Coscienza dopo la morte?

Ascesa nell'Empireo (Hieronymus Bosch)

Ascesa nell’Empireo (Hieronymus Bosch)

I ricercatori guidati dalla dott.ssa Jimo Borjigin hanno effettuato un esperimento particolare. Prima hanno anestetizzato un gruppo di 9 ratti e poi hanno procurato loro un arresto cardiaco. Utilizzando un’elettroencefalogramma hanno registrato l’attività del cervello per osservare cosa succede negli attimi successivi alla morte, scoprendo qualcosa di inatteso.

Nello specifico sono stati impiantati sei elettrodi in vari punti della corteccia cerebrale per misurare l’eeg un’ora prima dell’arresto cardiaco e nei successivi 30 minuti dopo. La registrazione è stata eseguita nel periodo di veglia, durante l’anestesia (30 min prima dell’arresto cardiaco) procurata con ketamina e xilazina e dopo l’iniezione nel cuore di cloruro di potassio (utilizzato negli USA per eseguire la pena capitale).

Ebbene, nonostante i parametri indicassero un appiattimento dei processi vitali dei 9 ratti durante l’anestesia e a ridosso dell’arresto caridaco,  i ricercatori hanno osservato che circa 20 secondi dopo la morte si presentava un aumento di attività cerebrale. In particolare, i ricercatori hanno suddiviso il periodo di arresto cardiaco in 4 stati distinti (CAS, cardiac arrest state) e precisamente nel CAS 3, cioè 20 secondi dopo che il cuore e i polmoni hanno smesso di funzionare, hanno assistito ad un improvviso aumento di attività cerebrale.

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In CAS 3, sono comparse delle oscillazioni elettriche specifiche cioè leonde gamma (35-50 Hz), una frequenza cerebrale che secondo alcune ricerche gioca un ruolo cruciale nei processi di coscienza visiva. I ricercatori hanno scritto nell’articolo di ricerca che dopo la generale caduta libera di attività elettrica nel cervello del roditore si assite “ad un ritorno dei correlati neuronali della coscienza dopo l’arresto cardiaco a livelli che superano quelli dello stato di veglia, il che procura una prova evidente per una potenziale elaborazione cognitiva aumentata come negli stati vicino alla morte (ndr, near-death state)”.

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Le esperienze pre-morte sono le descrizioni di particolari esperienze allucinatorie che alcuni pazienti riferiscono al loro risveglio dopo specifiche condizioni mediche (coma, arresto cardiaco, overdose). I ricercatori ritengono che l’insolita frequenza gamma registrata dopo la morte del ratto possa essere simile ad un episodio umano di premorte.

Senza dubbio è un fenomeno strano. In tutti i ratti è stata registrata attività cerebrale 20 secondi dopo l’arresto cardiaco. I ricercatori sottolineano che si tratti di una frequenza differente da quella che abitualmente si registra da svegli, infatti hanno scritto che sia attività cognitiva “aumentata”, quella che caratterizza particolari stati alterati di coscienza (meditazione, allucinazioni, esperienze mistiche) come nei fenomeni pre-morte.

Una conclusione prematura a mio parere. Solo il 20% dei pazienti umani riportano casi di esperienza vicino alla morte. Invece nell’esperimento di Borjigin tutti i ratti manifestano la frequenza gamma. Insomma, c’è attività cerebrale dopo la morte ma bisogna aver cura a non lasciarsi andare a facili conclusioni. Anche perché i ratti non sono uomini e il loro cervello non è paragonabile a quello umano.

Tra l’altro, Sam Parnia che è uno specialista per far resuscitare la gente dopo un attacco cardiaco (se voltete capire le mie parole andate a leggere questo squisito articolo sul Guardian) propone questa spiegazione: all’arresto di flusso sanguigno nelle cellule cerebrali, vi è un rilascio di calcio dentro di esse che procura il loro danneggiamento e la morte. Come dire: dopo l’arresto cardiaco, l’attività neurologica non si arresta immediatamente ma sviluppa un percorso biochimico specifico che può spiegare la stranezza di attività cerebrale dopo la morte.

Inoltre, mi viene da pensare se la somministrazione di ketamina in anestesia non possa preparare le condizioni per stati alterati durante e immediatamente dopo l’arresto cardiaco (in questo articolo ne avevo già parlato). E inevitabilmente viene da chiedersi a quale definizione di coscienza si stiano riferendo i ricercatori. Il fatto di registrare attività gamma per alcuni secondi dopo la morte non equivale a sostenere che ci sia attività cosciente (qui una ricerca). E sarebbe molto meglio attendere altri studi che controllino se la registrazione non sia un caso fortuito…

Ma l’esperimento è comunque importante perché apre una prospettiva di ricerca su cui indagare che riguarda il rapporto tra coscienza e la morte. Sui fenomeni pre-morte girano troppe teorie insostenibili e sensazionalismi che hanno poco di scientifico e qualche risvolto fraudolento. Forse il modo migliore per verificare l’ipotesi dei ricercatori sarebbe quello di registrare l’eeg in pazienti in coma.

Insomma, è il momento di prendere sul serio i racconti eccezionali diesperienze vicino alla fine e studiarli a fondo. In effetti, tutti gli stati alterati di coscienza non hanno una facile presa sugli scienziati, forse perché hanno paura che il sensazionalismo intorno a questi fenomeni possa mettere a repentaglio la loro reputazione. Ma ci vuole un po’ di coraggio, un po’ come feceFreud quando prese sul serio il sogno, non a caso oggi processo neuropsicologico di profondo interesse scientifico e diagnostico.

Borjigin J, Lee U, Liu T, Pal D, Huff S, Klarr D, Sloboda J, Hernandez J, Wang MM, & Mashour GA (2013). Surge of neurophysiological coherence and connectivity in the dying brain. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 110 (35), 14432-7 PMID: 23940340

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Un pensiero su “Coscienza dopo la morte?

  1. La ketamina (basterebbe leggerne gli effetti collaterali su wikipedia) induce allucinazioni definite proprio di “pre morte”. Esistono moltissimi altri anestetici che non hanno effetti collaterali così altamente specifici. Mi pare che usare un prodotto come la ketamina, che induce esprienze premorte, per effettuare valutazioni sulla spontaneità delle medesime, possa essere giustificato solo in due casi: o per precostituire il risultato, o per essere certi che la sostanza impiegata abbia possibilità talmente elevate di interferirvi da comprometterlo.

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