lì dietro quel solco, quello strano angolo giro che dovrebbe essere normalemnte diverso“, etc. etc. E’ un po’ una storia vecchia, l’ingenua tentazione frenologica di cercare nell’anatomia il meccanismo di una funzione mentale, scoprire per ogni bernoccolo un significato preciso.

Dopotutto, Falk e coll. (2012) non trovano conferma delle anomale sfericità e simmetria dei lobi parietali riscontrate nell’indagine di Witelson (1999). “Però, proseguono, abbiamo trovato una straordinaria espansione della parte laterale della corteccia somatosensoriale primaria sinistra e delle cortecce motorie primarie sinistre. In questo contesto è interessante ricordare le parole famose di E. quando sosteneva che pensare implica un’associazione di immagini e sentimenti e che, secondo E., gli elementi del pensiero fossero non solo visivi ma anche muscolari“.

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Ok, la spiegazione è suggestiva. Ma quanti ricercatori in passato hanno preso la dichiarazione di Einstein su come descrisse il suo pensiero e ne hanno formulato un’ipotesi che prevedesse il fatto che, data la “muscolarità” del pensiero di E. Ne derivava che le cortecce motorie e sensoriali dell’emisfero sinistro fossero “straordinariamente espanse”? Questo è un classico esempio di bias cognitivo in cui si collegano causalmente due eventi che hanno in comune solo una vicinanza temporale, post hoc ergo propter hoc.

Un attimo. Potreste obiettare che secondo alcune ricerche entrambi i lobi parietali destro e sinistro abbiano un ruolo importante nelle capacità matematiche. Dopo aver visto che ci sono interessanti indizi sulle anomalie dei suddetti lobi, sarebbe lecito generare l’ipotesi che il genio matematico di E. possa avere un fondamento anatomico nelle strutture parietali destra e sinistra. Falk risponde (ad esempio anche qui):

Questa ipotesi è basata sulla errata credenza che Einstein avesse una straordinaria intelligenza matematica. Ma egli non era una grande matematico. Le sue capacità matematiche erano tali che chiese un aiuto significativo ad alcuni matematici più competenti di lui.

Sembra di discutere sul sesso degli angeli. Semplicisticamente si tenta di associare una dimensione soggettiva forzatamente standardizzata (la capacità matematica) con una regione cerebrale. Coma se si voglia attaccare un post-it sul bernoccolo più prominente e dichiararne il record cognitivo. Ma allora c’è o non c’è qualche anomalia? Può esserci nella misura in cui tutti i cervelli mediamente s’assomigliano, ma la loro unicità in fondo si trova nella loro varianza statistica. Tutti i cervelli sono diversi, anomali per un occhio statistico.

Infine, c’è la questione del corpo calloso, il fascio nervoso centrale che tiene uniti i due emisferi. Il gruppo di Men (2012) ha analizzato alcune proprietà del corpo calloso basandosi sullo stesso gruppo di foto su cui hanno lavorato Falk e colleghi (2012). Essi hanno confrontato il corpo calloso di E. con quello di cervelli giovani e anziani esaminando 10 differenti caratteristiche (lo spessore, la linea mediale, il perimetro, etc.). Rispetto ai cervelli anziani (età media di 74.2 anni), il corpo calloso di E. (76 anni l’età in cui è morto) era nettamente diverso soprattutto per le maggiori dimensioni. Anche rispetto al gruppo di cervelli giovani, il cervello di E. risultava più grande su 6 proprietà. L’estesa connessione tra alcune parti degli emisferi spinge i ricercatori alla conclusione che siamo di fronte alla base neuroanatomica non tanto dell’intera intelligenza dell’insigne scienziato, ma “della sua straordinaria imagery [la capacità di manipolare immagini mentali, nda] e del suo genio matematico“.

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Il complesso di questi dati sul corpo callosum è impressionante. Ma come suggerisce Hines (2014) le 10 misure non sono indipendenti. Cosa significa? Che se “una parte del corpo calloso è più grande (o piccola) è molto probabile che le altre parti ne saranno condizionate allo stesso modo“. Men (2012) non ha condotto alcuna analisi statistica sulle intercorrelazioni tra le 10 variabili dipendenti. Peraltro, come per il discorso sulle mitiche capacità matematiche di E., non abbiamo alcun dato empirico (Einstein non è stato sottoposto ad alcun test psicometrico durante la sua vita) sulle sue presunte prodezze visuospaziali.

In conclusione, malgrado le affermazioni sensazionalistiche sulla natura del cervello di Albert Einstein sia dal punto di vista istologico che morfologico, Terence Hines, attraverso una puntigliosa revisione della letteratura scientifica, non ha trovato nulla di speciale che distinguesse il cervello di Einstein dai cervelli che esprimevano una intelligenza meno geniale. Il problema è sempre quello che accomuna tante ricerche di neuroscienze: il tentativo di trovare connessioni tra proprietà fisiche (forma, dimensione o struttura interna) con proprietà estremamente soggettive (il genio). Se le proprietà fisico anatomiche hanno un senso dal punto di vista scientifico (perché quantificabili), non lo hanno le seconde soprattutto perché basate in fondo sul solo cervello di Einstein.

