Il futuro del cervello

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Dal libro The Future of the Brain di Gary Marcus e Jeremy Freeman che raccoglie una serie di saggi scritti da influenti neuroscienzati, un estratto che fa riflettere:

Da un punto di vista più personale che scientifico, la cosa più importante che ho imparato consiste nel diffidare dagli sprechi di tempo e di denaro, consiste nel non farsi prendere la mano dalla tecnologia e infine siate sospettosi delle “iniziative”. La scienza dovrebbe essere guidata dagli interrogativi generati dalla ricerca e dalle analisi approfondite piuttosto che da iniziative dall’alto [governative, ndr]. Ho anche imparato ad essere sospettoso degli slogan tipo “E’ il decennio di” qualsiasi cosa:  il Cervello, la Mente, la Coscienza [ad esempio vedi qui, ndr]. Non ci dovrebbero essere limiti alla scoperta. Veramente qualcuno crede che questi fenomeni complessi e non lineari saranno risolti in dieci o anche in cento anni? Aspettative temporali così strette possono danneggiare le importanti, graduali e apparentemente piccole scoperte che gli scienziati compiono ogni giorno nelle loro ricerche di base non imposte. Le scoperte scientifiche di base sono sempre state alla base del progresso clinico. Sicuramente vale la pena sovvenzionare le grandi questioni [big questions] e lo sviluppo di tecnologia innovativa, ma il processo dovrebbe essere dettato dagli scienziati e dalla scienza.

link al libro su Amazon

Le relazioni pericolose tra ricerca e news

imagesUn team di ricercatori inglesi ha analizzato 462 articoli di ricerca biomedica prodotti nel 2011 da 20 università in Gran Bretagna e ha scoperto che buona parte degli articoli scientifici contiene 3 tipi di affermazioni esagerate: prescrizioni eccessive (40% dei casi), interpretazioni causali inappropriate (33%) e inferenze scorrette sugli uomini a partire da studi su animali (36%).

Quando gli articoli di ricerca contengono questi bias metodologici aumenta la probabilità che vengano scritti articoli sui giornali per il grande pubblico caratterizzati da simili errori. In sostanza, il problema di fornire una notizia sbagliata di medicina o di psicologia non è da addebitare soltanto al giornalista, ma anche alla fonte scientifica su cui si basa. Anche se spesso il giornalista è inaccurato o svogliato nel riportare il contenuto di una ricerca, spesse volte è proprio l’articolo di ricerca che conduce all’errore.

Gli articoli di ricerca studiati provengono dalla ricerca biomedica con ripercussioni sulla salute e in generale il benessere della persona (medicina, psicologia, neuroscienze). Sono ambiti in cui la ricerca ha tra i suoi primari obiettivi la comprensione, la prevenzione e la cura dei malesseri dell’uomo e la promozione del benessere. E’ dunque inevitabile il rischio di forzare i dati per trarne un’interpretazione di causa ed effetto laddove invece sono state trovate correlazioni o nel fornire raccomandazioni esagerate sulle abitudini comportamentali.

L’indagine del team inglese arricchisce il quadro delle relazioni tra ricerca e media, come abbiamo già visto in un altro articolo sull’impatto delle neuroscienze nella sfera pubblica. I risultati della ricerca sono illuminanti: un articolo di ricerca che contiene prescrizioni esagerate (exaggerated advice) ha una probabilità 6.5 maggiore di generare news con altrettante esagerazioni. Il rischio sale di 20 volte se contiene affermazioni causali inesatte e ben 56 volte maggiore quando si formulano inferenze sull’uomo a partire da studi sugli animali.

L’allarmismo o il sensazionalismo fanno parte delle armi retoriche dei giornalisti e dei divulgatori per attrarre l’attenzione dell’utente. Niente di scandaloso, il mondo è ipersaturo di informazioni ed è inevitabile che si possa anche scrivere puntando più sull’impatto emotivo che su quello critico di chi riceve l’informazione. L’auspicio è che ci sia sempre un equilibrio tra forma e sostanza. A maggior ragione ci si aspetta che la sostanza fornita dagli articoli di ricerca sia integra.

In realtà la realtà culturale cambia e i processi competitivi e di autopromozione tra i vari istituti di ricerca per ricevere fondi oggi fanno la differenza. Processi che vanno pericolosamente ad interagire con la stampa molto più di un tempo. L’unica certezza che ci salvaguarda da questo genere di errori resta la capacità di critica e di controllo che per definizione sono l’essenza stessa della comunità scientifica moderna.

link alla ricerca

Domanda rivolta agli psicologi

Ogni anno sul sito Edge viene posta una domanda speciale rivolta principalmente a scienziati e pensatori di tutto il pianeta. La domanda del 2014 è stata la seguente:

Quale idea scientifica è pronta per essere ritirata?

