La Psicoterapia sotto pressione

neurovolanteE’ possibile una psicoterapia scientifica? Pensare alla psicologia come una scienza è ormai accettato da una buona parte degli psicologi seppure con alcune riserve, ma quando si pensa alla psicoterapia in termini scientifici, le reazioni sono quasi immediatamente negative.

Il fatto di immaginarla in senso scientifico, grazie ad una serie di misure atte a rivitalizzare l’intervento clinico in una cornice più empirica e controllabile, incontra accese obiezioni spesso riconducibili alla constatazione che stiamo trattando una questione che riguarda la soggettività, l’elemento forse che più di tutto contraddistingue l’essere umano: quel senso tutto privato di cogliere tutto un mondo misterioso che affiora nella propria coscienza privata.

Mi rendo conto che sia impossibile pensare di applicare un trattamento clinico allo stesso modo di in cui si applica un protocollo medico o una qualsiasi tecnologia fondata su modelli teorici scientifici, cioè falsificati, controllati da terze parti e replicati. Perché la psicoterapia si occupa di oggetti invisibili. Quando parliamo di pensieri, immaginazione, percezione, sentimenti, aspettative, ci riferiamo a stati mentali (e corporei) che appartengono all’individuo e sono localizzati al suo interno. Non resta che il comportamento esteriore e il linguaggio per ricostruire e farsi un’idea di cosa “stia passando per la testa” alla persona che ci sta davanti.

Si sono avvicendati diversi approcci di ricerca che hanno scelto quale dei due mondi fosse utile da studiare, esterno o interno, il comportamento visibile o il processo mentale. Nel primo caso, la luce dei riflettori dei ricercatori andava sulla risposta comportamentale, atteggiamento più in sintonia con l’epistemologia delle scienze del Novecento. Nel secondo caso, si è fatto ricorso al resoconto individuale, tecnicamente parlando l’introspezione, senza pretendere di quantificare e “ridurre” (e impoverire, metafisicamente parlando) il fenomeno mentale. Una perenne paura di perdersi quel quid che va oltre l’asettica procedura della metodologia scientifica.

Insomma, da questi due punti di osservazione si è sviluppata tutta la storia della psicologia del Novecento ripetendosi nelle innumerevoli ramificazioni speculative e applicative che sono sorte nel frattempo. Non è affatto semplice poter mettere d’accordo i numerosi punti di vista sulla mente e i disagi mentali dell’uomo ed è un’impresa notevole stabilire quale sia l’oggetto di studio più necessario rispetto agli altri.

Da un lato c’è un’enorme esigenza di comprendere e allargare il raggio del sapere, gettando luce sui meccanismi attraverso cui proviamo emozioni, formuliamo pensieri, organizziamo significati. Lo scopo è formulare un modello che sia il punto di confronto della condizione di disagio per poter rimediare con certezza senza arrecare danno. Dall’altro lato, il disagio psichico è sfuggente, non si presenta mai allo stesso modo, varia da persona a persona e da cultura a cultura, vanificando il modello più sperimentato che ci sia in circolazione.

Perché non è facile studiare i “fatti interiori”. Porsi un’ipotesi e sperimentarla, manipolando pensieri emozioni e credenze implica una serie di conseguenze che, al contrario delle discipline che si occupano di “cose inanimate”, possono procurare sofferenza anziché sollievo alla persona. E’ un rischio noto sin dall’antichità. Ecco come Galeno nel secondo secolo dopo Cristo presenta con lucida analisi le condizioni in cui si trova ad operare il medico:

Nessuno ignora che la prova (pèira) è pericolosa, a causa dell’oggetto sul quale si esercita l’arte [medica]. Effettivamente, a differenza delle altre arti, dove si può sperimentare (peiràsthai) senza pericolo, i materiali della medicina non sono pelli, ceppi o mattoni; essa sperimenta invece sul corpo umano, sul quale non è senza pericolo sperimentare l’inesperimentato (peiràsthai ton apèiraston); tanto più che l’esperimento può portare alla perdita di un intero essere vivente. [Galeno, Hippocratis de humoribus]

In psicologia clinica, oggi è difficile arrivare a sopprimere un essere vivente. Ma in passato certe interpretazioni sul comportamento mentale bizzarro di alcuni individui sono state catastrofiche. Il modo in cui sono stati emarginati, privati della loro libertà, dei loro diritti, della facoltà mentale o di alcune regioni del cervello e, persino, della loro vita ci può far capire come certe ideologie e imposizioni “teoriche” possano essere dannose e immorali quando si cerca di “forzare” il mondo privato di una persona. 

E’ una questione complessa. Comprendere nel mondo scientifico sovente significa entrare dentro l’oggetto di studio, manipolare sperimentalmente alcune parti per appurare ciò che abbiamo capito sul suo funzionamento. Potenti modelli di ricerca ci provano concentrando l’attenzione sui correlati neurobiologici delle funzioni mentali. Il fatto è però che non puoi interrogare il tessuto biologico o gli agenti chimici (i neurotrasmettitori) per capire cosa accada durante un attacco di panico. Per lo meno, le informazioni non sono sufficienti per poter intervenire con certezza o almeno per poter ricostruire i passaggi biologici che generano l’esperienza di panico. Scoprire alcuni ingredienti non ti consente di giungere a preparare il piatto che desideravi.

Eppure la psicoterapia oggi può ricavarne notevoli benefici dai dati e dai modelli che provengono da tutto quel settore interdisciplinare che studia la mente incorporata in un organismo vivente. Capire, ad esempio, quale intervento (tra i tanti) sia migliore per alleviare la sofferenza del paziente è indispensabile per restituire il giusto credito ad una disciplina terapeutica, sofisticata e geniale nel modo di trattare in una mirabile sintesi il mondo oggettivo della terza persona con quello soggettivo in prima persona.

Questi ultimi punti sono davvero irrinunciabili se vogliamo affidarci al competente servizio dello psicoterapeuta. Non è possibile che ancora oggi ci siano una moltitudine di modelli terapeutici senza che abbiano un controllo empirico e senza garanzia di obiettivi terapeutici concreti.  La medicina moderna impone al medico una tensione continua, pretendendo che egli serva ad un tempo gli interessi dell’individuo, della scienza e della società. Questo orizzonte appartiene anche allo psicoterapeuta.

Tenendo sempre a mente la sobria raccomandazione di essere utili, o quanto meno non nuocere perché colui che cura non deve aggiungere alcun male alla malattia (Galeno, Commentaries II in Hippocratis Epidemiae, 50).

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