La psicologia del comignolo

michelangelo e cervello

Per un paio di giorni siamo stati tutti interessati al colore del fumo di un comingnolo. Strano mezzzo di comunicazione nell’era di twitter e facebook. All’interno della Cappella Sistina, 120 cardinali hanno deciso, guidati dallo spirito santo, quale papa eleggere. Sopra le loro teste campeggiavano le bibliche figure di Michelangelo Buonarroti disegnate nella loro sfacciata e muscolare fisicità.

A pochi minuti dall’habemus papam intanto la CEI inviava una mail di congratulazioni al nuovo papa Angelo Scola. Una gaffe subito corretta che suggeriva direttamente le speranze dell’assemblea dei vescovi. Un lapsus freudiano. Ironico se pensiamo che la psicoanalisi ha sempre rappresentato per la Chiesa un nemico ideologico.

C’è un punto però che secondo me avvicina la psicoanalisi alla dottrina cattolica e riguarda la coscienza. Entrambe nel complesso sono diffidenti verso la coscienza, per ragioni teoriche diverse ma convergenti verso un giudizio “severo”. In Freud la coscienza ha ricevuto oltretutto meno attenzione rispetto a quanto ne concentrò per l’inconscio. I dottori della Chiesa hanno sempre “sabotato” la coscienza identificandola nel libero arbitrio dell’uomo che si specifica però nella sola libertà di peccare. La coscienza è sempre stata oggetto di “perquisizione” da parte del prete.

Per Freud aveva più senso rivolgere l’attenzione all’inconscio, la parte oscura della psiche che determina la facciata esterna del comportamento cosciente. Non è il solo antimentalista. Nel 1900 pubblica l’Interpretazione dei sogni e dopo una decina d’anni circa John Watson, fondatore del comportamentismo, dichiara che lo studio dei contenuti mentali, tra cui la coscienza, sia privo di valore scientifico e ciò che conta per una psicologia scientifica è l’indagine del rapporto tra stimoli ambientali e risposte comportamentali dell’uomo.

Strana combinazione, comportamentismo e psicoanalisi accomunati (per ragioni diverse) dal teorico disinteresse verso la coscienza. Non sono così soli se pensiamo alle neuroscienze. Da una ventina d’anni, le nuove tecnologie di neuroimaging hanno messo sull’altare dell’attenzione scientifica e mediatica le ricerche sul rapporto tra cervello e tutta la gamma delle attività umane, dalla cognizione a qualsiasi fenomeno culturale. Viviamo nell’era delle neuroscienze popstar.

Vaughan Bell sull’Guardian fa notare come questo straordinario fenomeno abbia prodotto una neurocultura, cioè una potente trasformazione dell’immaginario collettivo che coinvolge scienziati, mass media e opinione pubblica. Il cervello è al centro dell’attenzione in quasi tutti i contesti sociali, dalla medicina all’economia, dall’estetica all’educazione, dalla letteratura ai tribunali, dalla politica alla religione!

Nikolas Rose e Abi-Rached hanno scritto che gli anni Sessanta sono stati il decennio cruciale perché si formasse uno sguardo neuromolecolare sulla psiche dell’uomo. In The birth of the neuromolecular gaze scrivono che i fattori che sancirono l’avvio di questo successo degli studi sul cervello furono rappresentati dai progressi della biologia molecolare, dalle ricerche di biofisica e dalla neurochimica.

In poche parole, la scoperta degli effetti terapeutici degli psicofarmaci attirò l’attenzione delle case farmaceutiche e degli psichiatri. La possibilità di mettere in commercio senza precedenti droghe con un legale effetto “curativo” per i disturbi mentali diede un potente contributo economico alle ricerche nel settore. Anche in questo caso si realizzò un ironico connubbio tra psicoanalisi e chimica: i primi accolsero favorevolmente l’ingresso dei nuovi farmaci perché gli effetti psicologici delle nuove medicine potevano essere integrati al trattamento psicoanalitico. Secondo lo slogan, tuttora presente, gli psicofarmaci possono far breccia nelle difese della mente. Indebolendo le resistenze psicotiche era possibile l’ingresso specialistico dell’analisi dello psichiatra nell’inconscio del paziente.

Inoltre, i principi attivi sintetizzati potevano compensare i deficit dei neurotrasmettitori e i medici di famiglia cominciarono a prescrivere psicofarmaci sulla base semplicistica ad esempio che bassa serotonina corriponde alla depressione o troppa dopamina conduce alla psicosi. Il fatto che le ricerche falsificassero queste ipotesi non aveva poi molta importanza.

Gli anni Sessanta in fondo sono stati pure il periodo d’oro dell’industria militare psicologica. La psichiatria e la psicofarmacologia nascente erano immersi in un mondo diviso in due, con la guerra del Vietnam in corso e la paranoia mai sopita sulla capacità manipolatoria mentale dei comunisti . La CIA in quegli anni lavorò ad un progetto, MKULTRA, col quale cercava di sviluppare tecniche e protocolli di controllo mentale attraverso l’uso dell’ipnosi, dell’LSD, sieri della verità, messaggi subliminali etc. Molti psicologi e psichiatri vennero coinvolti nei programmi militari. Tra scoperte della neurobiologia e le segrete tentazioni militari si generarono strane storie. Di queste intrigate vicende e paranoie puoi farti un’idea leggendo questo articolo.

***

Le neuroscienze continuano ad affascinare. Conoscere come funzioni il nostro cervello attraverso le splendide immagini video in cui flussi cromatici suggeriscono che proprio lì c’è attività mentale, ciò che pensi, ciò che sogni, ciò che desideri, sbaraglia ogni avversario e ci fa credere di più ad una immagine di risonaza magnetica che alle parole del nostro interlocutore. Già, secondo diverse ricerche le persone tendono a credere di più alla fotografia di un cervello che alla versione di un testimone oculare. Un po’ come si comportano certi psicoterapeuti. La coscienza non è affidabile.

In realtà, c’è un profondo dibattito nella comunità scientifica mondiale che mette in discussione certe intepretazioni neuroscientifiche sul rapporto cervello-neuroimmagini-mente-cultura. In questo senso i migliori blogger che vi suggerisco di seguire sono neurocritic e neuroskeptic. Le scoperte delle neuroscienze hanno avvicinato molte persone alla conoscenza dell’attività cerebrale in connessione al comportamento umano, un avvicinamento culturale che secondo me è sempre un fatto positivo. Ma spesso interpretazioni infondate hanno alimentato pregiudizi basati su considerazioni infondate del cervello. Ad esempio, cervelli diversi corripondono a vari tipi umani che, in base allo scopo, conduce a legittimare comportamenti discriminatori verso gruppi sociali specifici: le donne, alcuni gruppi etnici, i disabili, “i malati mentali”. Chi è diverso ha un cervello diverso e diventa il capro espiatorio delle proprie paure.

Qui in Italia gli echi di questo dibattito internazionale sembrano molto lontani e spesso arrivano nei principali siti di informazione sotto forma di qualche articolo esotico che parla di potenziamento del cervello, di centro dell’innamoramento o di conferme neuroscientifiche dell’inconscio. Ok, viviamo nel Paese che ha inventato l’elettroshok e Cesare Lombroso, è un Paese antimentalista per eccellenza, il cui fiato è sospeso per il colore del fumo di un comignolo. Perché stupirsi? Non è così strano che si dica, senza scrupoli di coscienza, che i cervelli fuggano via. In una sola frase condensiamo fede e materia.

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