La demenza digitale

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I dottori della Corea del Sud lanciano l’allarme: c’è un aumento dei sintomi di demenza tra i giovani che fanno troppo uso di device elettronici, ad esempio non riescono a ricordare i dettagli della giornata o il numero del proprio cellulare. La Corea del Sud è una delle nazioni più digitalizzate al mondo, oltre il 67% di coreani ha uno smartphone e la dipendenza da internet è un problema riconosciuto già dalla fine degli Anni Novanta.

Si tratta di una nuova sindrome neurologica chiamata demenza digitale (termine coniato nella Corea del Sud) che riguarda il progressivo deterioramento del funzionamento cognitivo che in genere è osservato nelle persone affette da malattie neurodegenerative o dopo un trauma alla testa.

Il dott. Byun Gi-won del Balance Brain Centre a Seul sostiene che l’uso eccessivo di smartphone e videogame danneggia il delicato sviluppo del cervello e aggiunge: “gli utenti dipendenti dal web sviluppano il lato sinistro del cervello, mentre quello destro rimane intatto o sottosviluppato”.

Il lato destro viene associato in questo caso all’attenzione e ai processi di memoria che vengono compromessi dall’abuso di device e web al punto che “almeno il 15% dei casi presenta i sintomi della demenza precoce”. La percentuale è preoccupante soprattutto perché coinvolge giovani dall’età compresa tra i 10 e i 19 anni, i quali trascorrono in media 7 ore con i loro smartphone. 

Leggendo questa notizia sul Telegraph e sul MailOnline ho chiesto a degli amici su un social network cosa ne pensassero. La maggiorparte dei commenti non accettava favorevolmente la bontà di questa storia, anzi molti hanno messo l’accento piuttosto sulla spinta “extra cognitiva” dei nuovi strumenti digitali sulle capacità dei ragazzi. Oggi grazie al web o ad un ipad i giovani sono molto più curiosi, esplorano con più creatività le conoscenze e manifestano uno spassionato senso critico rispetto alle passate generazioni. Dal canto mio, trovo conferma di questa positiva visione quando guardo i dati dell’Effetto Flynn, una tendenza statistica che indica un aumento globale del quoziente di intelligenza tra le popolazioni rispetto al passato.

E’ vero che leggendo le spiegazioni del medico coreano la vicenda acquista una luce meno seria di quanto sembri. Non ci sono link su articoli di ricerca scientifica che confermino il fenomeno di demenza digitale. Non si capisce su quali dati si basi l’ipotesi che un device danneggi semplicisticamente la memoria o l’attenzione. Viene chiamato in causa il mito della differenziazione dei due emisferi cerebrali come se fossero antropologicamente parlando due entità viventi appartenenti a due differenti mondi (trovate gustose spiegazioni a tal riguardo su I grandi miti della psicologia popolare. Contro i luoghi comuni, di Lilienfeld).

*

L’allarme viene lanciato molto spesso sulla nuova e dirompente diffusione di tecnologia digitale. I ragazzi chini sul display del cellulare o connessi su facebook sarebbero esposti ad una serie di attacchi pericolosissimi su tutti i fronti. Possono essere sedotti, possono essere vittime di bullismo, possono rischiare la fisiologia dei loro neuroni. Di recente ho letto un articolo che descriveva l’hikikomori, l’isolamento di molti quindicenni giapponesi i quali stanno tutto il giorno chiusi nella loro stanza senza voler più uscire da casa e dipendenti dalla connessione internet. Un ritiro sociale che può durare svariati anni. Poi però la spiegazione approfondita e più articolata evidenzia l’aspetto più propriamente psicologico e familiare che smonta i toni allarmistici e inquietanti.

Perché creare questo clima allarmistico? In fondo, la tecnologia nasce per risolvere un problema e consente di arricchire la capacità di adattamento. Estendiamo la nostra possibilità di conoscere. Un esempio classico è annotare i numeri mentre il bambino cerca di risolvere un problema di artimetica: prende nota per aiutare la memoria e avere una visione d’insieme. Come se creasse delle rappresentazioni multiple dei dati che possiede. L’ambiente (la cultura, la tecnologia) estende le funzioni cognitive.