Anche se trovassimo una presunta spiegazione nella sola nozione anatomica, sarebbe vera soltanto per il cervello di Einstein. Soltanto un numero sufficiente di cervelli di geni della fisica, comparabili al genio di Einstein, potrebbe consentire di approfondire statisticamente le correlazioni e costruire teorie generali. Il secondo aspetto è connesso “all’attitudine narrativa” di ogni cervello, pardon, mente umana: euristiche, bias e fallacie spingono ad attribuire causalità e storie coerenti e convincenti laddove i dati o non ci sono o sono manipolati in base alle aspettative di conferma. Analisi statistiche e una maggiore cura metodologica sono necessarie per le future ricerche sulle peculiarità del cervello di questo gigante della fisica, soprattuto anche come atto di rispetto verso la scienza che egli incarna con tale fascino e rigorosità.

Hines, T. (2014). Neuromythology of Einstein’s brain Brain and Cognition, 88, 21-25 DOI: 10.1016/j.bandc.2014.04.004

Anche gli psicologi sognano pecore elettriche?

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Da un’intervista a Josh Siegle, ricercatore del Massachusetts Institute of Technology (MIT), che ho letto su Wired:

C’è una grande quantità di strumenti commerciali utilizzati nelle ricerche neuroscientiche che in genere è costosa e difficile da maneggiare. “Le neuroscienze tendono ad acquisire una cultura affine a quella degli hacker: molte persone hanno un’idea molto specifica di come debba essere compiuto il loro esperimento, così si costruisce da sé gli strumenti che servono”.

Il problema è che pochi neuroscienziati condividono i dispositivi che hanno costruito. E dal momento che sono concentrati a creare gli strumenti per i loro esperimenti, i ricercatori spesso non tengono in considerazione alcuni principi di design come la modularità che, secondo Siegle, consentirebbe di riutilizzare i dispositivi in altri esperimenti. La produzione continuativa di questi attrezzi farebbe risparmiare tempo alle ricerche nel risolvere problemi già affrontati con successo da altri, che spesso costruiscono altri apparecchi da zero quando sono già stati affrontati con precedenti congegni.

Così Josh Siegle e il collega Jakob Voigts del Moore Lab alla Brown University hanno fondato l’Open Ephys, un progetto di condivisione di hardware e design open source a partire dalle loro progettazioni per fabbricare device utili a registrare i segnali elettrici dal cervello dei gatti.

Piuttosto che costruire da zero un nuovo strumento che successivamente andrebbe a finire in un angolo polveroso del laboratorio, essi hanno scelto un approccio modulare. Quindi condividono il processo creativo online per ricevere il feedback dall’ampia comunità neuroscientifica. “Se qualcuno sta lavorando a qualcosa di simile può collaborare insieme a noi”. Inoltre, i due ricercatori desiderano che i loro dispositivi possano essere personalizzati, così qualsiasi altro scienziato può facilmente modificarli per i propri obiettivi di ricerca.

Leggendo queste frasi e immaginando l’assemblamento di dispositivi e la personalizzazione del progetto non ho potuto trattenere un sogno. Non quello umanistico di Martin Luther King. Ma un sogno a metà strada tra realtà e scienza che è poi il serbatoio di ogni raconto fantascientifico. Sì, un sogno possibile ma improbabile. Ho sognato un approccio simile per la preparazione tecnico-teorica dello psicologo, che ci liberasse da tutti gli steccati che ogni scuola demarca per differenziarsi dalle altre. Così ciascun paradigma fornirebbe una componente operativa, verificata sul campo, efficace per i propri obiettivi (nell’ambito della clinica, della tecnologia, della riabilitazione, del lavoro, dell’educazione, della giustizia).

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Ho sognato la costruzione competitiva e interattiva intorno ad un progetto interdisciplinare che realizzasse una teoria unificata di modelli psicologici specifici, empiricamente controllati e condivisi. Ho sognato che la personalizzazione del modulo operativo fosse fondata sull’esperienza, certificata sul campo, per evitare arbitrari personalismi e che fosse aperta alla valutazione esterna. Ho sognato un compromesso tra umanesimo e scienza nella psicoterapia per garantire il superamento di ogni forma di metafisica e raggiro, e conseguire un’effettiva riduzione delle sofferenze mentali e fisiche della persona.

link all’articolo su Wired

È la scienza bellezza… e questo è terapeutico.

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E le repliche continuano nonostante le lamentele. È la scienza, bellezza. Il Many Labs Replication Project non si è fermato qui. Anzi, un articolo su Science ci informa che altri 100 ricercatori si sono aggiunti al progetto per riprodurre e verificare la correttezza di 27 esperimenti di psicologia noti in letteratura. Più della metà hanno ricevuto un parziale o completo insuccesso. E molti si chiedono: si tratta di un Rinascimento della psicologia in veste scientifica o di Inquisizione?

