Lo psicologo e gli spiriti

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Segnalo un articolo pubblicato dall’ Australian Journal of Parapsychology sul disturbo post traumatico da stress (DPTS) post-mortem, cioè lo stress post -traumatico delle persone che sono state assassinate.

D’accordo siete interdetti, ma aspettate un attimo. L’articolo è pubblicato su una rivista para-scientifica riconosciuta e soprattutto i pazienti sono deceduti per gravi traumi ricevuti in situazioni criminali altamente stressanti.
Però una perplessità c’è: la diagnosi DPST per noi vivi e vegeti è da porre negli stessi termini per chi ci abbia lasciato verso altre mete extraesistenziali? Oppure è necessario rifarsi ad un DSM redatto da ricercatori dell’altro mondo? Non è dato sapere. Ecco l’abstract della pubblicazione:

Gli obiettivi di questo articolo consistono nell’analizzare e approfondire i fenomeni psicologici che ho percepito nelle persone defunte, incluse le prove del disturbo post traumatico da stress (DPTS) in coloro che sono stati uccisi. La metodologia utilizzata è stata ‘la proiezione di coscienza’ (uno stato non-ordinario della coscienza) che mi ha consentito direttamente di osservare, interagire e intervistare le persone decedute come psicologo sociale. Questa ricerca è basata sullo scetticismo cartesiano,il quale mi ha permesso un’analisi più critica della mia esperienza durante la proiezione di coscienza. Ci sono prove consistenti che una persona morta: 1) continui a vivere, a pensare, a comportarsi dopo la morte come se avesse ancora il suo corpo perché la coscienza continua ad esistere in uno stato incorporato [emobodied, ndr] nella forma di “esperienze post-mortem incarnate”; 2) potrebbe non realizzare per un consistente periodo di tempo di essere ormai deceduta dal momento che la coscienza continua a permanere in uno stato incarnato dopo la morte (ad esempio, ‘il turbamento post-mortem’ – la durata di questo turbamento può variare da persona a persona, in teoria secondo il tipo di morte e il livello di struttura); 3) non gli piace parlare, ricordare o spiegare cose collegate con la sua dipartita perché c’è la prova che molti eventi connessi con la morte siano repressi nell’inconscio (‘regressione cognitiva post-mortem’). Inoltre, c’è la prova che morire possa essere molto traumatico per la coscienza, specialmente nei casi di assassini che possono dar seguito persino al disturbo post-traumatico da stress.

Ora, questo genere di argomento è senz’altro interessante (ad esempio qui descrivo una ricerca sul cervello dei medium), ma sono necessarie alcune precauzioni. Il rischio è quello di prendere a prestito alcuni concetti approfonditi sperimentalmente in vari discipline scientifiche per un uso che stravolge il significato originario.La cognizione incarnata (embodiment cognition) ha ricevuto molta attenzione dai ricercatori, ad esempio può darci una spiegazione del fenomeno dell’arto fantasma nei soggetti che hanno subito un’amputazione di un arto. Ma è un’ipotesi neuropsicologica messa alla prova da esperimenti empirici.

Non aggiungo nessun contenuto di verità provando concetti astratti attraverso spiegazioni astratte. Senza un legame tra teoria e realtà dei fenomeni osservabili (realtà fatta di laboratori, di esperimenti, di condivisione con la comunità scientifica, di pubblicazioni etc.), siamo su un piano autoreferenziale, fuori dalla logica della verifica e in cui non è possibile nemmeno dimostrare se la congettura sia vera o falsa. E’ questa la differenza sostanziale tra una (anche bella) storia e una (anche noiosa) teoria scientifica.

Sì, le storie possono anche avere un valore terapeutico, ma solo all’interno di una procedura controllata da una preparazione tecnico pratica di uno specialista di psicopatologia. Sono i pazienti i primi a ricordarci che bisogna fare i conti con la realtà mostrandoci le concrete conseguenze delle loro storie mentali.

link all’articolo di parapsicologia

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