Siamo davvero coscienti?

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A due delle tre grandi domande sulla condizione umana sono state date risposte certe. Copernico ha dimostrato che la Terra non si trovi al centro dell’universo e Darwin ha rincarato la dose spiegando perché l’uomo non sia al centro di un disegno provvidenziale ma sia piuttosto uno dei tanti rami dell’albero della vita.

D’altra parte, Michael S. A. Graziano, professore di psicologia e neuroscienze a Princeton, scrive sul New York Times che manca una risposta adeguata all’enigma sulla coscienza. Anche se possediamo conoscenze avanzate sul corpo e il cervello umano, ancora il fenomeno dell’esperienza cosciente che l’uomo sperimenta quotidianamente resta un rebus insoluto.

Nonostante il fatto che ci siano tante teorie a riguardo, da qualsiasi punti di vista viene posta la discussione i ricercatori non hanno trovato un unanime accordo. Possiamo spiegare nel dettaglio ad esempio il colore verde descrivendone il dettaglio fisico-matematico della sua lunghezza d’onda, eppure l’esperienza cosciente della “verdità” che abbiamo del colore verde rimane un fatto unico e personale del nostro mondo interiore. Un termine latino in genere viene utilizzato per etichettare la presa di coscienza di uno stimolo (in questo caso del colore verde), il qualia, che serve appunto ad identificare una qualità che estraiamo del nostro incontro con lo stimolo, una qualità che ci “sveglia” dalla meccanica input-output. Siamo esseri senzienti, coscienti.

Ma il professor Graziano espone nell’articolo del NYT una teoria spiazzante. Siamo sicuri di essere coscienti?

Come fa il cervello ad andare oltre l’elaborazione delle informazioni e farci diventare soggettivamente coscienti dell’informazione stessa? Ecco la risposta: non lo fa. Il cervello è giunto alla conclusione che questo fenomeno non è corretto. Quando parliamo di introspezione ci sembra di captare qualcosa di simile ad un fantasma – la coscienza, la consapevolezza, il modo in cui sperimentiamo coscientemente il verde o una sofferenza – la nostra macchina cognitiva ha accesso a modelli interni e questi modelli ci dicono che l’informazione elaborata è sbagliata. La macchina sta elaborando una storia sofisticata su una proprietà che ha caratteristiche magiche. E non c’è modo per il cervello di determinare attraverso l’introspezione che la storia sia sbagliata, poiché l’informazione ha a che fare con la stessa informazione sbagliata.

Ma questo è un paradosso: se la coscienza fosse un’impressione sbagliata, non sarebbe comunque un’impressione, cioè una forma di coscienza? Graziano argomenta così:

La tesi è che non ci sia alcuna impressione soggettiva; c’è solo informazione in un meccanismo di elaborazione dell’informazione [qual è il cervello]. Quando osserviamo una mela rossa, il cervello elabora informazione sul colore. Inoltre, computa informazione su se stessi e su una proprietà di esperienza soggettiva (fisicamente incoerente).

Il cervello fa i conti con le varie informazioni interconnesse e ne trae le conseguenze: c’è un self (il proprietario dell’informazione, l’IO); lì vicino c’è una cosa rossa; c’è pure qualcosa che è un’esperienza soggettiva; e Io ho un’esperienza di quella cosa rossa. Non si può sfuggire da questa catena di sequenza interna. Il cervello non può fare a meno di concludere che c’è un’esperienza soggettiva. Si tratta di una cascata di eventi elaborata dal cervello che appartengono allo stesso livello eccetto per quella illogica soggettività del qualia.

A questo punto ci si pone una domanda: perché il cervello dovrebbe prendersi la pena di assegnare all’elaborazione di quella cosa rossa che è una mela “un’esperienza soggettiva” che in realtà non esiste? Graziano risponde citando il  lavoro che svolge nel laboratorio di Princeton in cui sta sviluppando la teoria sulla coscienza dell’attention schema.

Prendiamo l’esempio del colore e della  lunghezza d’onda. La lunghezza d’onda è reale, un fenomeno fisico; il colore è un’approssimazione [del cervello], un modello leggermente sbagliato di esso [del fenomeno fisico della lunghezza d’onda]. Nella teoria dell’attention schema, l’attenzione è il fenomeno fisico e la coscienza è l’approssimazione del cervello, un modello leggermente errato di essa. Nelle neuroscienze, l’attenzione è un processo che rinforza alcuni segnali rispetto ad altri. È un modo di concentrare le risorse. L’attenzione: è un fenomeno meccanico, realistico che può essere programmato nel chip di un computer. La coscienza: una ricostruzione animata dell’attenzione che dal punto di vista fisico è inaccurata come il modello interno del cervello sul colore.

In questa teoria, la coscienza non è un’illusione. È una caricatura. Qualcosa – l’attenzione – esiste davvero, e la coscienza è una giustificazione [accounting] distorta di essa.

Graziano sostiene che il cervello con un modello approssimato dell’attenzione sia in grado di controllare in modo più efficiente gli stimoli sia fisici che simbolici. Ma questa spiegazione la ritengo piuttosto debole. Sfiora l’utilità di una tautologia. Sembra aver solo sostituito al termine coscienza il concetto di modello di attenzione spostando l’interrogativo al concetto di attenzione. Che cosa è un modello di attenzione? Troviamo un parziale chiarimento in un passaggio alla fine dell’articolo del professore di Princeton.

Un’altra ragione consiste nel fatto che per predire il comportamento di altri organismi, il cervello ha bisogno di modellare i loro stati del cervello, inclusa la loro attenzione.

E qui si ferma praticamente la spiegazione e l’articolo. Io provo ad articolare la questione. In sostanza, il cervello ha bisogno di creare rappresentazioni su tutto ciò con cui ha a che fare, compresi i contenuti mentali dell’interlocutore. Produce (ma solo il cervello?) teorie sull’altro, su cosa sta pensando, sulle sue convinzioni o le sue emozioni. La consapevolezza è il processo attraverso cui dirigiamo l’attenzione sullo stato mentale dell’altro per trarne previsioni sul suo prossimo comportamento. In questo modo possiamo preparare azioni adeguate sia fisiche che mentali (ad esempio ingannandolo esprimendo un’espressione emotiva non rivelatrice del proprio umore).

Nel quadro complessivo, la coscienza più che un prodotto del cervello, più che una sua caricatura appare un processo fuori dal suo controllo! Posta come è in quell’interfaccia tra l’io e l’altro, la coscienza è un esperienza relazionale entro cui negoziamo, contrattiamo, sperimentiamo e falsifichiamo situazioni relazionali. Resta da capire se nella sua visione “meccanicistica” Graziano possa ammettere una prospettiva relazionale di coscienza senza derubricarla ad un “automatico” feedback.

link all’articolo di Graziano sul NYT

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