La psicologia culturale e Marx

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Mentre la teoria psicoanalitica si diffondeva in Europa, con la Rivoluzione Bolscevica del 1917 in Russia si sviluppò una scuola di psicologia influenzata dalle teorie di Marx che privilegiava la dimensione storica, sociale e culturale della psiche umana. Se la filosofia marxiana si propone di agire in modo attivo nella società per trasformarla, analogamente nella psicologia sovietica l’attenzione va oltre l’indagine speculativa e individuale a favore delle relazioni sociali e collettive.

La psicologia deve fare i conti con la prassi, obbligata come è alla prova della pratica nell’ambito delle relazioni sociali, del lavoro, della scuola, dell’educazione, della politica. Tra gli anni ’20 e gli anni ’30, il freudo-marxismo è il tentativo di collegare la psicoanalisi al marxismo. I rappresentanti principali di questa inedita elaborazione sono Wilhelm Reich, Georges Politzer,  Henry Wallon e i filosofi e psicoanalisti della Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Fromm, Marcuse, Benjamin, etc.).

Dal punto di vista marxiano, la psicologia ha una duplice potere. Da un lato, come scienza sociale può scoprire, controllare e manipolare i meccanismi della mente umana al servizio della classe dominante; dall’altro può smascherare il condizionamento sociale applicato sulla mente dell’individuo.

In Italia, la riflessione marxista sulla psicologia è stata sporadica fino agli anni ’70, probabilmente a causa del retaggio dello storicismo crociano e della sua concezione della psicologia come “pseudoscienza”. [Mecacci, Storia della psicologia del Novecento]

Dal materialismo dialettico marxiano e leninista prende vita la prospettiva storico-culturale, fondata da Lev S. Vygotskij e successivamente sviluppata dai suoi allievi e da Aleksej N. Leont’ev. Vygotskij vissuto per soli 38 anni, si occupò della relazione tra pensiero e linguaggio, di educazione, di pedagogia, di estetica, di psicopatologia e neuropsicologia. Avviò una scuola di psicologia, fu ricercatore inesauribile e pubblicò numerosi libri e articoli.

Della ricchezza e complessità delle ricerche e teorizzazioni vygotskjiane, menziono “il salto qualitativo” che lo psicologo russo sosteneva vi fosse tra uomo e animali, un salto possibile grazie allo sviluppo di processi psichici superiori dovuto alla dimensione sociale e culturale.   Se i processi psichici elementari hanno la loro origine dai riflessi o dall’apprendimento condizionato (come suggeriva il lavoro di Pavlov), c’è un altro livello che si inserisce nei processi psichici ed è costutito dallo strumento, dal metodo, dall’artificio (lo stimolo-mezzo).

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Lo stimolo-mezzo permette all’uomo quel salto qualitativo nell’apprendere e risolvere problemi pratici e complicati. Ad esempio, se l’asino di Buridano non sa scegliere tra due sacchi di fieno e affamato finisce per soccombere, l’uomo può crearsi uno stimolo-mezzo (come tirare una monetina o rifarsi ad un modello culturale) che gli permetta di agire in modo diverso dalla situazione data. Vygotskij afferma che “la presenza di stimoli creati accanto a qualle dati è la caratteristica distintiva della psicolgia dell’uomo”.

Particolarmente rilevante è l’interiorizzazione degli stimoli-mezzi, come succede ad esempio con il linguaggio nel rapporto madre-bambino: da una forma di comunicazione esterna il linguaggio diventa una forma di comunicazione interna come mezzo per svolgere le proprie funzioni psichice superiori. Lo sviluppo psichico è fondato sul processo di interiorizzazione di tutti quei mezzi (culturali) forniti dall’ambiente sociale.

La zona di sviluppo prossimale (o parallelogramma di sviluppo) diventa il luogo di incontro tra psicologia, istruzione e dimensione storico-culturale della conoscenza. Si tratta dell’attività mentale del bambino che viene “estesa” dall’aiuto dell’insegnante che, fornendo gli stimoli-mezzo (quegli strumenti concettuali ed empirici), può consentire una prestazione cognitiva che altrimenti si produrrebbe in una fase successiva della maturazione. La zona di sviluppo prossimale si inserisce tra la prestazione spontanea del bambino e quella migliorata dall’introduzione di stimoli-mezzo.

Questo scenario teorico descrittivo ha almeno due significative implicazioni: in primo luogo, sarebbe riduttivo valutare un alunno soltanto sulla base delle prestazioni spontanee senza tener conto delle potenzialità (“lo sviluppo prossimo”) che potrebbe esprimere con l’aiuto di un altra persona; in secondo luogo mette in decisivo rilievo la dimensione interpersonale e culturale della conoscenza.

La prospettiva storico-culturale si pone in una posizione davvero differente rispetto all’approccio oggettivo, impersonale, atomistico e astratto, di quei teorici e ricercatori che tentavano di fondare una psicologia scientifica equiparabile alle scienze dure.

 

Letture consigliate:

La mente a più dimensioni, di Jerome Bruner, edit. Laterza.

Lo sviluppo psichico del bambino di Lev Vygotskij, Editori Riuniti.

Storia della psicologia del Novecento, di Luciano Mecacci, edit. Laterza.

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2 pensieri su “La psicologia culturale e Marx

    • Sì Claudia, la psicologia sovietica si rivela una miniera d’oro nella storia della psicologia, ricchissima di novità teoriche e ricerche approfondite. Ci ritornerò con altri articoli.

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