Borderline

Marsha-Linehan

Ero all’inferno. Così Marsha Linehan descrive la sua condizione mentale a 17 anni, quando sperimentò i primi sintomi del disturbo di personalità borderline. La psichiatra e ricercatrice lo ha confessato alcuni anni fa ad un gruppo di amici e colleghi in un’occasione speciale. Si trovava infatti nell’Istituto psichiatrico dove fu ricoverata per la prima volta.

Lihnean è famosa per aver fondato la terapia dialettica comportamentale per il trattamento del disturbo borderline, delle dipendenze da droghe o per i disturbi alimentari. Ho letto un resoconto toccante della sua storia in un articolo apparso nel 2011 su NYT. Infrange forse un mito duro a morire, perché il terapeuta è immaginato come un individuo fuori dal comune, nel pieno controllo delle emozioni, rigorosamente “saggio” e con un passato senza problemi.

Apprese l’autentica tragedia della grave malattia mentale nel modo più duro, dando testate alla parete della stanza dove era stata confinata.

Marsha Lihnean arrivò all’Institute of Living il 9 marzo del 1961, all’età di 17 anni, e presto divenne la sola occupante della camera di isolamento nell’unità conosciuta Thompson Two, riservata ai pazienti più gravi. Lo staff comprese che non ci fossero alternative: la ragazza si lesionava abitualmente, bruciava i polsi con le sigarette, tagliava le braccia, le gambe, il torace, usando qualsiasi oggetto affilato che le capitasse per le mani.

La stanza era una piccola cella provvista di un letto, una sedia e una piccola finestra sbarrata, senza alcuna possibile “arma” da utilizzare contro se stessi. Ma aveva bisogno di porre fine al suo tormento. Così fece l’unica cosa possibile in quel momento: batté ripetutamente la testa alla parete e al pavimento. Nel modo più duro.

Le fu diagnosticata la schizofrenia. All’epoca il disturbo borderline non era stato ancora individuato e sarà solo nel 1980 che farà la prima apparizione nel DSM III come sindrome autonoma. Caratterizzato da una profonda difficoltà a regolare le emozioni, presenta impulsività, instabilità emotiva e delle relazioni. Il paziente può avvertire intense paure di essere abbandonato, rabbie improvvise e irritabilità. Oscilla tra l’idealizzazione e la svalutazione di chi gli sta vicino, alternando grandi apprezzamenti ad amare delusioni. Il termine sintetizza bene il quadro: borderline, sul bordo del confine, sul limite che separa la nevrosi dalla psicosi.

Le furono prescritte terapie a base di torazina, librium e altri potenti farmaci, ore di psicoanalisi e trattamenti di elettroshock. Ma non cambiò nulla, rimase in camera di isolamento. Alcuni tentativi di suicidio, diverse ospedalizzazioni, lavori estemporanei. Nel 1967 è impiegata in una agenzia di assicurazioni, la sera tardi segue dei corsi presso la Loyola University e qualche volta fa un salto in una cappella di un centro religioso locale per pregare. Una notte:

… ero inginocchiata, guardavo la croce, quando improvvisamente tutto intorno diventò luminoso – sentii qualcosa venire verso di me. Fu un’esperienza straordinaria e appena rientrai a casa esclami: “Io amo me stessa”. E’ stata la prima volta, che io ricordi, in cui parlai a me stessa in prima persona. Mi sentivo trasformata.

Le oscillazioni emotive non erano andate via del tutto, ma riusciva a fronteggiare queste tempeste senza più ferirsi. Cosa era cambiato? Dopo tanti anni di studio in psicologia, un dottorato e ricerche, ha compreso che l’accettazione è stata determinante. Aveva capito che la differenza tra l’immagine di persona che voleva essere e quella che era, disperata, senza speranza, profondamente desiderosa di una vita normale, poteva essere risolta accettandosi così come era. Quella differenza non sarebbe sparita, ma sarebbe diventata accettabile, meno minacciosa e meno dolorosa.

Quando cominciò a lavorare come ricercatrice in una clinica dove erano trattati pazienti che mettevano a rischio la loro vita con comportamenti estremi o tentando di suicidarsi, l’idea dell’accettazione divenne fondamentalmente cruciale. I pazienti suicidari avevano tentato più volte di cambiare. Non bastava indicare loro strategie di cambiamento. Lihnean afferma che il miglior modo per “ingaggiarli” era di dire loro che quel tipo di comportamento disfunzionale avesse un senso: i pensieri di morte erano semplici manifestazioni della loro sofferenza.

Non si tratta soltanto di illuminazioni religiose o rapide guarigioni basate su miracolose intuizioni. Lihnean ha costruito la sua terapia su due principi , apparentemente opposti: l’accettazione della vita come è, non come si suppone che sia; il bisogno di cambiamento, malgrado la realtà e proprio per questo. Testò la sua teoria su basi più empiriche, nel mondo reale. Si rivolse ai pazienti diagnosticati con disturbo borderline, il suo disturbo. Una condizione caratterizzata dagli sbalzi di umore, crisi emotive e atti autolesionistici. Pazienti difficili in terapia, possono essere spaventati ma anche ostili, manipolativi, ostinatamente silenziosi o in preda a tempeste emotive a rischio di suicidio.

Accettarsi significa per il paziente riconoscere che gli intensi scoppi di rabbia, il vuoto, l’ansia, il sensibile bisogno di aiuto siano parte di se stessi e i tentativi di suicidio, l’autolesionismo, hanno un senso e sono accettati dal terapeuta. Si tratta di una strategia terapeutica rischiosa e nello stesso tempo ragionevole. Il paziente borderline  nel corso della sua storia ha sempre ricevuto costanti svalutazioni del suo comportamento. Accettare se stessi implica una sfida piena di incognite e il terapeuta stabilisce col paziente un contratto partendo proprio da qui: un impegno verso se stessi in cambio della vita. “La terapia non può avviarsi con persone che sono morte“. 

Confrontate con altri trattamenti, la terapia dialettica comportamentale di Marsha Lihnean funziona con maggior successo, riduce i tentativi di suicidio, i periodi di degenza nelle cliniche ed è adesso impiegata per altre sindromi difficili da trattare.

link all’articolo sul NYT
link al Manuale della Lihnean

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Un pensiero su “Borderline

  1. Marsha Linehan è una grandissima ed appassionata psicoterapeuta. Avevo letto il suo testo sul trattamento dei paziento Border Line con metodo ispirato alla DBT e ne ero rimasto fortemente impressionato ed ammirato. Non conoscevo affatto i precedenti biografici dell’Autrice, né il suo volto che esprime bontà e benevolenza. Grazie ancora Marsha. Con tanto affetto. Ovunque tu sia. Damiano.

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