Psicologia o letteratura?

fuoriservizio

L’ottimo Federico Zanon scrive un’efficace sintesi sull’ultimo studio di settore pubblicato dall’agenzia delle entrate (qui trovate il link), basato sul periodo di imposta del 2009. Il consiglio è di essere cauti a trarne le conclusioni perché il campione rappresenta circa il 15% degli oltre 100.000 psicologi italiani. Ma le questioni sottolineate restano valide.

Un primo dato che emerge con forza è quello sugli psicoterapeuti che lavorano in studio: rappresentano un quarto del totale. Seguono al 15% gli psicoterapeuti che lavorano nella propria abitazione. La psicoterapia è quindi attività ampiamente rappresentata, a fronte di una frammentazione diffusa di tutti gli altri 11 ‘tipi di psicologo’.

Un secondo dato è quello sulla clinica: nonostante la nostra professione da tempo stia prendendo strade settoriali diverse, la clinica e la psicoterapia rappresentano ancora l’ambito di lavoro largamente predominante: formazione, psicologia dello sport e psicologia del lavoro rappresentano attività prevalenti solo per l’11% del campione, un 13% svolge attività varie e diversificate, e un 5% svolge attività per enti pubblici anche non sanitari. Per il resto, e parliamo del 71%, gli psicologi lavorano prevalentemente in ambito clinico o comunque attinente alla clinica (sociale, di comunità).

Un terzo dato è l’imbuto professionale in cui si infila chiunque si iscriva oggi all’Ordine: entra a far parte di un esercito di quasi 100.000 professionisti, ma ha soltanto il 50% di probabilità di esercitare effettivamente come libero professionista con una minima organizzazione dell’attività (partita IVA, iscrizione ENPAP), e solo il 15% circa di superare quella soglia di volume d’affari e di regime fiscale che lo trasformerà nel ‘fortunato vincitore’ di uno studio di settore da compilare. Il che è una magra consolazione, per un percorso di formazione e accreditamento professionale faticoso e costoso, che arriva a durare almeno 10-15 anni. Credo che il dato più allarmante sia quest’ultimo.

Le conclusioni sono amare perchè i numeri (sebbene limitati) parlano chiaro. Si possono fare numerosi discorsi (e si faranno sempre all’interno della categoria, perché siamo specialisti nel parlare) e anche concludere se ne vale davvero la pena impegnarsi a diventare psicologo. Ma è allarmante l’asimmetria tra chi lavora come psicologo e chi non lavora come psicologo pur avendo speso tempo e denaro per praticare. Ancora più sconcertante è il dato delle centinaia di ragazzi che ogni anno si iscrive alla facoltà di psicologia con queste prospettive. Mi chiedo se non sia il caso di chiudere bottega e affissare sul portone di Psicologia: OUT OF ORDER.

TABELLA X SEGNALE 1 001

Nonostante i cambiamenti in corso per fattori esterni ed interni al mondo della psicologia (tra rivoluzioni culturali e sociali o il cambio di teste politiche a capo delle istituzioni che ci riguardano), resta la sensazione che la psicologia tiri a campare. Sembra un organismo sensibile a cogliere nuovi strumenti o modelli teorici per rinnovarsi e generare lavoro, ma finisce per incorporarlo in termini umanistici. Il mercato o il web o le risorse umane a turno diventano allora delle entità palingenetiche che spazzeranno imbrogli e vecchie idee arteriosclerotiche per far posto (anche professionale) al nuovo che avanza. Ma la sensazione, per citare Verlaine (e tanto per contraddirmi) è che il nocciolo – il saper fare – non è nel nostro dna, e tutto il resto è letteratura.

link all’articolo di Zanon
link allo studio di settore

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2 pensieri su “Psicologia o letteratura?

  1. Credo che una delle possibili ipotesi sia da ricercare nella motivazione che spinge una persona ad iscriversi a psicologia. Forse parte della risposta ai tanti quesiti è nascosta lì.

    In una mailing list si scambiavano punti di vista con colleghi più grandi e di successo, probabilmente ad un passo dalla pensione o già in pensione. Facevo notare a questo collega come il suo numero di appartenenza all’ordine fosse di 3 cifre e compreso tra 550 e 650 a fronte di 3 milioni di abitanti della sua regione, e di come, al momento dello scambio, l’ultimo iscritto avesse un numero matricola 7200 (circa).
    Poi facendo una mera analisi demografica della sua regione, all’epoca, quando si era iscritto aveva 5800 potenziali clienti, mentre oggi uno psicologo aveva solo 513 potenziali clienti, dato che la popolazione di psicologi e quella della regione non erano cresciute con la stessa proporzione.

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  2. Dott. Fernando Bellizzi, i tuoi numeri sono molto interessanti e nella loro forma aneddotica illustrano bene quanto sia necessaria anche una riforma dei criteri d’ingresso nel percorso universitario per diventare psicologo. Ed è anche stimolante la tua domanda iniziale sui motivi che spingono ad iscriversi. Se trovi una ricerca in merito sarei lieto se la segnalassi. Grazie!

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