"Aiutare" è un mestiere difficile

Lo psicologo, l’assistente sociale, lo psichiatra, l’infermiera, sono solo alcune figure che fanno parte della categoria dei professionisti che forniscono un aiuto a chi soffre. Una delle immagini mitiche che viene fuori nelle solite conversazioni è quella del terapeuta che dà aiuto al cliente o al paziente sotto forma di uno specifico consiglio. Possiamo trovare numerosi esempi anche nei film, in certi romanzi, sulle rubriche delle riviste dedicate al “benessere” psicologico. Succede in terapia, quando il cliente chiede ad un certo punto cosa deve fare, come si deve comportare, quale decisione prendere. Accade a scuola, quando il dirigente o l’insegnante di sostegno chiede consiglio riguardo al comportamento di uno studente.

Chiaramente le relazioni non sono le stesse, cambiano sia i contesti che le intenzioni degli interlocutori. Ma ho imparato a riconoscere una dinamica consueta che si avvia quando dò un consiglio: passa un po’ di tempo e l’intercolutore ricompare dichiarando che il consiglio non ha avuto l’effetto desiderato. Sequenza che può scattare ad esempio in ambito clinico, dove le precauzioni non sono mai sufficenti a frenare l’istinto missionario dell’aiuto ad ogni costo. Tutti i colleghi mi confermano questa situazione frustrante per il terapeuta perché mette alla prova il senso di “efficacia personale” nel ruolo di psicologo. Vagamente rassegnato, il terapeuta in genere ci riprova. In fondo, sa che molti colleghi si comportano alla stessa maniera. Lo scopo deontologico in effetti prescrive il benessere psicologico dell’individuo. Ecco cosa dice l’articolo 3 del codice deontologico degli psicologi italiani (il corsivo è mio):

Lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere se stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace. Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri; pertanto deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare l’uso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e degli utenti destinatari della sua prestazione professionale. Lo psicologo è responsabile dei propri atti professionali e delle loro prevedibili dirette conseguenze.

Sono parole che trasmettono una grande responsabilità (ed è giusto) ma anche grandi aspettative e in effetti mi capita di sentire dal potenziale paziente: “ho bisogno dello psicoterapeuta per cambiare la mia vita!”. Però molto spesso questi sono piccoli tranelli involontari che invitano a giocare un gioco con il professionista le cui conseguenze mettono a dura prova la relazione terapeutica. Eric Berne lo chiamava il gioco del “sto solo cercando di aiutarti“, che è una sintesi dei tentativi di aiuto del professionista vanificati dalla presunta inadempienza del paziente. Il problema nasce soprattutto quando il terapeuta gioca con un giocatore spregiudicato.

“Ma le non mi da nessun consiglio!”, “ho fatto come mi ha detto lei e guardi cosa mi è successo!”. Lo scopo del paziente è lo smarrimento del terapeuta, il quale teme di aver commesso un errore marchiano arrecando un danno a chi avrebbe dovuto essere aiutato. I contraccolpi per il professionista sono diversi: c’è chi si sente in colpa, chi cade in depressione, chi reagisce con la stessa moneta mettendo in dubbio che il consiglio sia stato eseguito nel modo giusto. C’è chi ritenta, ma il gioco assomiglia ad una partita a poker insesorabilmente lunga e spossante. Un po’ come quei genitori che mi dicono di non farcela più coi loro figli adolescenti perché le hanno provate tutte ma hanno fallito miseramente.

Il giocatore che impegna il terapeuta a giocare (e viceversa) in genere si basa sul fatto che le persone sono ingrate e da loro ricevi soltanto delusioni. Spesso infatti il terapeuta minaccia di abbandonare il gioco perché esaurito dalla mancata attuazione del consiglio da parte del paziente (giocando a “non sei stato bravo abbastanza”) o spaventato di non riuscire ad asssolvere il suo compito. Il paziente può alzare allora la posta e affermare rassegnato: “non è la volontà che mi manca” o, per impedire al terapeuta con un’estrema mossa di smettere di giocare, “non puoi far niente per me”. E lo psicoterapeuta ci ritenta mantenendo il gioco attivo e la relazione stabile, anche se frustrante.

Per concludere, nella relazione terapeutica possono verificarsi dei momenti problematici, degli episodi di crisi. Le richieste di consiglio sono ingredienti importanti nella terapia, ma i rischi che il terapeuta corre sono alti se non è abbastanza preparato a riconoscere che può giocare con un giocatore esperto che mette alla prova la percezione positiva delle proprie competenze e gli scopi (forse troppo idealistici?) della psicoterapia. C’è una doppia spiegazione: una dipende dalla personale interpretazione della proprio ruolo che lo psicoterapeuta si dà, l’altra è connessa alla peculiare connotazione che ancora affligge la professione equiparata al maestro di vita o ad un esotico guaritore.

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3 pensieri su “"Aiutare" è un mestiere difficile

  1. una soluzione è smettere di dare consigli, ma offrire semplicemente una visione alternativa, la vostra, che non è un invito a fare come dite voi, ma a vedere in modo meno rigido e più flessibile:)

    “Poi la strada la trovi da te, porta all’Isola, che non c’è:))”:)

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