Il regista Jesse Dylan ha prodotto un piccolo splendido video di 4 minuti in cui ha montato le sintetiche risposte alla domanda annuale di Edge da parte di ricercatori e intellettuali di spicco nel panorama mondiale. Tra gli intervistati segnalo il filosofo e scienziato cognitivo Daniel C. Dennett, lo studioso di tecnologia George Dyson, Kevin Kelly scrittore e pensatore di cultura digitale, lo psicologo sperimentale e divulgatore scientifico di fama mondiale Steven Pinker e Lee Smolin, noto fisico teorico che studia l’ineffabile complessità della meccanica quantistica.

La domanda potrebbe essere “personalizzata” e rivolta al mondo accademico e professionale degli psicologi: quale concetto psicologico è pronto per essere rimosso perché ormai privo di ogni fondamento e controllo scientifico?

A voi lettori, la possibile risposta.

link all’Annual Question di Edge

Scimmie, algoritmi, libri

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C’è sempre la possibilità che entro un intervallo di tempo indefinito una scimmia, a forza di battere i tasti di una macchina da scrivere, componga un capolavoro letterario o riscriva la Divina Commedia. Affronta la questione in un brillante articolo Ben Ehrlich su The beautiful brain, suggerendone affascinanti scenari.

Nel caso della scimmia il risultato sarebbe significativo come l’originale, ma è improbabile che il primate generi un tale prodigio a causa della durata del nostro universo. Alcune persone stanno addirittura provando a programmare un computer che generi libri. Philip Parker, un professore di marketing alla INSEAD Business School, sta lavorando ad un programma che in base a poca informazione riesce a simulare i processi mentali di un esperto. Il processo impiega trenta minuti e, secondo Parker, è in grado di elaborare racconti, romanzi oltre ad elementari componimenti poetici (il programma ha già prodotto oltre 200.000 libri).

In effetti, oggi gli algoritmi sono parte integrante di una moltitudine di attività quotidiane, dalla scelta di un libro alle previsioni del tempo. La novità è rappresentata dalla generazione “spontanea” di contenuti senza il controllo del “programmatore”. È quello che sta accadendo di recente ad esempio con la generazione di notizie attraverso algoritmi autonomi (could robots be the journalists of the future?) .

Ben Ehrlich aggiunge un’interessante osservazione partendo da un episodio personale. Dettando un messaggio a Google Voice perché fosse trascritto nel cellulare, il programma ha alterato alcune parole e la loro combinazione sintattica stravolgendo il significato originale. Qualcosa che succede a tutti noi, quando scriviamo velocemente un sms e il t9 propone parole che non rispecchiano le nostre aspettative. Come se lo smartphone o il tablet prendessero il nostro posto. E se davvero l’algortitmo che sta dietro la tastiera sta lentamente prendendo il nostro posto? Ehrlich ha scritto quanto segue:

Nell’era digitale, [il saggio] La morte dell’Autore di Roland Barth sembra anticipare tutto. Che ne sarà della creatività? Mi piace pensare al brano tratto da Ritratto di un artista da giovane di James Joyce: “l’artista, come il dio della creazione, rimane dentro o dietro o oltre o sopra la sua creazione, invisibile, purificato, fuori dall’esistenza, indifferente, che si taglia le unghie”. Forse alludeva al programma di un computer.

Forse le incursioni lessicali dell’algoritmo non sono altro che piccole licenze psicologiche. E’ un po’ ciò che succede quando mentre dormiamo improvvisamente il sogno sostituisce, altera o si prende gioco delle nostre intenzioni e credenze da svegli.

link a The beautiful brain

La fine della psicologia.

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Siamo arrivati al capolinea, si prega di scendere. L’annuncio dell’Associazione degli Psicologi Americani (APA) ha l’effetto di un terremoto in tutta la storia della psicologia. Ieri, la clamorosa dichiarazione ufficiale: interruzione immediata di ogni ricerca in psicologia e chiusura degli uffici accademici. Una delle più grandi e importanti istituzioni al mondo ha gettato la spugna: “non c’è alcuna speranza di poter studiare la mente fino in fondo”. Ecco quanto ha dichiarato Nadine Kaslow, presidente dell’APA, in conferenza stampa insieme ai rappresentanti di spicco delle più importanti aree psicologiche:

Abbiamo impiegato anni e anni per capire come funzionasse la mente, ma oggi sono costretta ad ammettere che questo tipo di ricerca non è stata altro che una missione imposssibile. In effetti, siamo noi i più pazzi di tutti […]
Può l’occhio osservare se stesso? Può un libro leggersi da solo? No. Adesso è chiaro che, malgrado le ricerche condotte scrupolosamente e l’ammontare poderoso dei dati raccolti nell’arco di 100 anni dalla fine dell’Ottocento, noi in sostanza non abbiamo altro che un serpente che morde la sua coda.

