Psicoterapia: la fine di un'era

on-offIl tramonto di un mito: la psicoterapia perde colpi, anzi pazienti… Negli Stati Uniti, tra il 1998 e il 2007, il numero dei pazienti che hanno ricevuto un trattamento psicoterapeutico è calato del 34%, invece è aumentato del 23% il numero dei pazienti che hanno fatto ricorso ai farmaci.
È una strana tendenza perché Christian Jarrett ad esempio ci dice, nel suo seguitissimo blog, che in 34 ricerche che hanno coinvolto più di 90.000 persone, in attesa di cure per disturbi psichici, ben il 75% di esse ha espresso la preferenza per il trattamento psicoterapeutico piuttosto che psicofarmacologico. Dopotutto le ricerche attuali gettano luce sui vistosi punti deboli delle terapie a base di farmaci (a cominciare dagli effetti collaterali) in contrapposizione alla significativa efficacia delle psicoterapie per i classici e più diffusi disturbi emotivi, come l’ansia e la depressione.

E allora, come spiegarci questi dati contrastanti? Perché gli studenti di medicina ritengono che non sia necessario dedicare spazio ai temi di psicologia anche se sono d’accordo sul fatto che la psicologia possa essere una valida risorsa?
A prima vista, una delle cause principali risiede nello storico problema sulla scientificità dell’approccio terapeutico. La psicologia sarebbe poco scientifica (ad esempio leggi qui). Ma basta digitare il termine “psicologia” sui principali motori di ricerca scientifici per accorgersi delle decine di studi pubblicati ogni mese, studi che non fanno altro che confermare la validità e l’efficacia della psicoterapia.

Forse è un problema culturale, forse quando si parla di psicologia si pensa subito alla bizzarria di certi comportamenti “disturbati”, alla solitudine, ai fallimenti sociali dei pazienti psichiatrici e banalmente si preferisce optare per la facile soluzione del farmaco. Forse è l’ineffabile incomprensibile dimensione interiore della psiche che spaventa, che spinge a renderci tutti più materialisti, organicisti, atomisti. Improvvisamente siamo tutti più scientifici, anche se l’idea di scienza è quanto mai vaga in questo paese in cui è possibile il Rinascimento ma non l’Illuminismo e gente come Galileo preferiamo mandarla al confino (o vederla nello spazio) piuttosto che sui banchi di scuola.

Vale la pena anche sottolineare la spregiudicatezza delle industrie farmaceutiche, dei medici o degli appassionati di scienze amatoriali nell’uso retorico del concetto di scienza e di metodo scientifico in ambito biologico e chimico, cioè quello dei farmaci. Noi psicologi non abbiamo altrettanta grinta propagandistica.

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Molti colleghi psicologi pensano che il mix di pregiudizio culturale e l’insorgenza di figure professionali parapsicologiche come maghi o counselor, danneggi l’immagine della psicologia. Recriminazione poco felice a ben vedere, perché anche una buona parte degli psicoterapeuti lavora in privato e, in regime di libero mercato, ciascuno può rivolgersi al professionista che sceglie liberamente, che sia un arte terapeuta (per quello che significa), che sia un counselor (per quello che significa), che sia un astrologo o un prete (per quello che può significare).

Sì, aggiungiamolo pure: la psicologia e la psicoterapia (che è la sua più illustre applicazione nel campo della salute mentale), hanno un enorme problema di immagine. Il pubblico, i politici, gli insegnanti o i giornalisti sanno maneggiare ricette e bugiardini, hanno probabilmente a casa l’enciclopedia della salute o preferiscono alternative come l’omeopatia (dai confini incerti). Ma quando si passa a psicopatologie come l’anoressia o i deliri paranoici, il meglio che può capitare di sentire è un frullato di analisi sociologiche e di costume, sovente di tenore allarmistico, risolte in paternalistiche indicazioni pedagogiche.

cervello lampadaÈ anche vero che una importante componente della grande famiglia di psicoterapeuti offre il fianco a queste forze mediatiche. Mi riferisco a tutto il filone post-filosofico, a tutta la cultura (travisata) esistenzialistica e antipsichiatrica, e anche a tutta la generazione proveniente dalla psicologia dinamica e analitica fondamentalmente basata sul principio della speculazione che su quello dell’evidenza empirica. Eppure, Brandon Gaudiano e Ivan Miller in una indagine condotta su una serie di ricerche, che pubblicheranno prossimamente sulla Clinical Psychology Review, hanno trovato ripetute conferme sulla validità di svariate psicoterapie, come la psicoterapia cognitiva comportamentale, la mindfulness, quella interpersonale, familiare e persino le terapie psicodinamiche brevi (cioè di 20 sessioni circa).

C’è poi un altro aspetto, vi dico una cosa pazzesca che lascia puntualmente disorientati: la formazione di uno psicoterapeuta passa attraverso la scelta tra una moltitudine di scuole di specializzazione. Esistono infatti molteplici teorie e pratiche terapeutiche parallele e spesso in conflitto tra loro! È un clamoroso autogol della psicoterapia. Perché questa inqualificabile differenziazione? Eppure il proliferare di tante scuole di formazione psicoterapeutica discendono da pochi grandi paradigmi: cognitivismo, comportamentismo, psicodinamica e sistemica, i quali ormai spesso scambiano e “incorporano” concetti e tecniche tra di loro.