Mi sento come un presunto criminale che non ha diritto di difesa e non c’è modo di aver giustizia, afferma Simone Schnall della University of Cambridge U.K. studioso dell’embodied cognition. Si sente sotto accusa dopo l’esito negativo della replica di una ricerca del 2008 che metteva in evidenza come il senso morale potesse essere manipolato lavandoci la mani. Sette su otto esperimenti che riguardano l’embodiment e il priming non sono andati a buon fine (per un riepilogo leggi qui).

I revisori hanno utilizzato un protocollo per compiere le verifiche, preregistrando il disegno sperimentale, tutti i dati e le analisi statistiche che avrebbero adottato nel processo di replica degli esperimenti originali. Insomma, si sono comportati nel migliore dei modi (cioè quello scientifico). Ma alcuni ricercatori come la Schnall parlano di “replication bullying”. Anche perché sembra che, prima della pubblicazione dei risultati delle repliche, su alcuni siti sia trapelata qualche notizia dei primi risultati negativi.

Sia chiaro: è una situazione inedita nel mondo della psicologia. Sta crecendo la tendenza a servirsi di criteri più rigorosi, metodologie empiriche e ricerche basate su dati (data-driven), piuttosto che rimanere nel campo delle speculazioni e delle verifiche autoreferenziali. Ne deriva un dibattito che come in questo caso sfocia in reciproche accuse tra gli autori delle ricerche e gli scettici che dubitano della loro attendibilità. Secondo me, è un dibattito che non nuoce. Fa parte di un tratto tipico della mentalità scientifica: il dubbio a cui corrisponde automaticamente il controllo.

Per evitare che il dibattito possa rovinarsi ostacolando lo straordinario percorso intrapreso, lo psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman suggerisce di adottare una “replication etiquette”:

… dovrebbe essere un prerequisito obbligatorio per la pubblicazione delle repliche ottenere la collaborazione degli autori originari degli esperimenti, i quali dovrebbero essere coinvolti nei processi di replica per dimostrarne la loro buona fedeIn fondo, [anziché parlare di bullismo metodologico], gli psicologi dovrebbero affrontare il problema replicando da sé il proprio lavoro.

Mi sembrano delle osservazioni molto sagge. Dopotutto, che qualcuno in un’altra parte del mondo riproduca la tua ricerca e, se accade, ne dimostri le falle non è bullismo. È la scienza bellezza, e questo è terapeutico.

link all’articolo su Science
link all’articolo dove parlo del Many Labs Replication Project

Vuoi avere successo? Non provarci

Quando ti danno i consigli giusti per raggiungere i tuoi scopi, chiedi in quali occasioni si sono rivelati sbagliati. In un articolo di Sam Mcnerney che vale la pena leggere trovate una serie di consigli di questo tenore:

I consigli negativi (cosa non fare) sono più utili dei consigli positivi (cosa fare). Dovremmo ascoltare di più chi sbaglia e non chi ha successo. Se vuoi proseguire gli studi all’università, parla con chi ha abbandonato e non con i professori; se aspiri a diventare un imprenditore, parla con chi non è riuscito […]; se vuoi sposarti non parlare con le coppie felici ma con chi ha divorziato; se vuoi intraprendere una carriera da attore non avere come riferimento un premio Oscar […]; se vuoi vendere un libro, vai su Amazon e leggi tutte le cattive recensioni dei tuoi preferiti. Se vuoi diventare una top model, cerca una antimodella […]. In conclusione, quando sei in cerca di conoscenza, spesso puoi avvicinarti alla verità attraverso la contraddizione e la sottrazione, non grazie alla conferma.

Il problema è che la maggior parte dei consigli “in negativo” (negative-advice) li trovi nel “cimitero”. Infatti, tutti gli errori o i fallimenti (molto più numerosi) vengono citati di rado. Si preferisce puntare i riflettori sulle (esigue) conferme. Ad esempio, di solito nella sezione di psicologia di una libreria trovi il libro intitolato “Dieci passi per essere felici”. Al momento di sfogliarlo ed essere tentati di comprarlo, sarebbe utile (anche per il portafoglio) chiedersi dove siano i libri scritti da coloro che hanno seguito i dieci passi e non sono diventati felici.

Secondo una storia riportata da Cicerone che ho trovato nel libro Il cigno nero, come l’improbabile governa la nostra vita di Nassim Taleb, ad un certo Diagora (che non credeva agli dei) furono mostrate delle tavolette in cui erano raffigurate delle persone che pregavano e che in seguito ad un naufragio erano sopravvissute. Ok, rispose, ma dove sono le tavole di coloro che hanno pregato e sono poi annegati?

