La psicologia cinese

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C’ è uno spettro che si aggira nel mondo della psicologia: la sindrome cinese del portafoglio! Tutto è nato dall’articolo illuminante di Christian Giordano (vi invito a dare un’occhiata al suo bel blog) sulla scelta sempre più diffusa degli psicologi di abbassare la tariffa del loro servizio. Invece di lavorare senza retribuzione come volontario o per pochi euro all’ora per aziende e cooperative che ti chiedono paradossalmente di non esercitare da psicologo, molti colleghi psicologi chiedono meno (15, 20 euro) così almeno hanno più possibilità di “attrarre” clientela.

L’articolo ha suscitato diffidenza, malumori, critiche.  Il fatto è che in tempi di crisi economica, di troppi psicologi (tre volte la media europea), di vacillante preparazione verso nuovi fenomeni socioculturali (flussi migratori, il progresso tecnologico, le nuove frontiere scientifiche, il decentramento dei valori occidentali), questa iniziativa viene giudicata come una ennesima sciagura.

 

Recriminazioni

 

Perché un chirurgo deve essere pagato di più? Forse che risolvere un puzzle familiare o intervenire nella complessa mente di una anoressica sia meno gravoso? Perché svalutare la categoria deprezzando i servizi? Perché dopo tanti sacrifici in termini economici, di studio decennale, di volontariati e tirocini gratuiti, dovremmo “svenderci”? Perché siamo così autolesionisti noi psicologi?

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D’altro canto un counselor, un professionista del benessere psicofisico, un coach, un grafologo, una indefinita categoria di parapsicologi, riesce a farsi pagare molto per servizi quanto meno discutibili e, ad essere pignoli, utilizzando un mix di tecniche e conoscenze che uno psicologo fresco di laurea ha studiato per bene. Intanto, rispetto alle categorie citate gli studi degli psicoterapeuti sono mezzi vuoti, migliaia di psicologi lavorano senza alcun riconoscimento in svariati ambiti profesisonali e il disagio psichico sembra esclusivo appannaggio dei dottori di famiglia e degli psichiatri delle ASL.

Questa è la realtà disorientante per gran parte degli psicologi italiani di oggi, al punto che la domanda se ne valeva la pena essere psicologi è amaramente attuale e il tariffario stabilito dall’Ordine Nazionale degli Psicologi sembra un perfido sberleffo.

 

Il lavoro dello psicologo è tossico

 

C’è da aggiungere però qualche osservazione.

  1. Le sedute terapeutiche in media costano 70/80 euro all’ora anche  perché tra tasse e affitto dello studio il ricavo netto per il professionista è di circa un terzo.
  2. Il disagio mentale non è qualcosa di surrettizio e facilmente risolvibile. In più, nella maggioranza dei casi è espressione di una sofferenza che coinvolge famiglie intere al costo di enormi sacrifici materiali, esistenziali e sociali.
  3. Come tutte le professioni che si occupano di cura, il lavoro dello psicologo implica una serie di processi usuranti (burn out) che possono rivelarsi nocivi e alle volte dalle conseguenze tragiche.

La società di oggi non è più quella di Freud, né quella del Dopoguerra. Ci sono una serie di fattori che fanno emergere nuovissime domande e complicate richieste di aiuto, come le mutazioni tecnoculturali, i fenomeni migratori, il dissolvimento della concezione prettamente medico/biologica della persona, le nuove forme di interazioni veicolate da interfaccia digitali di difficilissima interpretazione.  Lo psicologo di oggi affronta sfide ardue e nessuno ha una “ricetta” per affrontarle senza intoppi.

 

E’ un periodo storico della psicologia affascinante in fondo

 

Cosa suggerire allora ai colleghi psicologi e psicoterapeuti? Di essere attivi in questa crisi, di non rimanere spettatori. Se esistono il web, la parapsicologia, il counseling, lo psicologo cinese, l’agopuntura, il curatore dell’anima o la meditazione yoga, non significa che la psicologia scompaia. Tutt’altro! Garantiscono nuove possibilità di indagine, di esplorazione, di acquisizione. Non possiamo prevedere il futuro perché questo periodo è troppo mobile, ma avendo una formazione adeguata a saperci convivere nelle crisi umane, possiamo affrontarlo e decifrarlo a nostro favore.

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La cyberterapia, la ricerca neuroscientifica, la genomica, lo studio etologico, la terapia familiare, la robotica (pensate ad esempio a chi riesce a muovere un braccio robotico con il solo pensiero), la riabilitazione neuromotoria, il mondo dell’età evolutiva, l’affascinante sfida dell’informazione scientifica online, sono alcuni degli scenari cui non è più possibile accedere con il semplice pezzo di carta della laurea o protetti dalla tradizione autorevole dei padri della psicologia. In qualsiasi ambito operiamo, la “personalizzazione” cioè quello che siamo in grado di metterci dentro (umiltà, conoscenza ed esperienza)  è l’atteggiamento responsabile che serve, un atteggiamento attivo, con la disponibilità all’innovazione, la familiarità tollerante agli imprevisti e alle crisi e lo studio costante.

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3 pensieri su “La psicologia cinese

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