La notizia è scioccante soprattutto perché proviene da un’istituzione che è la più prestigiosa rappresentate mondiale della psicologia clinica. Non si tratta della solita denuncia da parte di coloro che criticano la psicologia per una grave mancanza di scientificità e correttezza metodologica. Sono gli psicologi clinici, gli psicoterapeuti, i professionisti della cosidetta terapia basata sulla parola (talking therapy) in alternativa al farmaco a pronunciare il verdetto di impotenza.

In Italia al momento la notizia ha ricevuto solo alcune caute accoglienze. Sembra quasi che nessuno ne sia poi così sorpreso. Da molte parti si chiedeva un cambiamento verso nuovi paradigmi della psicologia che mettessero in soffitta termini e concetti novecenteschi come psicopatologia, disturbo psichico, malattia, cura, mente, relazione, emozione, cervello. Materia per medici più che per psicologi. Invece, secondo “l’anima più nobile della psicologia italiana”, le questioni più scottanti sono di natura filosofica, esistenziale, antropologica o al massimo socio-culturale. La psicologia è una disciplina umanistica non materialistica.

(È indicativo l’esempio di Medicina 33 all’interno del TG2 che proprio di recente ha intervistato direttamente un neurologo e non uno psicologo per il trattamento di un attacco di panico).

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Ma la paura e l’incertezza sembrano cominciare a serpeggiare tra le migliaia di psicologi italiani. Molti continuano a dichiararsi ufficilamete psicologi perché in fondo lo sono per diritto essendo iscritti nell’Albo Professionale che tutela il professionista e lo autorizza ad esercitare senza controllo. Ma l’agitazione della categoria ha preso rapidamente il sopravvento alla notizia (non ancora smentita) del decreto straordinario emanato dal Governo Italiano e diramato negli uffici del Ministero della Salute per la conversione delle Facoltà di Psicologia italiane in orti botanici. L’ansia si è trasformata in panico quando il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha scritto su twitter quanto segue:

#statesereni #andateazappare

link alla notizia sulla conferenza stampa dell’APA

La teiera, il latte e l'autismo.

Davvero interessante l’articolo di Deevy Bishop che ha pubblicato nel suo blog a proposito della campagna pubblicitaria dell’associazione per la difesa dei diritti degli animali PETA. Qualche settimana fa, PETA ha lanciato uno spot pubblicitario in cui metteva in relazione il consumo del latte con l’autismo. Bere latte di mucca può causare uno dei disturbi neuropsicologici più diffusi nel pianeta. 

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La professoressa Bishop che insegna neuropsicologia dello sviluppo ad Oxford scrive:

La maggiorparte delle persone non si lascia facilmente convincere a diventare vegana mettendola alla prova sul piano etico. Sembra che PETA abbia deciso quindi di concentrarsi su un altro genere di motivazioni, ossia con l’idea che il latte sia cattivo per te. E’ una conveniente strategia perché le persone sensibili smetterebbero di bere latte [e quindi di tormentare le povere mucche, nda] senza pensare al loro comportamento verso gli animali.

Nell’agenda dell’associazione a difesa dei diritti degli animali si legge: PETA (People For the Ethical Treatment of the Animals) concentra l’attenzione sulle quattro aree in cui un largo numero di animali soffre più intensamente e più a lungo: le fattorie animali, il commercio dell’abbigliamento, i laboratori di ricerca e l’industria dell’intrattenimento.

Non mi soprende questa strana associazione del tutto infondata tra latte e autismo. Di recente su Facebook mi è capitato di imbattermi nelle campagne virali in cui a proposito di autismo, anzicché il vaccino, stavolta è il latte il problema e la fonte di altre patologie: l’asma, la costipazione, le infezioni all’orecchio, le deficienze di ferro, l’anemia e persino alcune forme di cancro. Se non devi torturare e uccidere un animale sarebbe meglio non mangiare nemmeno il suo latte. Secondo questa logica, inoltre, è contro natura dare da bere al neonato il latte proveniente da un’altra specie di animale.

E’ interessante seguire da vicino il modo di argomentare tesi sgangherate. Se ci pensate, ormai è acquisito scientificamente quanto sia importante  il latte materno per lo sviluppo psicofisico del neonato almeno per il primo anno di vita. Avete notato qualcosa di dissonante nell’idea del latte che causerebbe l’autismo? Sì, sono stati intrecciati due livelli: quello della patacca e quello scientifico. E’ tutto sul filo di questa operazione a doppio taglio. Esempio:

  1. E’ sbagliato bere il latte di un’altra specie animale perché è “innaturale” e causa a lungo andare patologie,
  2. è fondamentale che il neonato beva il latte materno per favorire una migliore qualità della crescita.

