L'umanità dei primi lobotomisti

 

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Su The Psychologist è stato pubblicato un affascinante articolo sulla corrispondenza epistolare tra Walter Freeman, primo neurochirurgo a praticare la lobotomia, e i familiari dei suoi pazienti. Si tratta di rivelazioni che per certi versi contraddicono l’immagine diabolica che ci aspetteremmo dalla disumana figura di un medico che rimuove parte del cervello allo scopo di “normalizzare” chi soffre di disturbi mentali.

Sviluppata a partire dagli anni Trenta, quasi contemporaneamente alle leucotomie del premio Nobel Egas Moniz in Europa, la psicochirurgia fu ideata allo scopo di rimediare alle sofferenze di gravi psicosi come la schizofrenia o la depressione maggiore. La procedura chirurgica consisteva nella distruzione delle connessioni tra il talamo e le cortecce prefrontali o nella drastica rimozione dei lobi prefrontali. Dai loro primi esperimenti, sia Moniz che Freeman ne ricavarono risultati promettenti. Freeman divenne in pochi anni una vera e propria autorità indiscussa eseguendo centinaia di “psicochirurgie” a prezzi addirittura economici (si parla di 25 dollari ad intervento che poteva durare non più di 10 minuti!).

Oggi ci sembra assurdo che una pratica così barbara potesse avere l’avallo non solo dall’establishment scientifico ma anche dagli stessi pazienti (quando sopravvivevano) e soprattutto da parte dei familiari. Infatti, dalle lettere scambiate tra Freeman e i parenti del malato veniamo a conoscenza di un rapporto medico/paziente intriso di reciproca fiducia e “calore umano” che stride con la quanto meno bizzarra pratica terapeutica della lobotomia. Freeman era molto interessato ai risultati post operatori, seguiva con interesse e “calore” la convalescenza del paziente e veniva ricambiato con profonda gratitudine. Da quello che si può arguire, entrambe le parti avevano in mente soprattutto il recupero sociale e lavorativo del paziente. Sembra che molti casi abbiano dato esito positivo confermando la “bontà” della procedura chirurgica.

Il marito di una paziente riferisce ad esempio come la moglie fosse decisamente migliorata, “si comporta senza difficoltà come una perfetta casalinga, impeccabile nel preparare i pasti e le merende dei ragazzi per la scuola, un traguardo che non può essere valutato in dollari…”. La corrispondenza tra medico e pazienti fa emergere a tratti quasi un quadro sociologico su cosa ci si aspettasse all’epoca dall’uomo medio americano: la capacità produttiva, l’intraprendenza, la responsabilità, tutti valori alla base del successo.

A me colpisce proprio questa vicinanza fra il neurochirurgo e il paziente con la famiglia, nonostante le frequenti gravi conseguenze post operatorie. Persino dopo il decesso del paziente Freeman riceveva apprezzamento per aver almeno tentato una cura, assumendosi il delicato compito di rischiare in nome del benessere del paziente e dando una piccola di speranza.

Ma come è possibile, mi chiedo. Insomma, spesso il paziente ne usciva con gravi disabilità se non addirittura privo di vita. Nonostante queste evidenze, nella corrispondenza epistolare spiccano gratitudine e stima. Dopo un secondo tentativo chirurgico, una paziente muore e la sorella scrive ringraziando Freeman e il suo collega James Watts per il tentativo e l’interesse mostrato verso la grave condizione della sorella. Freeman rispose che ne era dispiaciuto per il “risultato”! Un vero e proprio esperimento in progress senza alcun autentico protocollo metodologico monitorato della comunità scientifica. La performance casualmente poteva non raggiungere buoni risultati…

Oggi leggiamo questa vicenda come un momento oscuro della storia della neurochirurgia e queste lettere ci mettono a disagio. Fino alla fine degli anni Sessanta furono migliaia le lobotomie praticate in tutto il mondo e il neurochirurgo portoghese Egas Moniz, ricordiamo, ci guadagnò un premio Nobel. Poi, l’invenzione degli psicofarmaci sancì il declino della psicochirurgia e oggi viene applicata soltanto in rari casi speciali, ad esempio per chi soffre di epilessia ed è resistente al trattamento farmacologico. Dopotutto, in quegli anni sono ricchi di “sperimentazioni”, alla lobotomia fanno concorrenza trattamenti sinistri come la malarioterapia, l’insulinoterapia o la terapia elettroconvulsiva dell’italiano Cerletti (dai un’occhiata a questo articolo per approfondire le “avanzate” proposte degli scienziati italiani dell’epoca).

Eppure possiamo imparare due lezioni: la sofferenza del disturbo mentale è altrettanto dolorosa della sofferenza fisica, anzi può avere un impatto disperante sia per il paziente sia per la famiglia al punto che farebbero di tutto pur di trovare un rimedio. La seconda riguarda la relazione terapeutica che si instaura fra medico e paziente. Ne sappiamo qualcosa noi psicologi: l’alleanza terapeutica è fondamentalmente alla base per la riuscita del percorso terapeutico. Ma spesso è anche un pretesto su cui troppi professionisti del “benessere e della salute” ripiegano per evitare le prove sperimentali e statistiche e salvaguardare il valore della propria intuizione clinica e del proprio modello teorico.

C’è anche un aspetto infine che mi piace sottolineare: una cosa è la rimozione parziale o completa di uno dei nostri organi (ad esempio l’appendicectomia), un’altra cosa è “toccare” il cervello. Siamo potentemente encefalocentrici.

link all’articolo su The Psychologist

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