Attenzione, concentrazione, distrazione

Libro orologio studiare, leggere

Quanto riuscite a sostenere la vostra attenzione? Penserete che in fatto di concentrazione siete più bravi e saggi rispetto ai ragazzi che continuamente giocano online, chattano su facebook o inviano sms agli amici, come il deficit dell’attenzione e l’iperattività fossero ormai fisiologicamnete necessari al loro stile di vita.

Argomento interessante, soprattutto se consideriamo quanti strumenti interattivi utilizziamo durante il giorno. Device di ogni grandezza, display a portata di tasca, segnali sonori per un feeed in arrivo, chat minimali mentre svolgiamo il lavoro, social net trasformati in diari psicologici. Secondo le ricerche, un adulto in media resiste 13 minuti prima di distogliere l’attenzione dal suo lavoro per dare un’occhiata alla posta elettronica. Un ragazzo non va oltre i due minuti. Mamme e insegnanti non fanno altro che lanciare l’allarme. Il ragazzo non riesce a mantenere l’attenzione sullo stesso argomento per più di qualche minuto. Facilmente si distrae, si annoia. Agevolmente trova un sotterfugio per inviare un sms o controllare i like alla sua foto appena caricata.

Una professoressa di Harvard ha trovato un rimedio. In una conferenza sull’apprendimento e l’insegnamento, Jennifer L. Roberts docente di storia dell’arte e di architettura ha raccontato come riesca ad ingaggiare e ad esercitare l’attenzione dei suoi studenti attraverso una richiesta controintuitiva. Infatti, uno dei compiti che dà agli studenti consiste nel chiedere di preparare una corposa tesina di ricerca su un’opera artistica osservandola da vicino per almeno 3 ore.

Per quanto fosse esagerato il tempo imposto, la Roberts sostiene di essere rimasta sorpresa per la capacità di osservazione dei suoi studenti, i quali hanno manifestato un’imprevista gratificazione nonostante il lungo tempo di osservazione. Lei stessa ne ha offerto un esempio raccontando cosa sia successo mentre guardava per tre ore un dipinto di John Singleton Copley, Il ragazzo con lo scoiattolo (1765), le corrispondenze tra forme, le relazioni tra i dettagli, piccoli universi visibili solo grazie ad una prolungata osservazione. Si tratta di una sorta di «ingegneria della pazienza» che faciliti il ragazzo verso l’immersione cognitiva sull’oggetto di studio. Può esserti utile leggere cosa scrive a questo riguardo Daniel Willingham, professore di psicologia all’Università della Virginia.

Ciò che mi colpisce di questa iniziativa è la piccola verità che salta fuori e che in parte condivido: se dedichi la tua attenzione per più di qualche minuto ad un argomento, molto probabilmente ti annoierai. Può sembrare un po’ esagerato o un fenomeno giovanile ma, a pensarci bene, non è così. Io ne faccio spesso esperienza: mi capita di non riuscire a seguire un film, interrompo più volte la lettura di un libro per approfondire certe associazioni, metto a rischio persino una conversazione perché sono fra le nuvole a pensare chissà cosa col rischio di essere scoperto.

Sono d’accordo, l’iniziativa della professoressa di Harvard non è facilmente esportabile e può essere appropriata per una certa categoria di persone impegnate nello studio avanzato o per chi esercita certi tipi di lavori. Ma trovo molto intrigante la proposta. Nasconde un fatto innegabile: che non siamo più capaci di fermarci e osservare a lungo se non per scattare una foto e caricarla su instagram o pinterest. Fare esperienza della scoperta e scoprire certe emozioni come la meraviglia, la curiosità, la paura o il piacere, sembra quasi roba d’altri tempi.

John Singleton Copley, Ragazzo con scoiattolo (1765)

John Singleton Copley, Ragazzo con scoiattolo (1765)

L’impulso a “distrarsi” mi fa pensare alle mie difficoltà di gestione delle informazioni e, in senso stretto, delle conoscenze. Mi spiego: accumulo ogni giorno articoli scientifici, pdf, relazioni cliniche, ebook, discussioni approfondite di un forum online, post inviati al kindle e per di più google reader impietosamente segnala centinaia di feed. Sul comodino accanto al letto ci sono almeno 4 libri che sto leggendo e ormai uso qualsiasi “materiale” come segnalibro. Questa specie di accumulo, spazialmente disperso e complementare alla mia vulnerabile attenzione, mi fa pensare ad un disturbo mentale chiamato hoarding o disposofobia, l’accaparramento compulsivo di vario materiale.

In una società costruita sulle informazioni, è un problema. Anche perché sembra che ci sia una specie di diabolico sarto in grado di venire incontro alle richieste di tutti e come l’artificio della moda fa cambiare rapidamente preferenze. Non si corre pericolo di non trovare un’informazione seducente. Il guaio è che quando la ottieni fai fatica a cestinarla, anche se sai che difficilmente riuscirai a leggerla fino in fondo, che sia fatta di carta o di inchiostro elettronico. Diventa di tua proprietà e non vuoi più separartene. I ricercatori chiamano questo potente processo psicologico “endowment effect“: dai un valore maggiorato ad un oggetto quando lo possiedi rispetto a quando non ce l’hai.

Ci sono delle soluzioni? Propongo due suggerimenti. Il primo è collegato all’esperimento della Roberts: allenatevi ad osservare qualcosa. Non necessariamente un’opera d’arte, può essere un angolo della tua città o di casa, una frutta che ti piace, l’architettura interna di un elettrodomestico, può essere l’ascolto di un lungo pezzo musicale, può essere qualcosa legato ai sensi, alla memoria, a personali riflessioni su un rapporto sentimentale. Puoi trascrivere in un quaderno questo tipo di allenamento, una breve cronaca, operazione con un forte potere di affinamento introspettivo. Ma esegui l’operazione lentamente… con lunghe pause tra una frase e l’altra.

Il secondo suggerimento vale di più per le persone come me, immerse sino al collo di letture e, in parte, per chi accumula oggetti che s’impolverano in zone imprecisate della casa dove abita.
Una volta deciso di fare ordine e buttar via ciò che non serve, chiediti per ogni pezzo selezionato se, non avendolo mai avuto, ti saresti impegnato a cercarlo, quanti sforzi, quante risorse vi avresti dedicato. Non nascondo che questa prova riserva delle insidie (psicologiche) ma aiuta a rimettere in sella sia la tua attenzione sia la convivenza con il tuo partner.

link della conferenza di Jennifer Roberts ad Harvard
link dell’articolo nel blog di Daniel Willingham

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Un pensiero su “Attenzione, concentrazione, distrazione

  1. Molto interessante il tuo post. Effettivamente sembra l’uovo di Colombo. Bisogna però riuscire a far rimanere davvero concentrati, scegliendo gli oggetti giusti e trovando le giuste motivazioni. I risultati potrebbero essere interessanti.

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