Il paradosso del carnivoro

Temple Grandin è una della più famosi ricercatrici Asperger al mondo, immortalata nel ritratto ‘neurologico’ che Oliver Sacks ci ha regalato in Un antropologo su Marte.

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Grandin è conosciuta per le iniziative a favore degli animali e nello stesso tempo per aver difeso il concetto della carne come pasto da consumare favorendo indirettamente gli interessi dell’industria della carne. Come si può conciliare l’impegno senza sosta per il welfare degli animali e l’alleanza indiretta con le industrie della carne?

Un italiano mangia in media 90 chili di carne all’anno (aumento del 200% negli ultimi 50 anni, vedi fonte), ma può arrivare a spendere migliaia di euro l’anno per le cure del proprio animale domestico (43 miliardi complessivamente all’anno negli USA). Ci prendiamo cura degli animali, li proteggiamo, li tuteliamo (in Italia si rischiano fino a tre anni di carcere e fino a 160.000 euro di multa se si è colpevoli di atti crudeli verso gli animali) e tuttavia li mangiamo con altrettanta “passione”.

Il dottor Steve Loughnan e collaboratori ha descritto questa contraddizione sociale e alimentare attraverso il concetto del paradosso della carne (paradox meat così come lo ha chiamato) in un interessante articolo. Nelle sue ricerche riporta i risultati di alcuni esperimenti realizzati per comprendere le complesse strategie psicologiche che gli individui mettono in atto per mangiare carne, nonostante le paradossali affermazioni a favore degli animali.

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Come può essere risolta la contraddizione alla base del paradosso della carne tra l’amore verso gli animali e amore verso la carne degli animali? Secondo i ricercatori ci sono due modi. Il primo è quello di non consumare carne e diventare quindi vegetariani. Essi spesso dichiarano il loro disgusto verso il consumo di carne e sappiamo bene quanto sia potente l’emozione del disgusto nel determinare i nostri comportamenti. Eppure è altrettanto paradossale il fatto che i consumatori di carne (da qui in poi i “carnivori”) provano un’altrettanto potente emozione di piacere quando mangiano carne!

Il secondo modo è quello di abbassare il livello dei diritti morali attribuiti agli animali. Uccidere gli animali è meno problematico se pensi che non abbiano gli stessi diritti dell’uomo. Questo processo è possibile perché i carnivori pensano che gli animali non abbiano la capacità di percepire complessi stati emotivi e cognitivi come riesce all’uomo.

I vegetariani attribuiscono una ricca vita emotiva agli animali e complessi stati mentali, credenze che li inducono a rigettare l’idea di uccidere animali per consumare la loro carne. In questa prospettiva metacognitiva (vedi l’articolo sulla teoria della mente), gli animali sono esseri viventi che provano dolore per cui vanno accordati diritti morali come agli esseri umani. Il fatto di avere stati mentali simili all’uomo li rende capaci di esperire il dolore come nell’uomo (leggi questo articolo per approfondire le sfumature tra teoria della mente, percezione del dolore, coscienza e diritti).

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Per i carnivori, al contrario, negare esperienze mentali ed emotive negli animali può essere un buon deterrente per risolvere la dissonanza cognitiva che emerge dal contrasto fra l’uccisione di una creatura vivente e l’atto di consumazione culinaria. Il punto è che pensare che gli animali abbiano una mente semplice o primitiva facilita l’idea che soffrano di meno o che, comunque, la loro sofferenza sia meno ’vicina’ all’esperienza umana.

In alcuni esperimenti descritti nell’articolo, i ricercatori hanno scoperto che i carnivori risolvono la questione, dal dispiacere dell’uccisione di milioni di animali al piacere di mangiare la carne cotta, modificando le loro credenze. In un esperimento, soggetti che avevano precedentemente mangiato carne nel test successivo, apparentemente non legato al primo, dichiaravano che gli animali avessero meno diritti come è stabilito per gli uomini.

In un altro esperimento, prima di mangiare carne bovina o frullato di banana i soggetti dovevano rispondere ad un questionario sui diritti morali della mucca. Chi rispondeva negativamente alle domande preferiva mangiare carne e sentiva meno sensi di colpa e di vergogna. In sostanza, se cerchi di ricordare al carnivoro le cruente origini della carne che mangia, per risolvere la dissonanza cognitiva egli probabilmente ridurrà il giudizio sulla qualità mentale dell’animale, che vuol dire: minore percezione del dolore da parte dell’animale, il venir meno del senso di accudimento da parte dell’uomo e inevitabilmente minore rispetto morale, per cui mangerà carne con meno rammarico.

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Per aggirare il paradosso, inoltre, i carnivori eseguono delle operazioni mentali più astratte. I ricercatori sostengono che tutti noi applichiamo un frame of reference, uno schema di riferimento, per categorizzare gli stimoli esterni: il mio cane è un animale domestico, il mio cavallo è un giocattolo, il maiale è un pasto, cioè la categoria in cui collochiamo l’animale influenza il modo in cui lo tratteremo (Herzog, 2010).

E’ un argomento tipico di psicologia cognitiva: inserendo un membro in una specifica categoria fa sì che acquisisca gli attributi rilevanti della categoria. Così, se la carne animale acquista gli attributi di quantità e qualità diventa un attraente piatto, mentre l’animale nella categoria degli esseri domestici acquisisce personalità e diritti morali.

I partecipanti di un esperimento ritenevano che gli animali non avessero le proprietà per il riconoscimento dei diritti se la carne veniva etichettata come “cibo” contrariamente di chi non riceveva questa informazione. Talvolta basta solo menzionare la carne come “pasto alimentare” per sopprimere la dimensione morale.

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Una serie di esperimenti ha evidenziato un altro aspetto del paradosso. I partecipanti, sollecitati a pensare cosa rendesse gli animali simili agli uomini, dopo erano più propensi ad attribuire diritti agli animali. L’enfasi degli aspetti umani negli animali fa sì che siamo meno disposti a mangiare la carne e più favorevoli a rispettare i loro diritti.

Al contrario, non sono stati riscontrati simili effetti nell’enfatizzare certe somiglianze dell’uomo con il mondo animale. Questo insieme di ricerche suggerisce un’insolita e interessante asimmetria “antropologica”: antropomorfizzare l’animale inibisce l’istinto di consumazione della carne e ne incrementa il rispetto etico; considerare l’uomo in una prospettiva naturalistica (cioè analogie e contiguità con gli animali) non ha alcun effetto inibitorio verso gli animali e rimane intatta la motivazione a mangiarne la carne.

In un modo o nell’altro, il paradosso della carne conferma una dimensione peculiare della psicologia umana: mettersi nei panni dell’altro attribuendo personalità, idee, immaginazione diverse dalla nostra. Una vera e propria trasgressione rispetto alle tradizionali teorie psicologiche che sostenevano la supremazia dei bisogni primari (consumazione e sesso) su tutto.
Il cervello nelle sue perenni peregrinazioni verso le menti altrui evolve per gestire cervelli.

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