L'età del mercurio

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“La scorsa notte ho sognato il mercurio – grandi gocce luccicanti di mercurio che salivano e scendevano. Il Mercurio è l’elemento numero 80 [nella tavola periodica degli elementi] e il mio sogno mi ricordava che giovedì compio 80 anni. Gli elementi chimici e i compleanni sono stati sempre intrecciati per me. A 11 anni potevo affermare “Sono il sodio!” (Elemento 11), adesso a 79 sono l’oro. Pochi anni fa, quando ad un amico regalai per il suo ottantesimo compleanno una bottiglia di mercurio – una bottiglia speciale che non poteva rompersi nè lasciarne filtrare – mi guardò perplesso, ma più tardi mi spedì un’incantevole lettera nella quale scrisse scherzosamente: ne prendo un poco ogni mattino per la mia salute”.

Ottanta non sono i miei anni (io sono il rubidio!) e ciò che leggete non l’ho scritto io, ma è il magnifico incipit di un articolo apparso sul New York Times, scritto dal dottor Oliver Sacks qualche giorno fa prima di compiere 80 anni. Neurologo e scrittore di fama internazionale, è conosciuto soprattutto per il celebre L’uomo che scambiò sua moglie per un cappelloUn antropologo su marte, sette racconti paradossali, Musicofilia o per Risvegli, il suo primo libro da cui fu tratta la storia per il film omonimo intepretato da Robert De Niro e Robin Williams.

“Ottanta! Quasi non ci posso credere. Spesso sento che la vita riguardi la nascita, per rendermi conto che sono in fondo quasi alla fine”. Sacks scrive che era il più giovane tra i suoi fratelli e tra tutti i cugini materni. Anche a scuola lo era, così che ha sempre avuto la sensazione di essere il più giovane. “Quando poi mi accorgo di essere la persona più vecchia che io conosca”.

L’articolo va avanti così tra battute brillanti e disincantate constatazioni con un meraviglioso aneddoto su Beckett. Un giorno, mentre Beckett cammina con un amico in una bella giornata primaverile, questi chiede all’illustre scrittore di teatro se non valga la pena di sentirsi grati d’essere vivi. Beckett risponde, asciutto: non esageriamo

Ma il passaggio dell’articolo che più preferisco è questo:

A 80 anni incombe lo spettro della demenza o di un ictus. Un terzo dei miei contemporanei è morto e molti altri con profondi danni fisici o mentali sono intrappolati in un’esistenza tragica e minimale. A 80 anni i segni del declino sono fin troppo visibili. Le reazioni sono più lente, i nomi vengono dimenticati frequentemente, le energie devono essere spese con parsimonia ma, nonostante ciò, sono più o meno integro, potrò andare avanti almeno per qualche altro anno e sarò grato per la libertà di continuare ad amare e lavorare: le due cose più importanti, Freud ribadiva, nella vita.

Per quanto mi riguarda, apprezzo particolarmente quei due verbi: amare e lavorare. Preferisco il lavoro nel senso di verifica, esperienza, problemi da risolvere, contro un’educazione che mi ha spesso capovolto il mondo mettendo al primo posto la conoscenza formale e classica, quella dei libri e della Cultura.

L’amore si presta a spericolate definizioni: da quello del genitore verso la macchina di sopravvivenza (il figlio) per il proprio “egoistico” dna, da quello dell’amante verso l’amato, all’amore terrestre verso la vita che si può ravvisare in un ogni sinfonia di Mahler. Ma io preferisco pensare all’amore come ad un’esitazione ogni qual volta affronto il nuovo, la paura e l’imbattibile curiosità di conoscere. Quell’esitazione che mi fa rispettare il limite del sapere che ho appreso, per non commettere errori che arrechino danno ai miei familiari, ai miei amici, ai miei pazienti, a coloro che incontro ogni giorno e non conosco e a chi verrà dopo di me.

Auguri, dottor Sacks!

link dell’articolo di Sacks sul NYT

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