Anche gli psicologi sognano pecore elettriche?

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Da un’intervista a Josh Siegle, ricercatore del Massachusetts Institute of Technology (MIT), che ho letto su Wired:

C’è una grande quantità di strumenti commerciali utilizzati nelle ricerche neuroscientiche che in genere è costosa e difficile da maneggiare. “Le neuroscienze tendono ad acquisire una cultura affine a quella degli hacker: molte persone hanno un’idea molto specifica di come debba essere compiuto il loro esperimento, così si costruisce da sé gli strumenti che servono”.

Il problema è che pochi neuroscienziati condividono i dispositivi che hanno costruito. E dal momento che sono concentrati a creare gli strumenti per i loro esperimenti, i ricercatori spesso non tengono in considerazione alcuni principi di design come la modularità che, secondo Siegle, consentirebbe di riutilizzare i dispositivi in altri esperimenti. La produzione continuativa di questi attrezzi farebbe risparmiare tempo alle ricerche nel risolvere problemi già affrontati con successo da altri, che spesso costruiscono altri apparecchi da zero quando sono già stati affrontati con precedenti congegni.

Così Josh Siegle e il collega Jakob Voigts del Moore Lab alla Brown University hanno fondato l’Open Ephys, un progetto di condivisione di hardware e design open source a partire dalle loro progettazioni per fabbricare device utili a registrare i segnali elettrici dal cervello dei gatti.

Piuttosto che costruire da zero un nuovo strumento che successivamente andrebbe a finire in un angolo polveroso del laboratorio, essi hanno scelto un approccio modulare. Quindi condividono il processo creativo online per ricevere il feedback dall’ampia comunità neuroscientifica. “Se qualcuno sta lavorando a qualcosa di simile può collaborare insieme a noi”. Inoltre, i due ricercatori desiderano che i loro dispositivi possano essere personalizzati, così qualsiasi altro scienziato può facilmente modificarli per i propri obiettivi di ricerca.

Leggendo queste frasi e immaginando l’assemblamento di dispositivi e la personalizzazione del progetto non ho potuto trattenere un sogno. Non quello umanistico di Martin Luther King. Ma un sogno a metà strada tra realtà e scienza che è poi il serbatoio di ogni raconto fantascientifico. Sì, un sogno possibile ma improbabile. Ho sognato un approccio simile per la preparazione tecnico-teorica dello psicologo, che ci liberasse da tutti gli steccati che ogni scuola demarca per differenziarsi dalle altre. Così ciascun paradigma fornirebbe una componente operativa, verificata sul campo, efficace per i propri obiettivi (nell’ambito della clinica, della tecnologia, della riabilitazione, del lavoro, dell’educazione, della giustizia).

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Ho sognato la costruzione competitiva e interattiva intorno ad un progetto interdisciplinare che realizzasse una teoria unificata di modelli psicologici specifici, empiricamente controllati e condivisi. Ho sognato che la personalizzazione del modulo operativo fosse fondata sull’esperienza, certificata sul campo, per evitare arbitrari personalismi e che fosse aperta alla valutazione esterna. Ho sognato un compromesso tra umanesimo e scienza nella psicoterapia per garantire il superamento di ogni forma di metafisica e raggiro, e conseguire un’effettiva riduzione delle sofferenze mentali e fisiche della persona.

link all’articolo su Wired

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