La fine del mondo

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Siamo vicini alla fine del mondo, secondo i Maya. E voi, come vi state preparando? Ancora poche ore e sarà la morte, quella vera quella che non è più soltanto una remota probabilità confinata nel futuro, ma una verità che fa impallidire qualsiasi metodo scientifico, qualsiasi sapere religioso, qualsiasi proverbiale buon senso.

Siamo così vicini al natale, alla nascita per eccellenza, che l’eventualità della fine stona, ci turba e fa quasi sbottare in un riso pragmatico. La storia dei Maya è infondata, una stupidaggine… Però è anche un’opportunità per riflettere del tabù nei confronti della morte. Sul nostro rapporto con la morte. In fondo ciò che suggeriscono i Maya o la parabola tragica di Gesù riguarda un’esperienza che tutti conosciamo. Chi di noi non ha avuto un familiare, un parente, un amico vicino alla fine a causa di una malattia terminale?

Ma non tutti si comportano allo stesso modo nella gestione di una di una fine imminente come in una malattia terminale o nella scomparsa di un parente. Ogni cultura ha un modo tutto particolare di gestire le emozioni della perdita. Ad esempio, per gli aborigeni australiani è fatto divieto nominare o incontrare simboli della morte. “Questi tabù hanno significati spirituali profondi, servono a non disturbare gli spiriti di coloro che sono morti” sostiene Katie Glaskin, aggiungendo che il divieto di pronunziare il nome di chi è deceduto ne aumenti il ricordo di chi è rimasto. Una tecnica controintuitiva: ricordo senza nominare chi non c’è più.

Sulla costa pacifica della Colombia la morte di un bambino è caratterizzata dal Chigualo, una cerimonia funebre musicale che accompagna il viaggio del bambino verso il cielo nelle sembianze di un angelo. I Ganda che vivono nella zona centro meridionale dell’Uganda non possono praticare rapporti sessuali durante il periodo del lutto, mentre i Cubeo del nord dell’Amazzonia ammettono il sesso come preludio di una rinascita. In un funerale Igbo, il rito funebre ha la funzione di trattenere l’anima del defunto. Molte culture, invece, praticano rituali allo scopo di assicurarsi che gli spiriti dei deceduti lascino questo mondo.

In occidente, d’altro canto, nella smania di classificare qualsiasi oggetto di indagine, è stato individuato un percorso con precise fasi nell’elaborazione della certezza di dover morire. La psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross nel corso della sua esperienza clinica ha infatti descritto un modello a 5 fasi (negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione) che ripercorre le dinamiche che attraversano le persone a cui è stata diagnosticata una malattia terminale (ma anche nella gestione del lutto).

Il rischio di queste teorizzazioni consiste nel fatto che il lutto venga patologizzato quando la persona si arresta in una di queste fasi, condizione che richiede l’aiuto dello psicoterapeuta per passare alla fase successiva. George Bonanno, che ha studiato il dolore per la perdita seguendo le persone sia prima che fossero in lutto che dopo per diversi mesi, ha scoperto che non c’è una effettiva progressione attraverso specifiche fasi di adattamento ed è un luogo comune ritenere che le persone si gettino nella disperazione per passare gradualmente ad un maggiore benessere. Due terzi delle persone in lutto sono resilienti quando affrontano la morte di un loro caro, in altre parole sono addolorate ma nello stesso tempo non sono né depresse né incapaci di portare avanti le loro attività quotidiane.

Non voglio sostenere che il lutto o la preparazione alla morte siano situazioni facilmente controllabili. Emotivamente siamo specializzati ad avvertire la perdita con rapidità e spesso l’anticipiamo per trovarne rimedi preventivi. I rituali funebri, i meccanismi psicologici di elaborazione della propria fine, la sofferenza di un legame sentimentale rotto, sono dei sistemi di sicurezza per fronteggiare un possibile slittamento verso una estrema disperante consapevolezza della morte.

Ma c’è anche un altro rituale nei confronti della morte che è molto diffuso nella nostra società e riguarda il nome proprio di persona. Spesso è stato scelto in nome di una persona del parentado che è deceduta da giovane. Il mio nome, Carmelo, era quello di un caro cugino di mio padre deceduto in giovane età per un cancro. Non escludo che questo nome sia appartenuto ad altri morti che rappresentano la pietà verso il dolore di una malattia o la tragica casualità della vita.

No, non credo che ci siano fasi prescrittive che ciascuno di noi deve passare per non degenerare in un disturbo psichico (cosa che per il malato terminale suonerebbe come una beffa). La fine del mondo che tanto tempo fa preannunciarono i Maya forse è un nostro modo di ricordare questa civiltà scomparsa, e per scongiurare un destino simile per noi.

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2 pensieri su “La fine del mondo

  1. Pingback: Del morire e del sopravvivere alla morte: La fine del mondo | Neuromancer | Psicoterapia Blog - Il Blog di Psicoterapia e scienza

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