Mozart e gli psicologi

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Suonare Mozart o Beethoven non fa così bene. Contro il luogo comune che insegnare a suonare uno strumento musicale o ascoltare la musica classica sia utile per un bimbo, le ricerche ribadiscono un secco no.

L’idea è quella che insegnare a padroneggiare il violino ad esempio può migliorare le abilità motorie più fini, la concentrazione o l’autodisciplina del piccolo apprendista. Eppure questa teoria non ha mai avuto molto successo nelle verifiche sperimentali, come di recente ha sostenuto il dottor Glenn Schellenberg, professore di psicologia all’Univeristà di Toronto, che ha studiato la relazione tra lezioni di musica e il livello di apprendimento a scuola con esiti negativi (vedi qui e qui). Egli sostiene che il miglioramento talvolta riscontrato sia dovuto al contesto educativo e alle capacità economiche delle famiglie che sono in grado di pagare le lezioni onerose di musica classica.

Lo stesso Schellenberg nel 2004 aveva publicato un articolo di ricerca in cui dimostrava che impartire lezioni di musica ai bambini (nel campione erano ben 140) fosse utile per aumentare i punteggi nei vari test di intelligenza. Però nelle conclusioni evidenziava come l’effetto fosse dopotutto piccolo nella scala del QI e di breve durata.

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Il giovane Mozart in uno dei tanti ritratti che testimoniano il precoce talento e soprattutto il lungo apprendistato.

In realtà, questo genere di ipotesi si riallaccia ad una ricerca originaria pubblicata nel 1993 su Nature da Rauscher, Shaw e Ky. Questi ricercatori avevano realizzato degli esperimenti per dimostrare l’esistenza di un effetto Mozart. In effetti, trovarono un miglioramento nelle prestazioni in compiti visuospaziali degli studenti, sebbene fossero di breve durata. In altre successive ricerche, bambini sottoposti a lezioni di tastiera o di canto presentavano alti punteggi nei test di ragionamento spaziale.

Eppure, ricerche e metanalisi successive hanno sempre falsificato questi dati, dimostrandone l’infondatezza o quanto meno la breve durata dell’effetto qualora si fosse presentato. Per chi ne fosse interessato, c’è un ottimo articolo di Bangerter e Heath pubblicato nel 2004 in cui viene approfondita la storia della legenda scientifica dell’effetto Mozart.

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Ancora Mozart in turnè.

Che conclusioni possiamo trarne? I dati sono chiari: l’effetto, se sopravviene, è molto piccolo e dura pochissimo. Quando un’ipotesi viene falsificata da più ricerche, decade la teoria che la sostiene. Da qual momento in poi può essere completamente accantonata e, forse, essere menzionata sinteticamente nella cronologia di un testo di storia delle scienze. O diventare un mito. 

I miti talvolta nascono e si diffondono con una rapidità impressionante, soprattutto quando in questo caso hanno fatto vendere milioni di cd e musicassette di Mozart. Questo mito ha trovato terreno fertile nel sistema scolastico, in vari contesti professionali o in alcune pratiche terapeutiche e riabilitative (anche discutibili). Spesso, combinato con la mitologica idea che i primi tre anni di vita siano cruciali per far sviluppare il talento del piccolo, genitori, educatori, psicologi, insegnanti, pedagoghi o ricercatori hanno provato con un Mozart o un pianoforte a innescare la scintilla del genio nella mente (quasi sempre irriconoscente) del bambino.

C’è poi un altro fenomeno davvero interessante che riguarda la magica operazione cognitiva che fa credere ad un “effetto” del talento di Mozart sul cervello tenero e “plasmabile” di un bambino. Come se per magia, l’intuizione creativa, la scintilla folle e geniale e l’enorme lavoro di apprendistato di Mozart possa trasmigrare dagli spartiti attraverso la musica verso i terreni fertili del cervello di un bambino. Ancora una volta, l’immaginazione si fonde con la realtà per realizzare magari sogni irrealizzati del genitore.

Senza nulla togliere allo splendore della musica mozartiana o alla meraviglia motoria delle dita sui tasti di un pianoforte, sarebbe meglio restituire al bimbo, alle sue emozioni e al suo cervello, la possibilità di crescere con i suoi tempi e nella sua ragionevole zona di sviluppo, così come la denominò il grande psicologo russo Lev Vygotsky. Chiedere qualcosa che si trovi fuori la sua zona prossimale di sviluppo è un rischio troppo alto, perché i bimbi a quell’età non hanno ancora raggiunto competenze che richiedono anni e tanta esperienza. E se osservassimo senza pretese il bambino, scopriremmo facilmente quali siano gli interessi che ha scelto e come riesca con naturalezza a soddisfarli soprattutto in compagnia di un amico che di un compositore vissuto secoli prima.

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