Autismo: stime allarmanti negli USA

Negli Stati Uniti un bambino su 68 ha una diagnosi del disturbo autistico (ASD). La stima proviene dal nuovo rapporto del Centers for Disease Control and Prevention (CDC) che è stato pubblicato il 28 marzo del 2014.

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La nuova statistica si riferisce ai dati raccolti in 11 Stati nel biennio 2008-2010. Il network coinvolto nel monitoraggio dell’ASD (autism spectrum disorder) ha stimato che 14,7 bambini su 1000 (equivalente a 1 su 68) di 8 anni di età rientra nello spettro del disturbo autistico. Sono i maschi in netta prevalenza (1 su 42) rispetto alle femmine (1 su 189); il 31% dei bambini autistici è stato classificato con disabilità intellettiva (IQ ≤70), il 23% è appena sotto la media (IQ = 71–85) e il restante 46% sta nella media o al di sopra del quoziente d’intelligenza (IQ >85). L’età media della prima diagnosi si aggira intorno ai 4 anni e mezzo (53 mesi).
Inoltre, circa il 48% dei bambini neri non ispanici con ASD ha ricevuto diagnosi differenziale di ritardo mentale rispetto al 38% dei bambini ispanici e il 25% dei bambini bianchi non ispanici. 

Si tratta di dati raccolti in 11 Stati, quindi non sono rappresentativi in modo assoluto per tutti i bimbi di 8 anni degli Stati Uniti. Nondimeno, le analisi sono accurate e rispetto al precedente rapporto del 2008 (i dati vengono aggiornati dal 2000 ogni 2 anni), alle stesse condizioni c’è stato un aumento del 30%, cioè da 1 bambino ogni 88 del 2008 si è passati ad 1 ogni 68 del 2010, il 60% in più rispetto al 2006 (1 ogni 110) e circa il 120% in più rispetto al 2000-2002 (1 su 150). Le cause per l’evidente incremento sono ancora ignote, ma la definizione diagnostica più ampia e articolata e una maggiore accuratezza diagnostica hanno certamente favorito l’individuazione di bimbi che un tempo non sarebbero stati diagnosticati come autistici.

E’ confermata la prevalenza nei bambini maschi (5 volte maggiore) ed è interessante notare che quasi la metà del totale dei bambini si pone nella media se non al di sopra del quoziente di intelligenza dell’età di riferimento. Meno della metà (il 44%) è stato diagnosticato verso i 3 anni, ma la maggioranza ha dovuto attendere di compiere i 4 anni. Si tratta di un grave ritardo nella tempistica diagnostica, infatti oggi sappiamo che la diagnosi precoce (possibile già a 2 anni) è fondamentale per una migliore riabilitazione cognitiva e comportamentale. 

Complessivamente i dati non evidenziano significative differenze statistiche tra i gruppi etnici e razziali all’età in cui vengono diagnosticati per la prima volta. E’ degno di nota il fatto che l’80% di tutti i bambini abbia ricevuto una diagnosi da un clinico o dai servizi scolastici, mentre il restante 20% ancora non ha ricevuto la diagnosi nonostante la documentata registrazione dei loro sintomi nei vari servizi per la persona.

Cosa possiamo concludere? Che la stima è impressionante, nonostante il fatto che i dati facciano riferimento ad 11 Stati degli USA. E’ anche importante sottolineare che spesso la tentazione di una diagnosi può condure ad errrate intepretazioni dei sintomi, ad esempio confondendo i tratti autistici con disagi psichici quali la fobia sociale o con altri disturbi di tipo neuropsicologico. Comunque sia, lo studio è effettuato ogni due anni sullo stesso circuito ed è statisticamente accertato che sia in corso un aumento dei casi. Attualmente, oltre alla maggiore consapevolezza diagnostica, l’ipotesi genetica sulle cause dell’autismo sembra essere la più valida. Probabilmente alcuni fattori ambientali giocano un ruolo importante, ma non c’è alcuno studio che abbia individuato scientificamente quali siano. 

L’utilità del rapporto è evidente e può servire sia nell’ambito della ricerca come per i vari attori sociali ovvero per i politici, le organizzazioni sanitarie, il sistema scolastico, i genitori o i terapisti. Non esistono due bambini che abbiano lo stesso disturbo autistico. La diagnosi indica uno “spettro” del disturbo con innumerevoli varianti. I dati a disposizione circa l’età della prima diagnosi, l’etnia o la diagnosi differenziale consentono di osservare con maggiore consapevolezza il bimbo (qui trovate una checklist messa a disposizione dal CDC) allo scopo di poter eventualmente progettare la riabilitazione e, allo stesso tempo, consentono di incentivare impegni politici per un’adeguata accoglienza sociale e professionale di chi presenta tratti del disturbo autistico.

link al rapporto
link per la cheklist
link della notizia data sulla CNN

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