Burning brain

Ogni anno nel deserto americano del Nevada, il  Black Rock Desert, si svolge un festival chiamato Burning Man, dura una settimana e nell’ultima notte culmina in uno spettacolare rogo di un’effige in legno.

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Gli scopi del Burning Man (l’uomo in fiamme) sono vari e hanno in comune ideali di rinnovamento dalla dimensione personale a quella sociale sino ad una rinascita spirituale simboleggiata dal fuoco. Alla base ci sono principi come il senso di comunità libera da differenze discriminatorie, l’esclusione di ogni elemento commerciale, la radicale espressione del senso di sé, il principio del “dare” senza alcun interesse materiale e la realizzazione del proprio essere attraverso l’arte.

Il mio amico attore Massimiliano Davoli in passato ha partecipato al Burning Man, sperimentandone la ricchezza percettiva e culturale che lo hanno sedotto al punto di produrre un film documentario particolarmente illuminante:

Il burning Man è un esperimento umano, la creazione di una città dove non esistono i soldi, basata unicamente sull’espressione artistica, sulla libertà estrema, l’autosostentamento e regolata dalla gift economy: l’economia del dono, dove lo status sociale non ha più senso e l’unica cosa che conta è come si partecipa all’evento, con quale contributo.

Quest’anno Katherine Leipper insieme ad un gruppo di colleghi sta costruendo un cervello alto quasi 5 metri con effetti speciali di luci e fiamme intrerattive controllate dalle onde cerebrali di alcuni partecipanti. Lo scopo va oltre il festival del Burning Man. I progettisti porteranno l’enorme cervello nelle scuole per coinvolgere i più giovani a scoprire e divertirsi sulle scienze, la tecnologia e l’invenzione.

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Leipper spiega che The Mens Amplio (in latino significa “la mente estesa”) sarà un modello del cranio con un cervello alto 5 metri, costruito da un gruppo di artisti provenienti da diverse discipline. Dentro il cranio, dei led illumineranno una struttura intrecciata che rappresenta una rete cerebrale. Alcuni partecipanti interagiranno con gli effetti luminosi tramite una cuffia di elettrodi che indosseranno durante la performance, le cui onde cerebrali saranno traslate dal cervello umano ai led attraverso particolari processori open source (Arduino e Rapsberry Pi).

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Un progetto affascinante realizzato per stimolare la curiosità degli scolari e nello stesso tempo per suggerire scenari futuristici sul confine tra l’uomo e la macchina, in quella linea di demarcazione sempre più vaga e fonte di interrogativi sull’identità dell’uomo. La mente estesa sembra una ideale sintesi per esprimere le possibilità tecnologiche di espansione del pensiero utilizzando l’ambiente circostante. Che siano strumenti, oggetti viventi o relazioni umane, il festival e il progetto della mente estesa ribadiscono l’innata tendenza della mente ad uscir fuori se stessa, una perenne meta-cognizione i cui sviluppi imprevedibili possono far sognare i bambini e inquietare i più grandi.

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