Il succo della storia è questo: le prove che falsificano un’idea o un’ipotesi sono difficilmente reperibili. Ma ti converrebbe chiederne conto. Spesso, un’idea per una serie di motivi batte tutte le concorrenti e piglia tutto. Il resto viene condannato al silenzio. Le prove alternative diventano silenziose. Pensate a Google che ha sbaragliato i concorrenti e praticamente destinato al dimenticatoio tutti i motori di ricerca che conoscevamo prima. La storia è piena di cimiteri delle prove che sconfessano i grandi risultati. Sono prove silenziose i cui autori immancabilmente sono morti con esse.

Notizie scientifiche: istruzioni per l'uso

Le notizie scientifiche sono difficili da maneggiare. Scrivere o leggere articoli di scienza comporta dei rischi, sia quando la scienza deve essere raccontata in brevi articoli che devono incantare più che spiegare sia perché il lettore non ha tempo da perdere. Un professore di chimica ha elencato in un efficace grafico i comuni errori che ricorrono nella divulgazione scientifica.

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In dodici punti, l’Autore indica le trappole nascoste dentro le notizie scientifiche trasmesse dai media. Io che mi occupo anche di divulgazione psicologica e neuroscientifica non mi scandalizzo. Il mondo dove lavoro e su cui scrivo è pieno di storie strane dove è difficile discernere le ipotesi serie o le intuizioni brillanti dalle patacche (leggi ad esempio qui il problema connesso con le aspettative e il placebo). Traduco brevemente per il lettore italiano i dodici bias in questione:

  1. titoli sensazionali che hanno lo scopo di attrarre l’attenzione per essere letti (e vanno dall’eccessiva semplificazione alla distorsione).
  2. I risultati interpretati scorrettamente per costruire una storia da raccontare (sarebbe meglio leggere la ricerca originale).
  3. Il conflitto di interesse che riguarda il legame tra scienziati e finanziatori (condizione che non sempre necessariamente invalida la ricerca).
  4. La correlazione e la causalità spesso sono ritenute la stessa cosa. In realtà, la correlazione implica un rapporto di interdipendenza fra due variabili, ma è fuorviante decidere chi è causa dell’altra.
  5. Le speculazioni sono solo speculazioni. Attenzione quindi alle interpretazioni indebite se non ci sono conferme sperimentali.
  6. La dimensione troppo piccola dei campioni è un classico problema che penalizza la ricerca in molti settori. La psicologia e le neuroscienze ne sono vittime illustri. Un limitato numero dei partecipanti impoverisce l’affidabilità dei risultati. Informatevi del numero di soggetti coinvolti.
  7. I campioni non rappresentativi non consentono di applicare i risultati al di fuori del gruppo sperimentale (dato che non rappresentano la popolazione generale).
  8. L’assenza del gruppo di controllo compromette l’affidabilità della ricerca (accanto al gruppo sperimentale è necessario costituire un gruppo di controllo che non riceva la variabile testata).
  9. La mancanza di procedure a doppio cieco per evitare l’effetto aspettativa sia del ricercatore che del soggetto.
  10. La selezione di dati da altre indagini a sostegno delle conclusioni della ricerca, senza menzionare quelli che la falsificano.
  11. L’assenza di repliche da parte di ricerche indipendenti, necessarie per confermare l’affidabilità dei risultati.
  12. L’assenza di revisione (per-review) dell’articolo e le citazioni. L’articolo, soprattuto dei grandi giornali popolari, dovrebbe essere controllato da un esperto indipendente per evitare imbrogli. Inoltre, l’ampio uso di citazioni “scientifiche” non sempre è indice di credibilità.

Tenere in mente questi punti può aiutare giornalisti, blogger, psicologi, clinici o ricercatori che scrivono di psicologia e neuroscienze a trasmettere informazioni trasparenti, stimolanti e possibilmente utili. Per il lettore, l’elenco serve a non farsi imbrogliare.

Un ampio numero di persone leggerà notizie scientifiche dai siti web e raramente andranno a cercare la ricerca su cui sono basate. Personalmente, penso che sarà quindi importante che queste persone siano in grado di individuare le metodologie scientifiche scorrette o riconoscere quando l’articolo va oltre le conclusioni della ricerca. E’ l’obiettivo principale di questo grafico. Aggiungo che questa non è una panoramica esaustiva, nè implica che la sola presenza di uno dei punti trattati automaticamente autorizzi a respingere la ricerca. L’intento è quello di fornire una guida efficace per essere attenti quando leggete articoli di scienza o valutate la ricerca.

La chimica insomma può aiutare la psicologia. Non solo per quanto riguarda le parole (leggi qui per una spiegazione), ma anche per i consigli su come discernere la buona scienza da quella cattiva nelle notizie scientifiche.

