Le sfide della Psicologia nel 2014

Desert Highway

Un articolo molto importante di Chris Chambers è apparso sul Guardian e riguarda il futuro della psicologia. L’Autore, ricercatore di neuroscienze cognitive, stila 5 punti in cui intravvede importanti passi in avanti per una maggiore credibilità della ricerca in psicologia.

Chambers inizia l’articolo menzionando una ricerca del 1959 di Ted Sterling quando analizzò 294 articoli di ricerca pubblicati sulle più importanti riviste scientifiche di psicologia. Sterling scoprì che il 97% delle ricerche riportavano risultati positivi, cioè confermavano le ipotesi. E formulò alcune domande: che fine hanno fatto le ricerche con risultati negativi? Perché vengono pubblicate solo ricerche che confermano le ipotesi e mai quelle che provano a confutarle? La ricerca in psicologia è sempre vera, corretta, così inarrestabile? No e da quel momento ci si aspettò che questa pratica poco scientifica fosse risolta.

Invece, quando nel 1995 Sterling ripeté la ricerca trovò gli stessi numeri e lo stesso problema della “censura” dei risultati negativi e non è stato il solo a imbattersi in questa scorretta prassi metodologica. I bias nella ricerca sono difficili da sradicare. Però qualcosa sta cambiando grazie soprattutto ad una nuova generazione di psicologi più giovani. Vengono messe da parte ricerche che non possono essere replicate, si evitano le riviste che danno valore solo ad aspetti interpretativi e non quantitativi della ricerca ed è in declino la vecchia cultura accademica che gestiva i dati di ricerca come proprietà personale.

Ma vediamo i 5 punti chiave dove sono in corso dei cambiamenti significativi in psicologia:

 

1) La replica

Un classico problema in psicologia. La regola dice che ogni ricerca deve essere riprodotta da ricercatori indipendenti, soprattutto se si tratta di una nuova scoperta. Se così non fosse, regnerebbe la libertà di sostenere qualsiasi teoria senza alcun fondamento oppure di rivelare scoperte i cui risultati però sono sbagliati (vi ricordate la storia dei neutrini?). Non ci sarebbe alcun progresso scientifico. In psicologia purtroppo siamo piuttosto indietro. Spesso vengono pubblicate ricerche che rivelano risultati sorprendenti e che generano titoli accattivanti sui giornali. Eppure, raramente vengono replicate da altri ricercatori. Perché sprecare altre risorse che già sono poche? Persino le riviste scientifiche spesso incoraggiano la pubblicazione di queste ricerche e tendono a evitare le ricerche che “deludono” le aspettative di ricerca.

Cambiamento: i nuovi psicologi hanno capito l’importanza della replica. Ho già scritto ad esempio in questo articolo del Many Labs project costituito da un gruppo di oltre 50 ricercatori in 36 laboratori sparsi nel mondo che hanno replicato 13 grossi esperimenti di psicologia (10 dei quali hanno ricevuto conferma), coinvolgendo oltre seimila partecipanti. Perspectives on Psychological Science ha lanciato di recente l’iniziativa di pubblicare le repliche di ricerche passate e giornali come  BMC Psychology o PLOS ONE danno la precedenza a ricerche che verificano i risultati di altri esperimenti.

 

2. L’accessibilità

Ecco un altro problema serio. Se volete scaricare un articolo di ricerca da una rivista online nella maggior parte delle volte dovrete sborsare in media 35 dollari. Anche gli enti di ricerca pagano per mettere a disposizione gratuitamente gli articoli ai ricercatori. Ora, se lo Stato paga perché siano resi disponibili a studenti e ricercatori questi articoli, perché noi liberi cittadini non abbiamo gli stessi diritti di accesso dato che i soldi dello Stato (attraverso cui finanziamo la ricerca) sono quelli delle nostre tasse? 

Cambiamento: il movimento open access sta crescendo e aumentando la sua influenza. Le spinte verso l’apertura dei paperi (in gergo viene chiamato papero l’articolo di ricerca che in inglese è denominato “paper”) stanno ottenendo importanti successi affinché possano essere scaricati liberamente, grazie anche all’intervento di istituzioni e fondazioni che pagano un extra per l’open access. Certo, una strana soluzione pagare due volte un articolo per renderlo aperto al pubblico.

 

3. L’apertura scientifica

In psicologia non c’è condivisione dei dati. I dati raccolti durante gli esperimenti spesso non vengono pubblicati rendendo impossibile gli studi di metanalisi e nascondendo le false analisi di ricercatori poco onesti (vedi il caso di Diederik Stapel, psicologo sociale che ha inventato e manipolato i dati nei suoi 55 articoli di ricerca).

Cambiamento: oggi i ricercatori tendono ad introdurre in appendice tutti i dati. Ci sono prove confortanti che dimostrano come la condivisione dei dati aumenti la qualità della ricerca e diminuisca gli errori statistici. Psychological Science premia con un Open Data badge i ricercatori che inseriscono i loro dati, i quali usufruiscono di vari benefici tra cui l’accesso agli archivi di ricerca per metanalisi o altre ricerche.

