Placebo, aspettative e doppio cieco

Il placebo compie strane magie. Se credi di aver preso qualcosa che dovrebbe farti sentir meglio, con tutta probabilità ti sentirai meglio. Sei stato stregato dal placebo. E’ un paradosso: è una scatola, non contiene nulla e nonostante ciò offre qualcosa.

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In medicina, il placebo gioca un ruolo cruciale nella fase di sperimentazione di un farmaco. I ricercatori per testare un nuovo farmaco ad esempio devono osservarne gli effetti nel gruppo sperimentale (GS) rispetto al gruppo di controllo (GC). Quest’ultimo in genere riceve il trattamento standard ma qualora per diverse ragioni non sia disponibile i ricercatori optano per il placebo. Si tratta di un prodotto in apparenza uguale al farmaco (un’iniezione, una pillola, etc.) ma senza alcun effetto dato che non contiene alcun principio attivo. E’ un brillante espediente per osservare se c’è un effettiva differenza tra il nuovo farmaco e il placebo. 

La prassi sperimentale prevede che nessun soggetto appartenente ai due gruppi sappia se ha ricevuto il trattamento o il placebo. Il problema da evitare sono le attese dei partecipanti. Le aspettative hanno il potere di creare un effetto positivo anche se il farmaco non funzionasse (nel gruppo sperimentale, GS) e persino se ricevessi la pillola senza principio attivo qualora facessi parte del GC .

Per evitare gli effetti placebo, i ricercatori non dicono al soggetto se sta ricevendo il trattamento o il finto trattamento assegnando casualmente il partecipante ad uno dei due gruppi. Questa procedura di randomizzazione (da random, “casuale”) serve per rimediare alle influenze involontarie degli stessi sperimentatori. Infatti pure le aspettative dei ricercatori possono influire sui risultati. Ad esempio, possono “involontariamente” assegnare al GS soggetti che stanno meglio rispetto ai partecipanti del GC sicché è più probabile osservare miglioramenti nel GS rispetto al GC. Ma in questo caso il miglioramento non è più dovuto al farmaco.

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La soluzione metodologica è quella di non dire né al paziente né allo sperimentatore cosa si sta sperimentando e a quale gruppo si appartiene. E’ una soluzione a doppio cieco: da un lato, lo sperimentatore non sa se sta somministrando il placebo o il trattamento e in certe circostanze persino la natura del trattamento, dall’altro lato il partecipante non sa se riceve l’uno o l’altro e, in certe circostanze, non conosce neppure lo scopo della ricerca.

In psicologia purtroppo le precauzioni metodologiche come il doppio cieco diventano problematiche. Walter Boot della Florida State University e Daniel Simons della University dell’Illinois, in un bell’articolo approfondiscono tutte le insidie delle aspettative e del placebo nelle ricerche di psicologia. E’ difficile somministrare un protocollo di intervento senza dire nulla al paziente. Ad esempio: se somministri un trattamento ad un depresso, è inevitabile che questi sappia e si aspetti dei risultati. E le sue attese possono influenzare i risultati proprio a causa dell’effetto placebo.

I due ricercatori fanno l’esempio dei videogame. C’è una importante letteratura scientifica che mostra i benefici cognitivi dei videogame (vedi ad esempio qui e qui). Simons e Boot hanno tentato di replicare alcune di queste ricerche senza riscontrare gli stessi risultati. Secondo loro non sono state controllate le aspettative dei partecipanti. In un esperimento su 400 soggetti, i giocatori davanti ad un gioco di azione si aspettavano preventivamente di migliorare le capacità visive e  attentive rispetto a chi nel gruppo di controllo ha eseguito un gioco come il Tetris e dal quale invece si aspettavano di migliorare la capacità di ruotare mentalmente gli oggetti. Cosa che si è puntualmente verificata. E’ una distorsione metodologica dovuta alle aspettative del soggetto piuttosto che al gioco in se stesso (cioè alla variabile indipendente o sperimentale).

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Questo scenario non implica che le ricerche siano sbagliate. Anzi nel settore dei videogame sono tra le più sicure. Semmai non sono definitive, perché il gruppo di controllo non si comporta come il placebo negli esperimenti del farmaco a doppio cieco. L’esistenza del GC in se stessa non è sufficiente per aggirare le aspettative e le conseguenze dell’effetto placebo come accade nella sperimentazione di un farmaco.

Stessa sorte è toccata ad un’ampia gamma di ricerche di psicologia, dalle psicoterapie ai test per migliorare le prestazioni cognitive. Una lunga lista di ricerche in cui non vi è alcuna analisi sulle aspettative dei soggetti impiegati negli esperimenti. “L’ironia, dichiara sommessamente Simmons, sta nel fatto che proprio gli psicologi dovrebbero comprendere la potenza degli effetti dovuti alle aspettative!“. Il fatto è che spesso gli sperimentatori di psicologia sono più vulnerabili e influenzano con le loro aspettative i soggetti sperimentali spingendoli involontariamente a comportarsi in un certo modo in base alle proprie attese.

Un altro esempio è costituito dalle aziende che producono in misura sempre crescente programmi per il miglioramento delle abilità mentali (brain-training) attraverso semplici compiti (vedi qui, qui e qui). Si tratta di un mercato in via di espansione, con una forte influenza sull’immaginario collettivo e nelle politiche educative e della salute mentale. Spesso, a sostegno dei loro prodotti, vengono citate ricerche che hanno utilizzato gruppi di controllo che non svolgevano nulla e quindi con aspettative al ribasso rispetto a quelle dei soggetti del gruppo sperimentale. Ancora una volta non vengono presi nella dovuta considerazione gli effetti placebo. 

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Poter controllare le aspettative è un punto cruciale per rafforzare il valore scientifico della ricerca. Il metodo del doppio cieco è fondamentale e, laddove non appicabile, è possibile rimediare verificando le aspettative dei partecipanti adeguando il disegno sperimentale di conseguenza. Nella ricerca menzionata sul videogame di azione, ad esempio, al GS poteva essere affiancato un gruppo di controllo che si aspettasse di migliorare le stesse abilità cognitive ma con un gioco diverso. Gli psicologi possono insomma conoscere in anticipo le aspettative e manipolarle. Ad esempio dicendo ad una parte di entrambi gruppi di aspettarsi un miglioramento, viceversa dichiarando ai rimanenti di non aspettarsi nulla. Potrebbero oppure affermare di aspettarsi dei benefici dopo uno specifico periodo di addestramento e testare i partecipanti prima e dopo quest’intervallo.

Serve una combinazione calibrata di procedure di controllo per riconoscere e comprendere l’influenza delle aspettative e garantire la validità dei risultati nelle ricerche in psicologia. Si riducono i costi, si evitano errori clamorosi, vengono individuate immediatamente le frodi. Ma non è facile per uno psicologo sperimentale “gestire” la soggettività, autentico rompicapo per una psicologia galileiana.

link alle ricerche di Simmons e Boot qui e qui

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