L'esperimento di Facebook.

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In questi giorni è rimbalzata in tutto il mondo la notizia dell’esperimento condotto dai ricercatori sugli utenti di facebook per sperimentare il contagio emotivo, cioè avere reazioni emotive coerenti con i messaggi emotivi cui siamo esposti. Nell’arco di 20 giorni, sono state manipolate le notizie sulla bacheca principale di facebook di 689.003 utenti in due modi: potevano contenere parole emotivamente positive o solo negative. I risultati hanno confermato quanto ci si aspettava: l’utente scrive messaggi negativi se legge notizie emotivamente negative, viceversa scrive messaggi positivi quando legge solo notizie positive. La reazione emotiva era contagiata dalle notizie sperimentalmente alterate in streaming sulla home di facebook.

Da un punto di vista teorico, la ricerca aveva lo scopo di appurare se il contagio emotivo fosse possibile anche senza alcun segnale non verbale. Le ricerche precedenti sostengono che sia possibile il contagio grazie all’esposizione fisica. L’indagine su facebook ha avuto l’obiettivo teorico di verificare se il contagio fosse possibile anche per semplice interazione verbale, scritta.

L’esperimento ha sollevato un vespaio di discussioni. Qui in Italia ha toccato temi che riguardavano la legalità del disegno sperimentale (è giusto manipolare i sentimenti delle persone a fini di ricerca senza aver informato il soggetto e averne avuto il consensoo a proseguire?), oppure ha stimolato speculazioni sull’universo virtuale del web in relazione alla cultura e alla mente dell’uomo (ad esempio vedi qui cosa scrive il sempre eccellente Giuseppe Granieri). Spicca il rumoroso silenzio degli psicologi italiani su un classico argomento di psicologia come quello del contagio emotivo.

Vediamo qualche dettaglio dell’esperimento. E’ stato realizzato nella settimana tra l’11 e il 18 gennaio del 2012 e gli utenti sono stati selezionati in modo casuale in base al loro User Id. La variabile indipendente era costitutita dalle parole positive o negative manipolate dagli sperimentatori. Due sono state la variabili dipendenti misurate (cioè gli effetti su cui erano rivolte le attese): 1) la percentuale delle parole positive o negative prodotte in totale dall’utente durante il periodo sperimentale in cui sul loro feed apparivano casualmente o notizie positive o negative, 2) il numero di commenti durante la condizione positiva (riduzione di parole negative) e numero di commenti durante la condizione negativa (riduzione di parole positive).

I ricercatori hanno utilizzato il Linguistic Inquiry and Word Count, un software in grado di valutare se un commento contenga almeno una parola positiva o negativa. Complessi algoritmi immettevano sulla home degli utenti notizie con parole o negative o positive. Sono stati analizzati oltre 3 milioni di commenti contenenti 122 milioni di parole, 4 milioni delle quali risultavano positive (3.6%) e 1.8 milioni erano negative (1.6%). Tutte le condizioni sperimentali sono state comparate con un gruppo di controllo che non riceveva una alterazione intenzionale del loro feed.

I numeri sono impressionanti e i risultati sono stati inequivocabili: quando venivano ridotte le parole positive dentro le notizie della bacheca principale, la percentuale del numero di parole positive diminuiva nei commenti degli utenti (P < 0.001). Viceversa, quando veniva ridotto il numero di parole negative nelle notizie in bacheca diminuiva la percentuale di parole negative negli update degli utenti (P < 0.003). Un quadro che conferma l’ipotesi dell’esistenza del contagio emotivo all’interno di un vasto social network con l’uso delle sole parole scritte (nella figura 1 trovi un riepilogo).

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I ricercatori traggono una serie di conclusioni:

  1. Il contagio è possibile non necessariamente in modo diretto da qualcuno con il quale l’utente abbia una specifica interazione. Il solo tastare l’umore di qualche “amico” di facebook è sufficiente da suscitare un umore congruente con lo stimolo.
  2. Non è necessario che via sia un contatto visivo o, comunque, fisico nell’interazione: basta il testo scritto.
  3. Infine, la reazione emotiva non è condizionata soltanto dal contenuto del testo. Se fosse così si osserverebbe un bias della negatività, cioè la reazione dell’utente alla notizia negativa sarebbe più forte (scriverebbe più parole negative) rispetto ad un feed positivo. Invece, un’analisi statistica più approfondita ha messo in luce che la forza delle reazioni è la stessa in entrambe le condizioni perché, spiegano i ricercatori, vi è una riposta all’espressione emotiva dell’amico (contagio emotivo o chiamatela condivisione emotiva, empatia) non allo specifico contenuto della notizia.
  4. Si osserva un effetto astinenza: l’esposizione a notizie con poche parole emotive genera una minore espressione emotiva nei giorni seguenti.

Sia chiaro, le emozioni trasmesse tra singolo utente e notizie sulla bacheca non si riducono alle sole parole utilizzate (sebbene siano le principali protagoniste in un social network delle dimensioni planetarie come facebook). Anche in questo caso, i ricercatori hanno valutato l’effetto della loro variabile indipendente (molto piccola data la manipolazione di poche parole all’interno di una notizia) rispetto alle numerose variabili intervenienti. Eppure i risultati sono stati imponenti: poche parole con significato emotivo possono avere effetti su centiania di migliaia di risposte scritte su facebook.

Per i ricercatori è una notizia eccitante. Già all’inizio dell’anno ho scritto un articolo sulle sfide della psicologia alla luce delle risorse a disposizione per gli esperimenti. I big data, i grandi numeri, che sono in ballo sono un evento che non si è mai visto nella storia delle scienze. Milioni di dati sul comportamento del soggetto che riguardano la sua cultura, la sua biografia o la sua mente e le sue scelte sono a disposizione. Chissà, forse questo esperimento non sarà più rinnovato e in un futuro manuale di storia di psicologia verrà etichettato come uno dei più scorretti (come potete leggere in questo elenco).

Mi sembra infine degno di nota che, al di là dell’inequivocabile valore che i social network rivestono tra gli utenti, c’è chi ci specula per far soldi e chi per apprendere conoscenza. Ma, e questo è il punto che più mi colpisce, c’è anche un’altra novità verso cui stiamo cominciando a prendere consapevolezza: sono gli algoritmi e non le spiegazioni umane, i veri interpreti di questa realtà parallela entro cui giorno e notte accediamo.

link alla ricerca pubblicata su PNAS

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