 

4. I grandi numeri

Uno dei problemi che affligge il mondo della ricerca in psicologia è collegato alle dimensioni dei campioni, spesso di piccole dimensioni sia per la difficoltà di reclutamento sia per la povertà di risorse economiche. Un campione di pochi soggetti è improbabile che rappresenti la popolazione in generale, sicché le scoperte che potrei trovarci non sarebbero applicabili al di fuori di esso (validità esterna nulla).

Cambiamento: ci sono strumenti innovativi impensabili fino a qualche anno fache superano gli ostacoli del reclutamento ed internet rappresenta davvero la svolta. Ad esempio, l’Amazon Mechanical Turk (AMT) è un servizio di reclutamento online che con piccole somme di denaro consente di raccogliere dati da migliaia di partecipanti. Un altro esempio è costituito dall’unione delle forze tra diversi operatori che mettono a disposizione i loro dati per altre ricerche, come nello straordinario disegno di ricerca di Tom Stafford che ha raccolto i dati di oltre 850.000 persone.

 

5. Limitare i “gradi di libertà”

In psicologia lo strumento di analisi più utilizzato è la statistica. Ma facciamo un passo indietro. Per scoprire se l’ipotesi è vera lo psicologo manipola nell’esperimento la variabile indipendente che secondo ipotesi causa un effetto (variabile dipendente). Per essere sicuro di questa relazione causale è necessario una controprova non somministrando la variabile indipendente in un altro campione (detto di controllo). Faccio un esempio: al campione sperimentale si chiede di giocare mezz’ora al giorno a tetris (variabile indipendente) perché secondo ipotesi aumenta le prestazioni visuospaziali (variabile dipendente) dell’utente; viceversa, il campione di controllo non viene sottoposto al gioco del tetris (non somministro la variabile indipendente). Il ricercatore effettua analisi statistiche sui dati raccolti per verificare che esista la relazione causale nel campione sperimentale (il tetris migliora le prestazioni cognitive) e che ci sia una differenza significativa con il gruppo di controllo (se non c’è il tetris non c’è in effetti un miglioramento).

La preoccupazione dello sperimentatore è quello di tenere a bada le variabili che non interessano (variabili intervenienti) anche attraverso le analisi statistiche per garantirsi un certo livello di certezza qualora venga confermata l’ipotesi. Il problema è evidente, rispetto alle altre discipline in cui l’ipotesi è vera o falsa senza troppe “sfumature”, lo psicologo si muove all’interno di un ambiente statistico dove l’ipotesi ha un valore di certezza di natura probabilistica.

Il ricercatore può a questo punto utilizzare diversi modelli statistici pur di ottenere i risultati desiderabili, rimuovendo tutti quelli che non vanno nella direzione attesa e riportando nell’articolo solo l’analisi statistica che ha funzionato per il suo scopo facendo di tutto per tenere il valore atteso sotto il 5% di significatività (p<.05). E’ un po’ come comprare tutti i biglietti alla lotteria. Ecco perché Sterling nel 1959 e cinquant’anni dopo ha trovato solo ricerche con risultati positivi senza alcuna menzione di tutte le (probabili) operazioni statistiche effettuate.

Cambiamento: la soluzione che sta ormai adottando un crescente numero di ricercatori psicologi è quella della pre-registrazione del disegno sperimentale, cioè registrare anticipatamente la ricerca su un sito riconosciuto dalla comunità scientifica, dichiarando le analisi che verranno utilizzate e i risultati attesi. Un approccio standard in medicina per prevenire i problemi legati al bias dell’aspettativa dello sperimentatore. Le riviste scientifiche CortexAttention Perception & PsychophysicsAIMS Neuroscience e Experimental Psychology offrono la possibilità di pre-regitrare gli articoli prima della realizzazione delle ricerche. Questa possibilità consente al giornale di selezionare gli articoli non più badando solo ai risultati ma anche alla qualità scientifica del lavoro sperimentale. Nel 2013 in occasione della Dichiarazione di Helsinski sono stati dettati i principi etici per la ricerca medica tra cui è richiesta la pre-registrazione pubblica prima del reclutamento di soggetti umani per l’esperimento.

Ci sarebbero però altri punti che mi piacerebbe aggiungere, avremo modo di ritornarci durante il corso dell’anno per aggiornarci su questi 5 che ho riportato. Due su tutti: 1) il rapporto tra ricercatori e clinici che sembra mostrare promettenti sviluppi (vedi qui ad esempio), 2) il rapporto tra psicologia e tecnologia in chiave terapeutica (vedi qui). Sarebbe molto interessante sapere cosa ne pensino i principali attori istituzionali (Ordine degli Psicologi, Ministero della Salute, Istituto Superiore della Sanità, accademici, i colleghi psicologi e psicoterapeuti, psichiatri e riabilitatori, etc.) del panorama italiano. Sarebbe un buon risveglio dal lungo sonno della psicologia italiana del Novecento.

link all’articolo sul The Guardian

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