Ci siete? Ho una certa Idea (bere latte di un’altra specie è “innaturale” e fa male), priva di valore scientifico. Cerco di avvalorarla con una ipotesi empirica (il vantaggio fisiologico durante la crescita) che ha senso in un altro contesto operativo. L’Idea (il latte materno è Buono, il resto è una rapina alle mucche ed è Cattivo per i piccoli e gli adulti) spesso ha un’apparenza rivoluzionaria e richiama la formula magica del “contro il sistema” (la Scienza, i Big Pharma, l’ignoranza del popolo del pensiero unico…). L’Idea diffonde intorno a sé un alone accattivante che trasforma l’arbitrarietà in necessità. Così, la teoria scientifica estrapolata e modificata viene irradiata dall’effetto alone in funzione dell’IDEA che cerco di “vendere”,  a sostengo della campagna per i diritti di x e contro i complotti che manipolano la nostra esistenza.

La professoressa Bishop suggerisce che lo spot sul legame latte – autismo sia un classico caso di “wishful thinking”, una fallacia del nostro modo di pensare che ci porta a sostituire la realtà con i nostri desideri. Wishful thinking, letteralmente: pensando con desiderio, è composto da due aspetti che appartengono a due modi di agire della mente. Il pensiero riflessivo che è l’attività concettuale e logica della neocorteccia (la parte del cervello evolutivamente più “giovane”) e l’attività emotiva del brainstem, cioè le strutture più profonde coinvolte nei processi più automatici di gestione dell’organismo e nelle motivazioni emotive, vecchiotte dal punto di vista dell’evoluzione neuropaleontologica.

Apro una parentesi: mi è sempre piaciuta questa visione “verticistica” nella descrizione del pensiero e dei suoi contenuti (top-down) rispetto a tutto il resto dei processi mentali che, man mano è difficile trovare le parole per descriverli, vanno a posizionarsi in basso, nelle profondità nascoste. E dire che molto spesso e per un lungo periodo dello sviluppo, noi uomini utilizziamo maggiormente, se non esclusivamente, i piani inferiori. Inoltre suppongo che, se avesse voce in capitolo, un animale capovolgerebbe il punto di vista prospettico. Chiudo la parentesi.

Ritorniamo al paradosso del latte che causa l’autismo. E’ giusto procurare dolore agli animali? E’ giusto eseguire esperimenti di laboratorio su di loro? Perché ucciderli e mangiarne la carne? Gli animali non hanno gli stessi diritti dell’uomo? (Per comprendere i meccanismi psicologici dietro a questo genere di paradossi ti invito a leggere qui). La sperimentazione per verificare l’efficacia di un protocollo farmacologico passa attraverso la prova sull’animale. E’ giusto sacrificarne decine per migliorare le condizioni di vita di un paziente ed evitare che muoia? Generalmente i diritti dell’uomo hanno la priorità su quelli degli animali, provando con una legislazione appropriata ad assicurarsi che il trattamento sia il più umano possibile.

russell's teapot

Il wishful thinking (wt) però è molto potente. Potrei dirti quasi con certezza che ha dalla sua l’aspetto “atletico”. La rapidità, gli automatismi del wt fanno sì che non ci sia molto spazio da dedicare a chi sta dietro, a chi arranca, cioè ad una riflessione più lenta e quasi pigra.

Tutto il lavoro sperimentale è senza senso, non ha mai raggiunto niente di effettivo e serve soltanto a promuovere la carriera degli scienziati. Un attimo di riflessione però rivela la fallacia di questo punto di vista: dovrebbe forse significare che gli sperimentatori siano stupidi perché non riescono ad accorgersi dell’inutilità del loro lavoro o che siano dei sadici che godono nel far soffrire gli animali? Nessuna di queste tesi è credibile. Ma se fosse vero, la teoria potebbe avere buon gioco.

Un contesto appropriato, un effetto alone che cattura emotivamente tutto ciò che ruota intorno all’IDEA rivoluzionaria, l’arrangiamento scorretto di pezzi scientifici presi da altri versanti e il gioco è fatto. Ed è veramente scioccante pensare come internet abbia da un lato moltiplicato le fonti di conoscenza e dall’altro abbia dato un irresponsabile potere a tutte le patacche che gridano all’inesorabile complotto. In effetti, potreste obiettare che “fin quando non puoi falsificare la mia Idea (il latte è cattivo) non hai il diritto di giudicarla una patacca”. E’ vero, ma questo argumentum ad ignoratiam (o teiera di Russell) è una pericolosa fallacia quando non ci si adopera a metterla in discussione scientificamente.