Ora, se non riusciamo a ricordare il nostro numero di cellulare è ovvio che non ha importanza dato che ricordiamo dove andarlo a cercare. Vedete, la nostra conoscenza non è più appannaggio del cervello o della cultura tradizionale veicolata dall’autorità dell’insegnate o del manuale. Adesso è diffusa nell’ambiente che ci circonda, che siano fogli di carta o tavole digitali o tutorial online.

Mi piace il punto di vista di Thomas Morton quando sostiene che siamo ancora un po’ tutti platonici, nel senso che il filosofo greco fu il precursore di questa fobia verso la tecnologia. Platone nel Fedro fa esporre a Socrate una riflessione cruciale in cui ammonisce di stare attenti ai trabocchetti della scrittura, e ricorre al mito di Teuth (ringrazio per la segnalazione Diego) per visualizzare il suo pensiero ed è precisamente illuminante questo passaggio:

Ho udito , dunque, che nei pressi di Naucrati d’ Egitto c’ era uno degli antichi dèi locali, di nome Theuth, al quale apparteneva anche l’ uccello sacro chiamato Ibis. Fu appunto questo dio a inventare il numero e il calcolo, la geometria e l’ astronomia e, ancora, il gioco del tavoliere e quello dei dadi, e soprattutto la scrittura. Regnava a quel tempo su tutto l’ Egitto Thamus, che risiedeva nella grande città dell’ Alto Egitto che i Greci chiamano Tebe e il cui dio chiamano Ammone. Recatosi al cospetto del faraone, Theuth gli mostrò le sue arti e disse che occorreva diffonderle tra gli altri Egizi. Quello allora lo interrogò su quali fossero le utilità di ciascuna arte mentre Theuth gliela spiegava, il faraone criticava una cosa, ne lodava un’ altra, a seconda che gli paresse detta bene o male. Si dice che Thamus abbia espresso a Theuth molte osservazioni sia pro sia contro ciascuna arte, ma riferirle sarebbe troppo lungo. Quando Theuth venne alla scrittura disse: Questa conoscenza, o faraone, renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di ricordare: é stata infatti inventata come medicina per la memoria e per la sapienza”. Ma quello rispose: “Ingegnosissimo Theuth, c’ é chi é capace di dar vita alle arti , e chi invece di giudicare quale danno e quale vantaggio comportano per chi se ne avvarrà. E ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di ciò che essa é in grado di fare. Questa infatti produrrà dimenticanza nelle anime di chi l’ avrà appresa, perché non fa esercitare la memoria. Infatti, facendo affidamento sulla scrittura, essi trarranno i ricordi dall’ esterno, da segni estranei, e non dall’ interno, da sé stessi. Dunque non hai inventato una medicina per la memoria, ma per richiamare alla memoria. Ai discepoli tu procuri una parvenza di sapienza, non la vera sapienza: divenuti, infatti, grazie a te, ascoltatori di molte cose senza bisogno di insegnamento, crederanno di essere molto dotti, mentre saranno per lo più ignoranti e difficili da trattare, in quanto divenuti saccenti invece che sapienti.

Insomma, ciclicamente vengono interpellati diversi attentatori al corretto sviluppo psichico dei ragazzi, che sia la televisione o i videogame violenti o internet. Spesso sono opinioni senza che abbiano ricevuto alcuna conferma sperimentale. Magari qualcuno osserva diligentemente che sullo sfondo il vero problema è la famiglia tradizionale (e le istituzioni tradizionalmente connesse ad essa), molto lenta a cambiare registro educativo perché non riesce a tenere il passo con la previsione del futuro. Non riesce a capire dove punta il futuro mentre l’esperienza passata sembra non dare consigli utili.

Va bene, lo sappiamo che per vizio professionale i giornalisti vanno sempre sul sicuro puntando sul grido allarmistico. La demenza fra i giovani spaventa. Ma viene da sorridere non appena ci si accorge che i sintomi descritti sembrano dovuti più alla mancanza di pensiero critico del giornalista stesso che a qualche bug nel cervello dei ragazzi.

link all’articolo sul Telegraph
link all’articolo sul MailOnline
link per una spiegazione dell’Effetto Flynn
link sul libro I grandi miti della psicologia popolare
link sull’articolo che parla dell’hikikomori

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