Un pezzo di pizza

aspettando godot

Appena entro in classe trovo il mio ragazzo (autistico) che si dondola. Osserva la pizza davanti a sé, poggiata sul tavolo e penso che sia fredda. Rapidamente formulo poche ipotesi per comprendere il significato di quel dondolio e preparare una strategia risolutiva. Oscilla avanti e indietro e non mangia. Temo che qualcosa non vada per il verso giusto e devo agire. Operazione non facile dato che non posso chiedergli esplicitamente cosa succede. Una persona autistica non è quasi mai accessibile linguisticamente.

È un paradosso, un controsenso, una follia. La comunicazione non è affatto la chiave di accesso, è sabotata, è svuotata di quella naturalità di una elementare conversazione o dei significati che impariamo ad apprendere sin dalle prime relazioni. Ti aspetti da chiunque risposte e taciti accordi sulla grammatica un po’ scorretta, sull’uso poco ortodosso del vocabolario, ti aspetti una tolleranza linguistica e quella complicità unica permessa dal dialetto.

Insomma parlo di quelle piccole scorciatoie che la parola parlata ti consente per esprimere istinti, ricordi, immagini, prospettive. Scordati tutto ciò con l’autismo. Non c’è alcuna regola da trasgredire, nessuna storia da inventare, nessuna retorica, nessuna tonalità nelle vocali.

Il mio compito è fondato sull’aiuto. Giorno dopo giorno, in tutte queste ore che passano e scorrono alle volte veloci e alle volte lentissime, aiuto alcuni individui a sopravvivere quasi in modo banale: utilizzare il linguaggio per soddisfare autonomie banali, chiedere di andare in bagno o di fare una pausa, utilizzare le mani per abbottonarsi la camicia, per legare i lacci della scarpa, per tagliare la carne. Io rappresento per loro un modello per operazioni di sopravvivenza fisica e sociale: saper regolare l’espressione della paura e della rabbia, provare ad avvicinarsi ad un insegnante o al banco di un bar per chiedere un bicchiere d’acqua.

Sembra che nel caso del mio ragazzo autistico stia parlando di un individuo con gravi patologie muscolari. Invece no. In genere gli autistici sono persone fisicamente in forma, quasi pronti per affrontare uno sport atleticamente impegnativo, dopo aver appreso una prassi sono fedelmente puntigliosi nell’eseguirla. La riproducono con cinica fedeltà, perché “scoprono” qualcosa di buono che prima appariva intollerabilmente diverso e preoccupante.

Alcune volte mi chiedo cosa sarebbe la vita del mio ragazzo senza di me. È una domanda che riguarda tutti gli operatori che si occupano di problemi psicofisici. È una domanda asimmetrica. Riguarda davvero solo noi. Il nostro lavoro è fondato per definizione sulla vicinanza con chi sta male senza di noi. Meglio: cerchiamo di fare in modo che la sofferenza psicologica e fisica sia meno intensa. I numerosi pazienti, le tante ore, l’enorme interdipendenza del rapporto terapeutico, genera questa percezione personale di sentirsi speciali.

Ma è una specialità che non prelude a ricavi gratificanti, assume tante forme chimeriche che ti mettono in discussione. Tecnicamente sto parlando di un momento professionale descritto come burn out, esplosivo, emotivamente usurato dall’impegno di dedicarsi alla fisicità compromessa, alla criptica sofferenza mentale, alla relazione disturbata dei pazienti, che sono veri professionisti delle complicazioni psicologiche e delle ironie della sopravvivenza.

Sono i rischi di tutti quei mestieri che hanno a che fare con la risoluzione di problemi in cui sono in gioco emozioni, aspettative, progetti di vita, storie sentimentali, la fine di una vita, la solitudine, i bilanci personali, i fallimenti, le ingiustizie. Sono cioè quegli ingredienti profondi che danno forma ai capitoli della propria biografia. E noi, professionisti della salute mentale, sappiamo quanto sia delicata la faccenda, riconosciamo la fallibilità del nostro lavoro, quanto sia fallace prescrivere comportamenti “giusti, normali e sani” e quanto sia equivoco parlare di “guarigione”.

Mentre invitavo il mio ragazzo, senza pronunciare una parola, a consumare il pezzo di pizza, ho provato ad immaginare la sua biografia il cui protagonista principale preferisce un ruolo minore, opaco. Stranamente mi sono sentito coinvolto come un personaggio in una storia scritta da Beckett.

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