Sarò lieto di aggiornare il grafico se avrete altro da aggiungere ai 12 punti nei vostri commenti.

link al blog Compound Interest
link alla pagina del grafico

Il cervello degli artisti

Sembra che la materia “bianca e grigia” del cervello degli artisti sia differente. Sono le conclusioni di una ricerca preliminare pubblicata su NeuroImage

I soggetti hanno eseguito durante la scansione esercizi di disegno. I punteggi erano correlati con il volume di materia grigia e bianca nelle strutture corticali e subcorticali. E’ stato osservato un incremento di densità della materia grigia nel cervelletto anteriore sinistro e nel giro frontale mediale destro in relazione all’abilità di disegno. Esercizi di artistica erano inoltre correlati con un aumento della materia grigia nella parte destra del precuneo. Questi dati suggeriscono che l’abilità nel disegno è connessa con cambiamenti nelle strutture coinvolte nel controllo motorio fine e nella memoria procedurale. Inoltre, l’esercizio nel disegno è associato ad un rinforzo delle strutture deputate alle operazioni mentali visive [visual imagery]. Questi risultati confermano le conclusioni di altre ricerche che impiegano la fMRI e gettano nuova luce sulle proprietà del cervello artistico in via di sviluppo.

E’ uno studio preliminare in cui è stata impiegata la morfometria basata sui voxel per analizzare i cervelli di 21 studenti d’arte e 23 studenti non artisti. Il ristretto numero di soggetti nel campione è uno dei seri problemi metodologici delle ricerche che fanno uso delle tecnologie di neuroimaging.

Però ci sono due aspetti che mi piace sottolineare. Il primo riguarda il fatto che, contrariamente alla mitica credenza sul differente “profilo psicologico” dei due emisferi (analitico e logico il sinistro, “olistico” e creativo il destro), sembra che le differenze anatomiche siano equamente distribuite a destra come a sinistra. Insomma, gli artisti non usano di più l’emisfero destro. Sarebbe interessante semmai analizzare le differenze di genere.

Il secondo aspetto riguarda la menzione della memoria procedurale, cioè la possibilità di cambiamento plastico nelle fibre nervose della materia bianca. Ci sono studi che dimostrano che proprio i fasci assonici della materia bianca (dal colore bianco rosato degli assoni su cui viaggia il potenziale d’azione) cambino in funzione dell’apprendimento

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Anche se le differenze psicologiche tra i due emisferi destro e sinistro spesso risultano privi di fondamenta, specifiche specializzazioni neurocognitive nell’architettura spaziale del cervello sono ormai confermate dalla letteratura scientifica. Segnalo, infine, a proposito di un approccio “topologico” del cervello, un recente libro di Kosslyn e Miller che propone di considerare le differenze cognitive in una prospettiva “verticalizzata” del cervello, con precise differenze computazionali tra i due piani: quello “alto” dedicato all’ideazione ed esecuzione di progetti, quello “basso” all’elaborazione dell’informazione sensoriale del mondo esterno.

link alla ricerca su NeuroImagine
link al libro di Kosslyn e Miller

Placebo, aspettative e doppio cieco

Il placebo compie strane magie. Se credi di aver preso qualcosa che dovrebbe farti sentir meglio, con tutta probabilità ti sentirai meglio. Sei stato stregato dal placebo. E’ un paradosso: è una scatola, non contiene nulla e nonostante ciò offre qualcosa.

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In medicina, il placebo gioca un ruolo cruciale nella fase di sperimentazione di un farmaco. I ricercatori per testare un nuovo farmaco ad esempio devono osservarne gli effetti nel gruppo sperimentale (GS) rispetto al gruppo di controllo (GC). Quest’ultimo in genere riceve il trattamento standard ma qualora per diverse ragioni non sia disponibile i ricercatori optano per il placebo. Si tratta di un prodotto in apparenza uguale al farmaco (un’iniezione, una pillola, etc.) ma senza alcun effetto dato che non contiene alcun principio attivo. E’ un brillante espediente per osservare se c’è un effettiva differenza tra il nuovo farmaco e il placebo. 

La prassi sperimentale prevede che nessun soggetto appartenente ai due gruppi sappia se ha ricevuto il trattamento o il placebo. Il problema da evitare sono le attese dei partecipanti. Le aspettative hanno il potere di creare un effetto positivo anche se il farmaco non funzionasse (nel gruppo sperimentale, GS) e persino se ricevessi la pillola senza principio attivo qualora facessi parte del GC .

Per evitare gli effetti placebo, i ricercatori non dicono al soggetto se sta ricevendo il trattamento o il finto trattamento assegnando casualmente il partecipante ad uno dei due gruppi. Questa procedura di randomizzazione (da random, “casuale”) serve per rimediare alle influenze involontarie degli stessi sperimentatori. Infatti pure le aspettative dei ricercatori possono influire sui risultati. Ad esempio, possono “involontariamente” assegnare al GS soggetti che stanno meglio rispetto ai partecipanti del GC sicché è più probabile osservare miglioramenti nel GS rispetto al GC. Ma in questo caso il miglioramento non è più dovuto al farmaco.