Il punto che voglio mettere in evidenza è proprio questo: perché uno psicoterapeuta deve scandalosamente “scegliere” un approccio terapeutico privandosi delle risorse di altri paradigmi clinici? Provate ad immaginarvi la scena inedita di un medico di famiglia che vi dice:  “guardi, per la sua bronchite il mio modello teorico prevede questo tipo di trattamento, gli altri metodi non li conosco perché non rientrano nella formazione della mia scuola di specializzazione. Guardi: li lasci perdere…”. È ciò succede più o meno puntualmente ad ogni primo colloquio psicoterapeutico con un paziente.

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Capirete che da questa prospettiva conta di più il modello terapeutico che il disagio psichico. A me pare un mondo sottosopra! Perché non provare a spostare l’attenzione dal modello al disagio e valutare cosa ci guadagniamo? Se concepissimo il disagio emotivo nella sua dimensione corporea, come un “organo” connesso ad altri organi, come un sistema specifico entro il cui spettro accadono certi processi (circolari), dal livello genetico, molecolare, chimico, per passare a quello comportamentale, relazionale e narrativo, finalmente potremmo ottenere una visione del disagio psichico più vicina alla persona reale che alla teoria.

Questa visione potrebbe consentire di superare la distinzione tra psicologia e medicina, come quando ci rompiamo un braccio e non ci scandalizziamo se oltre al gesso pensiamo alla fisioterapia. Lo stesso discorso vale per un disturbo psichico: per intervenire sarebbe legittimo pensare al farmaco o alla diagnosi genetica o all’esame neurovisivo etc.  intrecciati alla psicoterapia specifica senza discontinuità, come una naturale procedura di intervento. E come esistono le guide linea pubblicate dall’Istituto Superiore di Sanità per i protocolli cliniciin medicina, lo stesso dovrebbe accadere nel settore sanitario della psicologia.

Significa che lo sconcerto di chi vuole intraprendere una formazione psicoterapeutica potrebbe essere superato se al contrario della scelta di una scuola teorica, le alternative di scelta fossero rappresentate dalle classi psicopatologiche, non dagli indirizzi teorici. Non sarebbe più una sconcertante e misteriosa scelta fra miti e tradizioni, ma tra classi definite di sindromi psichiatriche, ad esempio: la specializzazione sull’ansia e le fobie, o sulle dipendenze o sui disturbi dell’integrazione dell’identità oppure sui disturbi alimentari etc. Ciascuna grande classe psicopatologica sarebbe studiata secondo i principali approcci clinici e teorici confermati empiricamente, in un contesto interdisciplinare e concependo il disturbo in definitiva lungo un continuum psicobiologico e relazionale.

Qualcosa del genere stanno cercando di mettere a punto al NIMH, il più importante centro di ricerca scientifica americano sulla salute mentale, con il progetto dei Research Domain Criteria (qui trovi un approfondimento su come è nata l’idea) per “accantonare” il DSM, cioè il manuale diagnostico dei disturbi psichiatrici più diffuso al mondo ancorato ad una visione inattuale della psicopatologia.

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Ok, sarebbe un cambiamento enorme e potrebbe attirare pesanti critiche, ad esempio quella di mettere in soffitta la psicologia e la clinica a favore di un approccio sostanzialmente medico. Ma se avete seguito fin qui la mia argomentazione, forse a guadagnarci sarebbe lo studente di psicologia, lo psicoterapeuta, l’immagine della psicologia e soprattutto la salute psicofisica di chi chiede un aiuto e possiamo adoperarci utilizzando uno spettro di strumenti e dati enorme alla luce dei progressi fin qui raggiunti dal contesto multidisciplinare delle scienze della vita.

Insomma, l’immagine dello psicoanalista che fa stendere il paziente sul divano del suo studio ormai appartiene al passato, un passato entusiasmante e per certi versi “intoccabile”, elitario, dispendioso e spesso venditore di fumo, un po’ come una costosa scatola di sigari cubani.
Di fronte ad una realtà in fermento, tra alla luce degli scenari che ci fanno intuire le tecnologie bci e di neuroimaging, con le avvincenti ricerche delle neuroscienze cognitive e degli studi bioinformatici, tra le inedite riforme della nosografia psichiatrica e le teleterapie, tra avatar che intermediano la presenza fisica, per non parlare delle scorribande alla ricerca delle connessioni genetiche tra fenotipo e genotipo psichico, le sfide sono immense ed eccitanti.
È giunto il momento che la psicologia si accorga della sua statura e non poggi più sulle spalle di altri giganti.

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Un pensiero su “Psicoterapia: la fine di un'era

  1. La psicologia come disciplina soffre ancora in Italia di barriere giuridiche, dovute alla mancata equiparazione con la medicina, e presenta anche barriere culturali che la fanno apparire una scienza di tipo “leggero” di cui non ci si dovrebbe poi tanto preoccupare. La verita’ attuale in realta’ e’ ben diversa e ben si sposa con l’evoluzione della nostra disciplina in terapie video (come sto seguendo online) e coaching che fa il verso a quanto sta accadendo negli USA.

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