I videogame

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videogame fanno bene al cervello. Siete sorpresi? Eppure è quanto emerge dalle ricerche di laboratorio di neuroscienze. I giochi al computer d’azione e combattimento sembra che migliorino l’attenzione, la capacità di autocontrollo e le abilità visive.

In un articolo sul Guardian, il ricercatore Vaughan Bell approfondisce questa tesi dichiarando che un videogame “sparatutto” come Call of Duty o Medal of Honor è un inedito allenamento per affinare i riflessi e la capacità di prendere rapide decisioni. Nonostante il fatto siano spesso ritenuti il classico esempio negativo di cosa possa generare internet, le indagini scientifiche dimostrano una realtà controintuitiva rispetto al mantra di tutti coloro (educatori, media, politici) che puntano il dito contro questo genere di intrattenimento.

Avevo già scritto sull’efficacia del gioco del Tetris nel generare un addensamento della massa corticale in alcune zone del cervello, potenziando le reti funzionali coinvolte. In un altro articolo pubblicato lo scorso anno sulla Annual Review of Neuroscience, i ricercatori hanno constatato come i videogame d’azione siano degli ambienti complessi di esercizio che possono favorire la plasticità neuronale e l’apprendimento.

Fare attenzione, come reagire rapidamente, essere sensibili ai dettagli del campo visivo e come estrarne un’utile informazione, sono i vantaggi cognitivi che questi giochi virtuali possono alimentare. Personalmente mi chiedo quanto queste ricerche siano legate al contesto culturale anglosassone. Se gli obiettivi rinviano ad un potenziamento cognitivo tramite rapidi riflessi, autocontrollo, ottimizzazione di elaborazione delle informazioni, mi sembra che siano più uno di quei luoghi comuni che scaturiscono nell’incontro tra neuroscienze e sfera pubblica (su cui mi sono soffermato in modo approfondito qui) che si basano su distorsioni interpretative (bias).

Inoltre, in questo genere di ricerche resta sempre difficile poter capire fino a che punto il comportamento aggressivo sia sollecitato dai videogame o film violenti o piuttosto dalla predisposizione caratteriale dell’utente. Finora, le indagini indicano che i game d’azione causano un aumento dell’aggressività a breve termine durante i testi di laboratorio. Ciò che conta a lungo termine, in definitiva, è il contesto familiare entro cui cresciamo piuttosto che l’influsso di stimoli mediatici violenti. Quando succedono stragi di massa orribili, come qualche settimana fa a Newtown, sarebbe più utile conoscere la storia di sviluppo del killer per quanto riguarda precedenti comportamenti antisociali o disturbi di personalità, invece di chiederci se era un patito di game violenti come milioni di suoi contemporanei.

Mi sembra tuttavia utile chiedersi quanto tempo i ragazzi trascorrano a giocare con i videogiochi. Ammesso che non sviluppino aggressività e che guadagnino in prontezza di riflessi di azione mentale, finiscono per scordarsi di fare i compiti, di uscire da casa o di indebolire il corpo per l’inattività fisica costante e prolungata.

E, infine, se i videogame fossero un’alternativa o persino una via di fuga dai pervasivi problemi quotidiani? Mi sembrerebbe una strategia di distorsione della propria coscienza. Già alcune ricerche (qui ne ho parlato) mostrano gli interessanti sviluppi tecnologici nel far slittare la propria esperienza cosciente dal mondo reale a quello virtuale senza prenderne consapevolezza.

Ok, come in tutti i principali tranelli psicologici, gli eccessi sono da evitare e moderatamente potete sparare a tutti gli avatar in un’imboscata di pixel.

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Un pensiero su “I videogame

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