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La soluzione metodologica è quella di non dire né al paziente né allo sperimentatore cosa si sta sperimentando e a quale gruppo si appartiene. E’ una soluzione a doppio cieco: da un lato, lo sperimentatore non sa se sta somministrando il placebo o il trattamento e in certe circostanze persino la natura del trattamento, dall’altro lato il partecipante non sa se riceve l’uno o l’altro e, in certe circostanze, non conosce neppure lo scopo della ricerca.

In psicologia purtroppo le precauzioni metodologiche come il doppio cieco diventano problematiche. Walter Boot della Florida State University e Daniel Simons della University dell’Illinois, in un bell’articolo approfondiscono tutte le insidie delle aspettative e del placebo nelle ricerche di psicologia. E’ difficile somministrare un protocollo di intervento senza dire nulla al paziente. Ad esempio: se somministri un trattamento ad un depresso, è inevitabile che questi sappia e si aspetti dei risultati. E le sue attese possono influenzare i risultati proprio a causa dell’effetto placebo.

I due ricercatori fanno l’esempio dei videogame. C’è una importante letteratura scientifica che mostra i benefici cognitivi dei videogame (vedi ad esempio qui e qui). Simons e Boot hanno tentato di replicare alcune di queste ricerche senza riscontrare gli stessi risultati. Secondo loro non sono state controllate le aspettative dei partecipanti. In un esperimento su 400 soggetti, i giocatori davanti ad un gioco di azione si aspettavano preventivamente di migliorare le capacità visive e  attentive rispetto a chi nel gruppo di controllo ha eseguito un gioco come il Tetris e dal quale invece si aspettavano di migliorare la capacità di ruotare mentalmente gli oggetti. Cosa che si è puntualmente verificata. E’ una distorsione metodologica dovuta alle aspettative del soggetto piuttosto che al gioco in se stesso (cioè alla variabile indipendente o sperimentale).

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Questo scenario non implica che le ricerche siano sbagliate. Anzi nel settore dei videogame sono tra le più sicure. Semmai non sono definitive, perché il gruppo di controllo non si comporta come il placebo negli esperimenti del farmaco a doppio cieco. L’esistenza del GC in se stessa non è sufficiente per aggirare le aspettative e le conseguenze dell’effetto placebo come accade nella sperimentazione di un farmaco.

Stessa sorte è toccata ad un’ampia gamma di ricerche di psicologia, dalle psicoterapie ai test per migliorare le prestazioni cognitive. Una lunga lista di ricerche in cui non vi è alcuna analisi sulle aspettative dei soggetti impiegati negli esperimenti. “L’ironia, dichiara sommessamente Simmons, sta nel fatto che proprio gli psicologi dovrebbero comprendere la potenza degli effetti dovuti alle aspettative!“. Il fatto è che spesso gli sperimentatori di psicologia sono più vulnerabili e influenzano con le loro aspettative i soggetti sperimentali spingendoli involontariamente a comportarsi in un certo modo in base alle proprie attese.

Un altro esempio è costituito dalle aziende che producono in misura sempre crescente programmi per il miglioramento delle abilità mentali (brain-training) attraverso semplici compiti (vedi qui, qui e qui). Si tratta di un mercato in via di espansione, con una forte influenza sull’immaginario collettivo e nelle politiche educative e della salute mentale. Spesso, a sostegno dei loro prodotti, vengono citate ricerche che hanno utilizzato gruppi di controllo che non svolgevano nulla e quindi con aspettative al ribasso rispetto a quelle dei soggetti del gruppo sperimentale. Ancora una volta non vengono presi nella dovuta considerazione gli effetti placebo. 

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Poter controllare le aspettative è un punto cruciale per rafforzare il valore scientifico della ricerca. Il metodo del doppio cieco è fondamentale e, laddove non appicabile, è possibile rimediare verificando le aspettative dei partecipanti adeguando il disegno sperimentale di conseguenza. Nella ricerca menzionata sul videogame di azione, ad esempio, al GS poteva essere affiancato un gruppo di controllo che si aspettasse di migliorare le stesse abilità cognitive ma con un gioco diverso. Gli psicologi possono insomma conoscere in anticipo le aspettative e manipolarle. Ad esempio dicendo ad una parte di entrambi gruppi di aspettarsi un miglioramento, viceversa dichiarando ai rimanenti di non aspettarsi nulla. Potrebbero oppure affermare di aspettarsi dei benefici dopo uno specifico periodo di addestramento e testare i partecipanti prima e dopo quest’intervallo.

Serve una combinazione calibrata di procedure di controllo per riconoscere e comprendere l’influenza delle aspettative e garantire la validità dei risultati nelle ricerche in psicologia. Si riducono i costi, si evitano errori clamorosi, vengono individuate immediatamente le frodi. Ma non è facile per uno psicologo sperimentale “gestire” la soggettività, autentico rompicapo per una psicologia galileiana.

link alle ricerche di Simmons e Boot qui e qui

Le sfide della Psicologia nel 2014

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Un articolo molto importante di Chris Chambers è apparso sul Guardian e riguarda il futuro della psicologia. L’Autore, ricercatore di neuroscienze cognitive, stila 5 punti in cui intravvede importanti passi in avanti per una maggiore credibilità della ricerca in psicologia.

