Il destino morale della mente

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Chiunque di noi dà per scontato che dentro il cranio delle persone ci sia qualcosa che pensa, ragiona, percepisce, ricorda, prova emozioni e sente dolore. In poche parole, attribuisce una mente all’altro. Siamo iperspecializzati ad attribuire tutte queste caratteristiche e gli psicologi chiamano tale processo “metacognizione“.

In una serie di esperimenti di Adrian Ward, Andrew Olsen e Daniel Wegner, ricercatori all’Università di Harvard, scopriamo che le persone attribuiscono le proprietà di una mente attiva anche a soggetti che non hanno alcuna apparente attività mentale e cosciente.

C’è una particolarità: nel loro disegno sperimentale, cositutito da 5 esperimenti, i casi di soggetti non coscienti come un paziente in stato vegetativo, un robot o una persona deceduta erano vittime di azioni inaccettabili moralmente, intenzionalmente dannose da parte di qualcuno.

Ai partecipanti di ciascun epserimento veniva fornita una storia su come veniva trattato un soggetto e poi doveva compilare alcuni test di valutazione dell’esperienza cosciente del dolore e delle capacità mentali del protagonista della storia che riceveva un danno.

Ad esempio, nel primo esperimento la storia descritta tramite delle vignette diceva che l’infermiera di un paziente in stato vegetativo, che dipendeva completamente dagli addeetti ospedalieri, non rispondeva ad alcuno stimolo anche a livello corticale e con una prognosi irreversibile, ogni sera non somministrava la razione di nutrimento fisiologico necessario, allo scopo di causarne la fine e ricevere una somma di denaro da un parente del paziente nominato nel suo testamento.

Ebbene, il danno procurato aumentava l’attribuzione di dolore al paziente in stato vegetativo, considerato dai partecipanti come un soggetto con una mente a una buona capacità di percepire dolore.

Il secondo esperimento esplorava il ruolo dell’intenzione di chi commetteva l’atto incriminato. Nella condizione sperimentale, quasi identica alla prima, un secondo gruppo di soggetti leggeva che la mancata somministrazione di nutrimento era dovuta ad un guasto non visto nella macchina deputata alla somministrazione.

Anche in questo caso, i soggetti nella prima condizione reputavano che il paziente avesse una mente attiva e la capacità di sentire coscientemente dolore per l’atto immorale dell’infermiera. Ma nella condizione del guasto della macchina non scaturiva alcuna  attribuzione metacognitiva al paziente. In sostanza, sapere che fosse stato un atto intenzionale a causare il danno correlava con la convinzione che il paziente non cosciente provasse dolore e avesse una mente attiva.

Questi risultati ci dicono che osservare qualcuno causare un danno intenzionalmente a chi è privo di coscienza determina “un accoppiamento morale” tra vittima e carnefice, “catallizzato” dall’attribuzione di una mente a chi riceve il danno intenzionale. Anche quando non ci può essere una mente in un contenitore di metallo o in un corpo privo di vita. Come i ricercatori hanno dimostrato in altri due esperimenti.

Infatti, nel terzo esperimento il paziente era rappresentato da un robot, il qualche subiva dei colpi intenzionali nei suoi sensori da un ricercatore.  (Nel gruppo di controllo ciò non accadeva). Mentre nel quarto esperimento, un impresario di pompe funebri infieriva sul corpo di una persona deceduta. In entrambi i casi, l’azione intenzionalmente lesiva verso i soggetti privi di mente accresceva la possibilità di attribuzione di una mente cosciente anche se nella realtà fosse innegabilmente escluso. 

I ricercatori scrivono nel loro articolo che è come se la morale creasse una mente laddove non ci si aspetterebbe di trovarla. In effetti, quando pensiamo alla mente di una persona e alla sua coscienza, ci immaginiamo un’entità autonoma, privata e autodeterminata. Questi esperimenti suggeriscono che si tratti anche di un processo di attribuzione condizionato dai valori morali, strettamente connessi al contesto culturale in cui viviamo.

I 4 esperimenti ci dicono che un rapporto sociale e morale richiede due menti e non solo due corpi: quando una persona intenzionalmente arrecca un danno fisico ad un essere privo di coscienza e di attività mentale, le persone tendono spesso a “completare” il rapporto morale creando una mente in un potenziale paziente o essere non vivente, una mente che percepisce dolore.

E’ anche vero, che i partecipanti giudicano da una posizione esterna, ad esempio senza essere coinvolti personalmente come lo sarebbe un parente della vittima, e leggendo una storia strutturata in alcune vignette. Non sappiamo ad esempio come giudicherebbero al cospetto di una storia reale, o dalla parte di un parente con certe convinzioni sul trattamento di fine vita, etc. Come non è scontato per alcune persone ritenere del tutto privo di coscienza chi è in uno stato vegetativo, solo in base a misure corticali.

Intanto, quando pensiamo in termini morali, sembra che attribuiamo più mente laddove non dovrebbe esserci. Riflessione che potrebbe aiutarci a capire in una prospettiva diversa gli accesissimi dibatti intorno a temi come l’aborto, il suicidio assistito o i diritti degli animali dentro un laboratorio.

Nel quinto e ultimo esperimento, i ricercatori hanno invertito le variabili. Cosa succede quando il danno moralmente inaccettabile viene commesso verso chi ha senza alcun dubbio una mente e una coscienza intatte? Nella storia somministrata ai partecipanti, una donna adulta in pieno possesso delle sue facoltà mentali subisce un abuso dal suo datore di lavoro che infine l’accoltella.

Incredibile, i soggetti attribuiscono meno attività mentale e coscienza alla donna, una specie di processo inverso a quello osservato nei 4 esperimenti precedenti di umanizzazione di soggetti privi di coscienza. A cosa può essere dovuta questo processo di deumanizzazione? I ricercatori non lo spiegano, ma io penso ad un’operazione sofisticata della nostra mente per proteggerci dal “supposto” dolore  che può provare quella donna.

Nel caso di umanizzazione proteggiamo il paziente, vittimizzandolo. Nel caso di deumanizzazione, proteggiamo noi stessi non riconoscendo la percezione cosciente del dolore subito dalla vittima.

Ma il quinto esperimento inquieta in particolar modo perché sembra complementare agli esperimenti di Stanley Milgram (ne ho parlato qui), i cui soggetti somministravano scosse elettriche a persone reali (sebbene collaboratori di Milgram che fingevano di subirle) sino a mettere in pericolo la loro vita, “proteggendosi” o autogiustificandosi invocando l’immancabile obbedienza all’autorità sperimentale. Forse è ciò che succede pure ai personaggi narrativi che danneggino i pazienti non coscienti nei 4 esperimenti precedenti.

I ricercatori hanno ottenuto dei risultati importanti, che aprono scenari ricchi per approfondimenti sperimentali e intellettuali. Ma, alla fine della lettura del loro articolo di ricerca, rimaniamo con qualche brivido, non ci sentiamo in fondo più così sicuri sull’imprevedibile natura sociale della coscienza privata.

ResearchBlogging.orgWard AF, Olsen AS, & Wegner DM (2013). The Harm-Made Mind: Observing Victimization Augments Attribution of Minds to Vegetative Patients, Robots, and the Dead. Psychological science PMID: 23749051

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