Sembra che la paranoia come elemento esplicativo sia una formidabile chiave di lettura del navigatore digitale. E no,  il latte non causa l’autismo ma, bevuto caldo o freddo con lo zucchero o senza con il cacao o il caffè, è un’ottima colazione per il nostro organismo.

link all’articolo della Bishop

Phineas Gage Neurostar

Cabinet-card portrait of Gage shown holding the tamping iron whi

Phineas, un mito. Il nome stesso è pervaso da una risonanza mitica. Phineas è un esperimento collettivo, ha catturato la curiosità di decine di pensatori e scienziati e non sembra finire qui. Phineas è un po’ una tipica simulazione da film catastrofico, come la collisione di un asteroide con la Terra o lo schianto di un aereo in un palazzo. Phineas sta alle neuroscienze come le Torri Gemelle stanno alle nostre paranoie.

Cosa è Phineas? Un giavellotto. Ecco, una gara olimpica iniziata tanto tempo fa che non è ancora terminata. Quel giavellotto sembra passare da una mente all’altra, di generazione in generazione. Ogni volta proviamo a decifrarne i geroglifici segnati su questo testimone metallico. Phineas è una testa, uno zigomo, un globo oculare sinistro, un tunnel verso lo scalpo. Phineas Gage, un operaio delle ferrovie. Prepara il terreno, puntella traverse e binari.

Il 13 settembre del 1848 si trova vicino alla città di Cavendish (USA). Batte sul terreno con un’asta metallica di circa un metro. Deve rassettare l’innesco di polvere da sparo e sabbia. Qualcuno forse lo chiama, appena il tempo di volgere il capo. Una scintilla, non si è mai capito esattamente. Un’esplosione, controllata, chirurgica. Il giavellotto è come un razzo a propulsione, schizza via e penetra sotto lo zigomo sinistro ad una velocità pazzesca, fuoriesce e sbalza un guscio di cranio all’angolo tra la tempia e la fronte sinistra di Phineas Gage. Un sibilo nell’aria, una parabola. Infine l’asta infilza il terreno, sembra una buca da golf a circa 23 metri di distanza (continua qui per conoscere questa storia) dal povero operaio. 

The skull of Phineas Gage on display at the Warren Anatomical Mu

Trovate un affascinante articolo su Slate scritto da Sam Kean che analizza in modo inedito la parabola di Phineas Gage. Descrive i dettagli crudi della scena, i primi soccorsi. Riporta la frase profetica pronunciata da Phineas al primo dottore che gli presta le prime cure mediche: “Here’s business enough for you”, c’è abbastanza lavoro per te (e per le generazioni future). Non perde mai conoscenza. Sopravvive. Sembra un miracolo. Ma cambia la sua personalità. Non è più lo stesso. Diversi lavori, sempre finiti con un licenziamento. Non rispetta le regole, è sfrontato, irriverente, bestemmia, è un anticonformista che viola il galateo ed è sempre al verde. Non riesce a realizzare un progetto di vita. “Era un uomo virtuoso ma, dopo l’incidente, Phineas non è più Phineas. L’equilibrio tra le facoltà intellettive e gli istinti animali è stato infranto”, scriverà il dottor Harlow.

C’è rimasto di lui solo un resoconto medico di duecento parole del dottor Harlow, il primo a soccorrerlo. Poi niente più, solo sparse testimonianze che assomigliano più ad aneddoti che a fatti biografici. Rare foto ingiallite, impressionanti. Poi una lunga storia nelle scienze neurologiche e psicologiche. Come detective, gli scienziati hanno cercato di ricostruire tutto il miracolo balistico, un tentativo di conoscenza per comprendere i lobi frontali, le funzioni cognitive, le correlazioni, gli stati mentali. E nel suo articolo, Sam Kean taglia corto:

Gran parte della storia canonica di Gage è una balla, un mélange di pregiudizio scientifico, di licenza artistica e di pura invenzione. In realtà, ogni generazione sembra riprodurre Gage a propria immagine e somiglianza. Abbiamo in realtà poche informazioni di ciò che è successo dopo l’incidente. Invece di guardare al lato oscuro della faccenda, ormai diversi scienziati invitano a riflettere sulla guarigione di Gage, che ritornò ad una vita normale per quanto possibile dopo un incidente di tale gravità: un opzione che ci offrirebbe la possibilità di comprendere come il cervello sia in grado di curare se stesso.