Chambers inizia l’articolo menzionando una ricerca del 1959 di Ted Sterling quando analizzò 294 articoli di ricerca pubblicati sulle più importanti riviste scientifiche di psicologia. Sterling scoprì che il 97% delle ricerche riportavano risultati positivi, cioè confermavano le ipotesi. E formulò alcune domande: che fine hanno fatto le ricerche con risultati negativi? Perché vengono pubblicate solo ricerche che confermano le ipotesi e mai quelle che provano a confutarle? La ricerca in psicologia è sempre vera, corretta, così inarrestabile? No e da quel momento ci si aspettò che questa pratica poco scientifica fosse risolta.

Invece, quando nel 1995 Sterling ripeté la ricerca trovò gli stessi numeri e lo stesso problema della “censura” dei risultati negativi e non è stato il solo a imbattersi in questa scorretta prassi metodologica. I bias nella ricerca sono difficili da sradicare. Però qualcosa sta cambiando grazie soprattutto ad una nuova generazione di psicologi più giovani. Vengono messe da parte ricerche che non possono essere replicate, si evitano le riviste che danno valore solo ad aspetti interpretativi e non quantitativi della ricerca ed è in declino la vecchia cultura accademica che gestiva i dati di ricerca come proprietà personale.

Ma vediamo i 5 punti chiave dove sono in corso dei cambiamenti significativi in psicologia:

 

1) La replica

Un classico problema in psicologia. La regola dice che ogni ricerca deve essere riprodotta da ricercatori indipendenti, soprattutto se si tratta di una nuova scoperta. Se così non fosse, regnerebbe la libertà di sostenere qualsiasi teoria senza alcun fondamento oppure di rivelare scoperte i cui risultati però sono sbagliati (vi ricordate la storia dei neutrini?). Non ci sarebbe alcun progresso scientifico. In psicologia purtroppo siamo piuttosto indietro. Spesso vengono pubblicate ricerche che rivelano risultati sorprendenti e che generano titoli accattivanti sui giornali. Eppure, raramente vengono replicate da altri ricercatori. Perché sprecare altre risorse che già sono poche? Persino le riviste scientifiche spesso incoraggiano la pubblicazione di queste ricerche e tendono a evitare le ricerche che “deludono” le aspettative di ricerca.

Cambiamento: i nuovi psicologi hanno capito l’importanza della replica. Ho già scritto ad esempio in questo articolo del Many Labs project costituito da un gruppo di oltre 50 ricercatori in 36 laboratori sparsi nel mondo che hanno replicato 13 grossi esperimenti di psicologia (10 dei quali hanno ricevuto conferma), coinvolgendo oltre seimila partecipanti. Perspectives on Psychological Science ha lanciato di recente l’iniziativa di pubblicare le repliche di ricerche passate e giornali come  BMC Psychology o PLOS ONE danno la precedenza a ricerche che verificano i risultati di altri esperimenti.

 

2. L’accessibilità

Ecco un altro problema serio. Se volete scaricare un articolo di ricerca da una rivista online nella maggior parte delle volte dovrete sborsare in media 35 dollari. Anche gli enti di ricerca pagano per mettere a disposizione gratuitamente gli articoli ai ricercatori. Ora, se lo Stato paga perché siano resi disponibili a studenti e ricercatori questi articoli, perché noi liberi cittadini non abbiamo gli stessi diritti di accesso dato che i soldi dello Stato (attraverso cui finanziamo la ricerca) sono quelli delle nostre tasse? 

Cambiamento: il movimento open access sta crescendo e aumentando la sua influenza. Le spinte verso l’apertura dei paperi (in gergo viene chiamato papero l’articolo di ricerca che in inglese è denominato “paper”) stanno ottenendo importanti successi affinché possano essere scaricati liberamente, grazie anche all’intervento di istituzioni e fondazioni che pagano un extra per l’open access. Certo, una strana soluzione pagare due volte un articolo per renderlo aperto al pubblico.

 

3. L’apertura scientifica

In psicologia non c’è condivisione dei dati. I dati raccolti durante gli esperimenti spesso non vengono pubblicati rendendo impossibile gli studi di metanalisi e nascondendo le false analisi di ricercatori poco onesti (vedi il caso di Diederik Stapel, psicologo sociale che ha inventato e manipolato i dati nei suoi 55 articoli di ricerca).

Cambiamento: oggi i ricercatori tendono ad introdurre in appendice tutti i dati. Ci sono prove confortanti che dimostrano come la condivisione dei dati aumenti la qualità della ricerca e diminuisca gli errori statistici. Psychological Science premia con un Open Data badge i ricercatori che inseriscono i loro dati, i quali usufruiscono di vari benefici tra cui l’accesso agli archivi di ricerca per metanalisi o altre ricerche.

