La teiera, il latte e l'autismo.

Davvero interessante l’articolo di Deevy Bishop che ha pubblicato nel suo blog a proposito della campagna pubblicitaria dell’associazione per la difesa dei diritti degli animali PETA. Qualche settimana fa, PETA ha lanciato uno spot pubblicitario in cui metteva in relazione il consumo del latte con l’autismo. Bere latte di mucca può causare uno dei disturbi neuropsicologici più diffusi nel pianeta. 

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La professoressa Bishop che insegna neuropsicologia dello sviluppo ad Oxford scrive:

La maggiorparte delle persone non si lascia facilmente convincere a diventare vegana mettendola alla prova sul piano etico. Sembra che PETA abbia deciso quindi di concentrarsi su un altro genere di motivazioni, ossia con l’idea che il latte sia cattivo per te. E’ una conveniente strategia perché le persone sensibili smetterebbero di bere latte [e quindi di tormentare le povere mucche, nda] senza pensare al loro comportamento verso gli animali.

Nell’agenda dell’associazione a difesa dei diritti degli animali si legge: PETA (People For the Ethical Treatment of the Animals) concentra l’attenzione sulle quattro aree in cui un largo numero di animali soffre più intensamente e più a lungo: le fattorie animali, il commercio dell’abbigliamento, i laboratori di ricerca e l’industria dell’intrattenimento.

Non mi soprende questa strana associazione del tutto infondata tra latte e autismo. Di recente su Facebook mi è capitato di imbattermi nelle campagne virali in cui a proposito di autismo, anzicché il vaccino, stavolta è il latte il problema e la fonte di altre patologie: l’asma, la costipazione, le infezioni all’orecchio, le deficienze di ferro, l’anemia e persino alcune forme di cancro. Se non devi torturare e uccidere un animale sarebbe meglio non mangiare nemmeno il suo latte. Secondo questa logica, inoltre, è contro natura dare da bere al neonato il latte proveniente da un’altra specie di animale.

E’ interessante seguire da vicino il modo di argomentare tesi sgangherate. Se ci pensate, ormai è acquisito scientificamente quanto sia importante  il latte materno per lo sviluppo psicofisico del neonato almeno per il primo anno di vita. Avete notato qualcosa di dissonante nell’idea del latte che causerebbe l’autismo? Sì, sono stati intrecciati due livelli: quello della patacca e quello scientifico. E’ tutto sul filo di questa operazione a doppio taglio. Esempio:

  1. E’ sbagliato bere il latte di un’altra specie animale perché è “innaturale” e causa a lungo andare patologie,
  2. è fondamentale che il neonato beva il latte materno per favorire una migliore qualità della crescita.

Ci siete? Ho una certa Idea (bere latte di un’altra specie è “innaturale” e fa male), priva di valore scientifico. Cerco di avvalorarla con una ipotesi empirica (il vantaggio fisiologico durante la crescita) che ha senso in un altro contesto operativo. L’Idea (il latte materno è Buono, il resto è una rapina alle mucche ed è Cattivo per i piccoli e gli adulti) spesso ha un’apparenza rivoluzionaria e richiama la formula magica del “contro il sistema” (la Scienza, i Big Pharma, l’ignoranza del popolo del pensiero unico…). L’Idea diffonde intorno a sé un alone accattivante che trasforma l’arbitrarietà in necessità. Così, la teoria scientifica estrapolata e modificata viene irradiata dall’effetto alone in funzione dell’IDEA che cerco di “vendere”,  a sostengo della campagna per i diritti di x e contro i complotti che manipolano la nostra esistenza.

La professoressa Bishop suggerisce che lo spot sul legame latte – autismo sia un classico caso di “wishful thinking”, una fallacia del nostro modo di pensare che ci porta a sostituire la realtà con i nostri desideri. Wishful thinking, letteralmente: pensando con desiderio, è composto da due aspetti che appartengono a due modi di agire della mente. Il pensiero riflessivo che è l’attività concettuale e logica della neocorteccia (la parte del cervello evolutivamente più “giovane”) e l’attività emotiva del brainstem, cioè le strutture più profonde coinvolte nei processi più automatici di gestione dell’organismo e nelle motivazioni emotive, vecchiotte dal punto di vista dell’evoluzione neuropaleontologica.

Apro una parentesi: mi è sempre piaciuta questa visione “verticistica” nella descrizione del pensiero e dei suoi contenuti (top-down) rispetto a tutto il resto dei processi mentali che, man mano è difficile trovare le parole per descriverli, vanno a posizionarsi in basso, nelle profondità nascoste. E dire che molto spesso e per un lungo periodo dello sviluppo, noi uomini utilizziamo maggiormente, se non esclusivamente, i piani inferiori. Inoltre suppongo che, se avesse voce in capitolo, un animale capovolgerebbe il punto di vista prospettico. Chiudo la parentesi.

Ritorniamo al paradosso del latte che causa l’autismo. E’ giusto procurare dolore agli animali? E’ giusto eseguire esperimenti di laboratorio su di loro? Perché ucciderli e mangiarne la carne? Gli animali non hanno gli stessi diritti dell’uomo? (Per comprendere i meccanismi psicologici dietro a questo genere di paradossi ti invito a leggere qui). La sperimentazione per verificare l’efficacia di un protocollo farmacologico passa attraverso la prova sull’animale. E’ giusto sacrificarne decine per migliorare le condizioni di vita di un paziente ed evitare che muoia? Generalmente i diritti dell’uomo hanno la priorità su quelli degli animali, provando con una legislazione appropriata ad assicurarsi che il trattamento sia il più umano possibile.

russell's teapot

Il wishful thinking (wt) però è molto potente. Potrei dirti quasi con certezza che ha dalla sua l’aspetto “atletico”. La rapidità, gli automatismi del wt fanno sì che non ci sia molto spazio da dedicare a chi sta dietro, a chi arranca, cioè ad una riflessione più lenta e quasi pigra.

Tutto il lavoro sperimentale è senza senso, non ha mai raggiunto niente di effettivo e serve soltanto a promuovere la carriera degli scienziati. Un attimo di riflessione però rivela la fallacia di questo punto di vista: dovrebbe forse significare che gli sperimentatori siano stupidi perché non riescono ad accorgersi dell’inutilità del loro lavoro o che siano dei sadici che godono nel far soffrire gli animali? Nessuna di queste tesi è credibile. Ma se fosse vero, la teoria potebbe avere buon gioco.

Un contesto appropriato, un effetto alone che cattura emotivamente tutto ciò che ruota intorno all’IDEA rivoluzionaria, l’arrangiamento scorretto di pezzi scientifici presi da altri versanti e il gioco è fatto. Ed è veramente scioccante pensare come internet abbia da un lato moltiplicato le fonti di conoscenza e dall’altro abbia dato un irresponsabile potere a tutte le patacche che gridano all’inesorabile complotto. In effetti, potreste obiettare che “fin quando non puoi falsificare la mia Idea (il latte è cattivo) non hai il diritto di giudicarla una patacca”. E’ vero, ma questo argumentum ad ignoratiam (o teiera di Russell) è una pericolosa fallacia quando non ci si adopera a metterla in discussione scientificamente.

Sembra che la paranoia come elemento esplicativo sia una formidabile chiave di lettura del navigatore digitale. E no,  il latte non causa l’autismo ma, bevuto caldo o freddo con lo zucchero o senza con il cacao o il caffè, è un’ottima colazione per il nostro organismo.

link all’articolo della Bishop

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