Gli scienziati hanno visto nella descrizione aneddotica di Phineas Gage un paziente equiparabile a chi soffre di Alzheimer o ad un disturbo di personalità antisociale. Però partendo da poche decine di parole di un medico che menziona gli “istinti animali”, che non rivedrà più Gage e che asserisce che ci sia stato un cambio di personalità senza menzionare quella precedente. Per giudicare un cambiamento di personalità dopo un trauma è condizione imprescindibile conoscere la personalità di prima. Ma nessuno ha mai incontrato Gage prima dell’incidente.

L’effetto è bizzarro, caricaturale. Gage è un paziente instabile, che parla in modo osceno, uno sfaticato ubriacone perdigiorno, che frequenta circhi e luna park, incapace di vedere oltre se stesso e che muore povero in canna. Tuttavia talvolta le descrizioni si contraddicono: alcuni riportano che Gage fosse sessualmente apatico, per altri è promiscuo; alcuni dicono che abbia un carattere impulsivo, altri dicono che sia vuoto, come lobotomizzato. Gli aneddoti sono spesso inventati, eccetto uno: Gage vendette i diritti esclusivi e postumi del suo scheletro ad una scuola medica – e, rivendette gli stessi diritti ad un’altra scuola e ancora un’altra, fuggendo dalla città ogni volta dopo aver intascato i soldi.

Strano per un tizio dichiarato intellettualmente inabile, incapace di controllo e di pensiero razionale. Almeno su un fatto siamo sicuri: che tenne l’asta sempre con sé fino alla tomba.

phineas peter ratiu

Con le nuove tecnologie di neuroimaging gli scienziati hanno cercato di ricostruire digitalmente il cervello di Phineas trafitto dalla lancia. Hanna e Antonio Damasio nel 1994 pubblicarono un articolo in cui dichiaravano che l’impatto avesse danneggiato entrambi gli emisferi prefrontali. Nel loro modello neuropsicologico, la regione danneggiata spiegava la sociopatia di Phineas.

D’altro canto, in un articolo del 2004, Peter Ratiu ha sostenuto che in base alle sue ricostruzioni la lancia non abbia oltrepassato la linea mediale che divide i due emisferi, distruggendo il tessuto nervoso del solo lobo prefrontale sinistro. Secondo la ricostruzione di Ratiu, la lancia deve essere entrata sotto lo zigomo mentre Phineas pronunciava alcune parole voltando leggermente la testa verso qualcuno o qualcosa. Le ricostruzioni digitali richiamano involontariamente certi ritratti di papi del pittore irlandese Francis Bacon.

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Nel 2012, Jack Van Horn nel suo lavoro di ricerca dove simula milioni di possibili traiettorie (Damasio ne aveva considerate una mezza dozzina) conclude che: 1) l’asta ha coinvolto solo l’emisfero sinistro (come sostenuto da Ratiu), 2) i danni riguardano soprattutto le connessioni. Ecco, quest’ultimo punto vale la pena segnalarlo. Nel cervello prefrontale sinistro di Phineas il 4% della materia grigia fu perduto mentre venne distrutto l’11% della materia bianca, costituita dal sistema di connessioni dei fasci assonali che mettono in comunicazione i distretti neuronali dentro il cervello e tra il cervello e il corpo. La ricerca di Van Horn è in linea con i tempi: oggi i circuiti sono più importanti dei neuroni in se stessi (vedi ad esempio l’articolo sulla fine dell’era del prozac). 

Ancora una volta, ogni generazione cerca qualcosa che ha già in mente, metaforicamente scava un ennesimo tunnel nel cervello di Phineas accodandosi alle teorie e alle gaffe delle ricerche passate. Sul finire del 1800, i frenologi spiegavano che le volgarità e le empietà di Phineas fossero dovute al fatto che fosse stato colpito “l’organo della venerazione” (leggi qui a proposito dei bernoccoli della frenologia).

*****

Alla fine dell’articolo su Slate c’è un colpo di scena. Nel 1852, a ventinove anni Phineas Gage parte per il Sud America e resterà in Cile nei successivi 7 anni lavorando come conducente per un azienda per il trasporto passeggeri sulle montagne tra Valparaiso e Santiago. All’epoca essere un conducente di diligenze fra valichi impervi non era una cosa semplice:

Il conducente doveva controllare ogni cavallo manovrando ciascuna briglia con il dito corrispondente (immagina di dover guidare un automobile le cui ruote sono indipendenti l’una dall’altra). Inoltre, i sentieri su cui viaggiava erano affollati, costringevano a improvvise frenate o a scansare con abilità gli ostacoli e, poiché probabilmente doveva viaggiare talvolta di notte, doveva memorizzare tutte le svolte e le fermate, con un occhio vigile ai possibili attacchi dei banditi. Doveva pure prendersi cura dei cavalli e badare ai viaggiatori. Per non parlare del fatto che dovesse imparare a parlare un po’ di spagnolo. Il saper svolgere una lavoro così qualificato da parte di un uomo che è stato descritto con un carattere impulsivo e senza controllo, ci dimostra l’ennesima contraddizione dei dati di cui abbiamo in possesso.