 

4. I grandi numeri

Uno dei problemi che affligge il mondo della ricerca in psicologia è collegato alle dimensioni dei campioni, spesso di piccole dimensioni sia per la difficoltà di reclutamento sia per la povertà di risorse economiche. Un campione di pochi soggetti è improbabile che rappresenti la popolazione in generale, sicché le scoperte che potrei trovarci non sarebbero applicabili al di fuori di esso (validità esterna nulla).

Cambiamento: ci sono strumenti innovativi impensabili fino a qualche anno fache superano gli ostacoli del reclutamento ed internet rappresenta davvero la svolta. Ad esempio, l’Amazon Mechanical Turk (AMT) è un servizio di reclutamento online che con piccole somme di denaro consente di raccogliere dati da migliaia di partecipanti. Un altro esempio è costituito dall’unione delle forze tra diversi operatori che mettono a disposizione i loro dati per altre ricerche, come nello straordinario disegno di ricerca di Tom Stafford che ha raccolto i dati di oltre 850.000 persone.

 

5. Limitare i “gradi di libertà”

In psicologia lo strumento di analisi più utilizzato è la statistica. Ma facciamo un passo indietro. Per scoprire se l’ipotesi è vera lo psicologo manipola nell’esperimento la variabile indipendente che secondo ipotesi causa un effetto (variabile dipendente). Per essere sicuro di questa relazione causale è necessario una controprova non somministrando la variabile indipendente in un altro campione (detto di controllo). Faccio un esempio: al campione sperimentale si chiede di giocare mezz’ora al giorno a tetris (variabile indipendente) perché secondo ipotesi aumenta le prestazioni visuospaziali (variabile dipendente) dell’utente; viceversa, il campione di controllo non viene sottoposto al gioco del tetris (non somministro la variabile indipendente). Il ricercatore effettua analisi statistiche sui dati raccolti per verificare che esista la relazione causale nel campione sperimentale (il tetris migliora le prestazioni cognitive) e che ci sia una differenza significativa con il gruppo di controllo (se non c’è il tetris non c’è in effetti un miglioramento).

La preoccupazione dello sperimentatore è quello di tenere a bada le variabili che non interessano (variabili intervenienti) anche attraverso le analisi statistiche per garantirsi un certo livello di certezza qualora venga confermata l’ipotesi. Il problema è evidente, rispetto alle altre discipline in cui l’ipotesi è vera o falsa senza troppe “sfumature”, lo psicologo si muove all’interno di un ambiente statistico dove l’ipotesi ha un valore di certezza di natura probabilistica.

Il ricercatore può a questo punto utilizzare diversi modelli statistici pur di ottenere i risultati desiderabili, rimuovendo tutti quelli che non vanno nella direzione attesa e riportando nell’articolo solo l’analisi statistica che ha funzionato per il suo scopo facendo di tutto per tenere il valore atteso sotto il 5% di significatività (p<.05). E’ un po’ come comprare tutti i biglietti alla lotteria. Ecco perché Sterling nel 1959 e cinquant’anni dopo ha trovato solo ricerche con risultati positivi senza alcuna menzione di tutte le (probabili) operazioni statistiche effettuate.

Cambiamento: la soluzione che sta ormai adottando un crescente numero di ricercatori psicologi è quella della pre-registrazione del disegno sperimentale, cioè registrare anticipatamente la ricerca su un sito riconosciuto dalla comunità scientifica, dichiarando le analisi che verranno utilizzate e i risultati attesi. Un approccio standard in medicina per prevenire i problemi legati al bias dell’aspettativa dello sperimentatore. Le riviste scientifiche CortexAttention Perception & PsychophysicsAIMS Neuroscience e Experimental Psychology offrono la possibilità di pre-regitrare gli articoli prima della realizzazione delle ricerche. Questa possibilità consente al giornale di selezionare gli articoli non più badando solo ai risultati ma anche alla qualità scientifica del lavoro sperimentale. Nel 2013 in occasione della Dichiarazione di Helsinski sono stati dettati i principi etici per la ricerca medica tra cui è richiesta la pre-registrazione pubblica prima del reclutamento di soggetti umani per l’esperimento.

Ci sarebbero però altri punti che mi piacerebbe aggiungere, avremo modo di ritornarci durante il corso dell’anno per aggiornarci su questi 5 che ho riportato. Due su tutti: 1) il rapporto tra ricercatori e clinici che sembra mostrare promettenti sviluppi (vedi qui ad esempio), 2) il rapporto tra psicologia e tecnologia in chiave terapeutica (vedi qui). Sarebbe molto interessante sapere cosa ne pensino i principali attori istituzionali (Ordine degli Psicologi, Ministero della Salute, Istituto Superiore della Sanità, accademici, i colleghi psicologi e psicoterapeuti, psichiatri e riabilitatori, etc.) del panorama italiano. Sarebbe un buon risveglio dal lungo sonno della psicologia italiana del Novecento.

link all’articolo sul The Guardian