Il mito del passato in psicoterapia

Spesso si pensa che rivolgersi ad un terapeuta significhi “parlare di tutto quello che è successo nel passato più lontano”. In realtà, la teoria secondo cui le esperienze passate e soprattutto quelle più precoci determinano l’intero sviluppo psicologico è priva di prove. Persino alcuni pazienti sono perplessi di fronte a questa constatazione. In effetti non è strano che il paziente voglia comunque parlare del rapporto con il genitore quando aveva sei anni. Però ricordare il passato non equivale ad un miglioramento terapeutico.

Questa credenza trova la sua naturale espressione nella terapia psicodinamica (per intenderci la psicologia del profondo di Freud), il paradigma che ha spostato per primo l’attenzione sulle prime fasi di sviluppo dell’individuo. Molti teorici hanno accettato questa ipotesi e costruito incredibili modelli psicopatologici sulle esperienze precoci come elemento cardine dell’intera personalità futura dell’individuo. Eppure senza prove sperimentali.

E oggi sappiamo che puntare sul passato può essere rischioso per una serie di motivi: non tutto quello che si ricorda è veramente accaduto, può essere persino “suggerito” dal terapeuta (vedi qui e qui), non necessariamente un evento traumatico precoce determina una personalità “disturbata” (dai un’occhiata qui ad esempio) e non sempre rievocare esperienze dolorose del passato vuol dire stare bene (ad esempio leggi qui). Un’altra leggenda da sfatare: provare dolore e piangere non significa che stiamo migliorando!

Ma perché “provare dolore e piangere” nella rievocazione di un presunto ricordo cruciale dovrebbe condurre ad un beneficio terapeutico? Questo bias culturale secondo me ha le sue origini nel celebre concetto di catarsi, così come lo definì Aristotele nella sua analisi della tragedia: “La tragedia è dunque imitazione di una azione nobile e compiuta […] la quale per mezzo della pietà e della paura provoca la purificazione da queste passioni“. Potete immaginare quanto sia evocativa questa immagine letteraria. Provare l’intensa sofferenza che avresti rimosso quando eri piccolo sarebbe indice che sei sulla strada della guarigione. Che poi, nella funzione catartica di “liberarsi dalle passioni”, tra l’altro si nasconde un altro mito che riguarda le emozioni concepite come il vero ostacolo ad un adeguato “funzionamento psichico”. Eppure alla prova dei fatti sperimentale, non c’è nulla di vero o, per lo meno, la questione è molto più ingarbugliata e le emozioni sono più importanti di quanto si pensi per il benessere psicofiscio.

E’ vero, alcuni fatti ripetuti e continui durante le esperienze precoci possono essere all’origine di alcune gravi psicopatologie (ad esempio una grave mancanza di cure genitoriali o abusi fisici o sessuali ripetuti nel tempo). Però stiamo parlando di una circoscritta classe di esperienze e di disordini mentali ed è sbagliato supporre una teoria generale delle esperienze precoci come vero punto di riferimento di un problema comportamentale. Ed implicherebbe da un lato una “svalutazione” delle capacità di adattamento del bambino (resilienza), dall’altro l’applicazione di tecniche terapeutiche orientate alla ricostruzione del passato senza alcun fondamento sperimentale che ne certifichi un effettivo beneficio psicologico.

In conclusione, non dovremmo fidarci del passato o di un terapeuta che ci chiede di ricordarci eventi trascorsi? Niente di così drastico. Ma attenzione: il passato non è la fonte della verità, non è una fotografia chiara e indelebile di cosa sia successo tanto tempo fa (per approfondire leggi qui). Il consiglio è di chiedere su quale passato riporre l’attenzione e a quale scopo. Ci sono tanti passati, ad esempio i momenti antecedenti di un episodio problematico appena trascorso ed è molto più semplice in questo caso ricostruirli. Lo scopo deve essere tradotto in termini concreti, il cambiamento comportamentale facilmente verificabile, ed è in linea di massima il criterio auspicabile.
Nel dubbio, vale la regola d’oro: ferma gentilmente l’interlocutore e chiedi se non ci stiamo allontanando troppo dal presente rispetto agli obiettivi prefissati.

A proposito del passato in terapia:

  • Non sempre una terapia per essere efficace deve puntare al passato remoto
  • I ricordi non sono fotografie oggettive delle esperienze passate
  • Rievocare esperienze dolorose può arrecare inutile dolore se non all’interno di una precisa cornice procedurale, metodologica e teorica (guidata da una supervisione esterna)
  • Prima di andare al passato è meglio tornare nel presente
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