In sostanza, non è strano supporre che Phineas abbia recuperato buona parte delle capacità cognitive, ritornando ad una vita in qualche modo normale. La moderna conoscenza neuroscientifica spinge a ipotizzare una plausibile guarigione di Phineas Gage. Sappiamo che il tessuto nervoso del cervello cambia nel tempo e, nonostante rimanga ancora misterioso e poco compreso, il concetto di plasticità neuronale ha ricevuto conferme da più fonti. In effetti, oggi sappiamo che i pazienti con danni al lobo frontale mostrano gravi lacune in compiti cognitivi, in special modo nel portare a termine dei progetti, lasciandosi distrarre e avendo problemi di pianificazione.

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Non sembra essere stato il caso per un conducente di diligenze tra valichi e burroni con un occhio mutilato di notte nella rete di facili imboscate. Dal dagherrotipo che potete osservare, ritrovato fortunosamente su flickr (inizialmente si pensava che fosse l’illustrazione di un baleniere “arrabbiato” col suo arpione), Gage sembra tutto il contrario dell’uomo irregolare, bestemmiatore e impulsivo che la vulgata ha tramandato. Ci appare ben vestito, orgoglioso, quasi spavaldo. Deve avercela fatta, non è semplicemente sopravvissuto alla perforazione di quella lancia micidiale.

Il suo cranio sotto osservazione dagli scienziati di tutto il mondo è un monito per le future generazioni di ricercatori e di pazienti. C’è molto da scoprire sul cervello e ciò che troviamo è spesso una combinazione di fatti sperimentali e culturali. Quel cranio che attira curiosi da tutto il mondo è una sacra reliquia scientifica da rispettare e continuare ad interrogare.

link all’articolo di Sam Kean su Slate

È la scienza bellezza… e questo è terapeutico.

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E le repliche continuano nonostante le lamentele. È la scienza, bellezza. Il Many Labs Replication Project non si è fermato qui. Anzi, un articolo su Science ci informa che altri 100 ricercatori si sono aggiunti al progetto per riprodurre e verificare la correttezza di 27 esperimenti di psicologia noti in letteratura. Più della metà hanno ricevuto un parziale o completo insuccesso. E molti si chiedono: si tratta di un Rinascimento della psicologia in veste scientifica o di Inquisizione?

Mi sento come un presunto criminale che non ha diritto di difesa e non c’è modo di aver giustizia, afferma Simone Schnall della University of Cambridge U.K. studioso dell’embodied cognition. Si sente sotto accusa dopo l’esito negativo della replica di una ricerca del 2008 che metteva in evidenza come il senso morale potesse essere manipolato lavandoci la mani. Sette su otto esperimenti che riguardano l’embodiment e il priming non sono andati a buon fine (per un riepilogo leggi qui).

I revisori hanno utilizzato un protocollo per compiere le verifiche, preregistrando il disegno sperimentale, tutti i dati e le analisi statistiche che avrebbero adottato nel processo di replica degli esperimenti originali. Insomma, si sono comportati nel migliore dei modi (cioè quello scientifico). Ma alcuni ricercatori come la Schnall parlano di “replication bullying”. Anche perché sembra che, prima della pubblicazione dei risultati delle repliche, su alcuni siti sia trapelata qualche notizia dei primi risultati negativi.

Sia chiaro: è una situazione inedita nel mondo della psicologia. Sta crecendo la tendenza a servirsi di criteri più rigorosi, metodologie empiriche e ricerche basate su dati (data-driven), piuttosto che rimanere nel campo delle speculazioni e delle verifiche autoreferenziali. Ne deriva un dibattito che come in questo caso sfocia in reciproche accuse tra gli autori delle ricerche e gli scettici che dubitano della loro attendibilità. Secondo me, è un dibattito che non nuoce. Fa parte di un tratto tipico della mentalità scientifica: il dubbio a cui corrisponde automaticamente il controllo.

Per evitare che il dibattito possa rovinarsi ostacolando lo straordinario percorso intrapreso, lo psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman suggerisce di adottare una “replication etiquette”:

… dovrebbe essere un prerequisito obbligatorio per la pubblicazione delle repliche ottenere la collaborazione degli autori originari degli esperimenti, i quali dovrebbero essere coinvolti nei processi di replica per dimostrarne la loro buona fedeIn fondo, [anziché parlare di bullismo metodologico], gli psicologi dovrebbero affrontare il problema replicando da sé il proprio lavoro.

Mi sembrano delle osservazioni molto sagge. Dopotutto, che qualcuno in un’altra parte del mondo riproduca la tua ricerca e, se accade, ne dimostri le falle non è bullismo. È la scienza bellezza, e questo è terapeutico.

link all’articolo su Science
link all’articolo dove parlo del Many Labs Replication Project

Notizie scientifiche: istruzioni per l'uso

Le notizie scientifiche sono difficili da maneggiare. Scrivere o leggere articoli di scienza comporta dei rischi, sia quando la scienza deve essere raccontata in brevi articoli che devono incantare più che spiegare sia perché il lettore non ha tempo da perdere. Un professore di chimica ha elencato in un efficace grafico i comuni errori che ricorrono nella divulgazione scientifica.

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In dodici punti, l’Autore indica le trappole nascoste dentro le notizie scientifiche trasmesse dai media. Io che mi occupo anche di divulgazione psicologica e neuroscientifica non mi scandalizzo. Il mondo dove lavoro e su cui scrivo è pieno di storie strane dove è difficile discernere le ipotesi serie o le intuizioni brillanti dalle patacche (leggi ad esempio qui il problema connesso con le aspettative e il placebo). Traduco brevemente per il lettore italiano i dodici bias in questione:

  1. titoli sensazionali che hanno lo scopo di attrarre l’attenzione per essere letti (e vanno dall’eccessiva semplificazione alla distorsione).
  2. I risultati interpretati scorrettamente per costruire una storia da raccontare (sarebbe meglio leggere la ricerca originale).
  3. Il conflitto di interesse che riguarda il legame tra scienziati e finanziatori (condizione che non sempre necessariamente invalida la ricerca).
  4. La correlazione e la causalità spesso sono ritenute la stessa cosa. In realtà, la correlazione implica un rapporto di interdipendenza fra due variabili, ma è fuorviante decidere chi è causa dell’altra.
  5. Le speculazioni sono solo speculazioni. Attenzione quindi alle interpretazioni indebite se non ci sono conferme sperimentali.
  6. La dimensione troppo piccola dei campioni è un classico problema che penalizza la ricerca in molti settori. La psicologia e le neuroscienze ne sono vittime illustri. Un limitato numero dei partecipanti impoverisce l’affidabilità dei risultati. Informatevi del numero di soggetti coinvolti.
  7. I campioni non rappresentativi non consentono di applicare i risultati al di fuori del gruppo sperimentale (dato che non rappresentano la popolazione generale).
  8. L’assenza del gruppo di controllo compromette l’affidabilità della ricerca (accanto al gruppo sperimentale è necessario costituire un gruppo di controllo che non riceva la variabile testata).
  9. La mancanza di procedure a doppio cieco per evitare l’effetto aspettativa sia del ricercatore che del soggetto.
  10. La selezione di dati da altre indagini a sostegno delle conclusioni della ricerca, senza menzionare quelli che la falsificano.
  11. L’assenza di repliche da parte di ricerche indipendenti, necessarie per confermare l’affidabilità dei risultati.
  12. L’assenza di revisione (per-review) dell’articolo e le citazioni. L’articolo, soprattuto dei grandi giornali popolari, dovrebbe essere controllato da un esperto indipendente per evitare imbrogli. Inoltre, l’ampio uso di citazioni “scientifiche” non sempre è indice di credibilità.

Tenere in mente questi punti può aiutare giornalisti, blogger, psicologi, clinici o ricercatori che scrivono di psicologia e neuroscienze a trasmettere informazioni trasparenti, stimolanti e possibilmente utili. Per il lettore, l’elenco serve a non farsi imbrogliare.

Un ampio numero di persone leggerà notizie scientifiche dai siti web e raramente andranno a cercare la ricerca su cui sono basate. Personalmente, penso che sarà quindi importante che queste persone siano in grado di individuare le metodologie scientifiche scorrette o riconoscere quando l’articolo va oltre le conclusioni della ricerca. E’ l’obiettivo principale di questo grafico. Aggiungo che questa non è una panoramica esaustiva, nè implica che la sola presenza di uno dei punti trattati automaticamente autorizzi a respingere la ricerca. L’intento è quello di fornire una guida efficace per essere attenti quando leggete articoli di scienza o valutate la ricerca.

La chimica insomma può aiutare la psicologia. Non solo per quanto riguarda le parole (leggi qui per una spiegazione), ma anche per i consigli su come discernere la buona scienza da quella cattiva nelle notizie scientifiche.

Sarò lieto di aggiornare il grafico se avrete altro da aggiungere ai 12 punti nei vostri commenti.

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