Diagnosi, trauma e bambini

Sembra che le acque si siano calmate a proposito della faccenda del figlio conteso dai genitori e trascinato via da scuola nella spericolata maniera che tutti telegiornali hanno messo trasmesso, suscitando lo scandalo “mediatico” di un intero il Paese. Allora vorrei proporre alcune riflessioni per chiarire le idee su alcuni punti che mi sembrano importanti da un punto di vista psicologico.

Partiamo dall’uso indiscriminato della diagnosi, in questo caso si tratta della sindrome da alienazione genitoriale (Parental Alienation Syndrome, Pas) con la quale lo psichiatra ha motivato la sentenza del giudice nella decisione di affidare il ragazzino al padre. La Pas non ha alcun riconoscimento nella comunità scientifica, né è inclusa nel DSM, il manuale diagnostico dei disturbi mentali più utilizzato dai medici, dagli psichiatri e dagli psicologi di tutto il mondo.

Meglio chiarire allora cosa sia una diagnosi e a cosa possa servire. La diagnosi descrive una serie di sintomi (soggettivi del paziente) e segnali (osservati dal medico) che caratterizzano un quadro clinico ben preciso. I sintomi nelle definizioni di tutte le diagnosi incluse nel DSM sono stati inseriti in base a ricerche e analisi statistiche. Ogni diagnosi del DSM è descritta in modo chiaro e conciso per essere facilmente applicata e condivisa tra i professionisti. Quindi quando si effettua una diagnosi è importante sottolineare 2 aspetti:

  1. la diagnosi descrive e non spiega un problema medico o psichico
  2. i sintomi che strutturano una diagnosi per identificare un disturbo mentale sono di natura probabilistica

Questi due punti sono molto importanti perché implicano che la diagnosi non spiega i processi attraverso i quali emerge il disagio psichico, e perché non sempre pazienti descritti con la stessa diagnosi presentano identici sintomi. Questo significa pure che i sintomi di una diagnosi possono essere manifesti nel quadro clinico di un’altra diagnosi, cioè possono essere presenti in differenti disturbi mentali.

Insomma, la diagnosi è un concetto che aiuta a dare una prima “lettura” del problema psicologico presentato da un paziente, ne illustra le caratteristiche comportamentali ed espressive di prima mano, dati che possono essere successsivamente elaborati sia dallo psicologo e che dallo psichiatra per costruire un’ipotesi di lavoro, , ma con le dovute precauzioni per i vincoli teorici e metodologici che il concetto di diagnosi contiene nella sua originale formulazione.

Ma ritorniamo alla Pas. Se andiamo a leggere i presunti sintomi che la qualificano (campagna di denigrazione, razionalizzazione debole dell’astiomancanza di ambivalenzafenomeno del pensatore indipendente, etc) è facile intuirne l’idea stereotipata di base del bambino cui rimanda l’elenco sintomatologico della sindrome. L’immagine è quella di un bambino “immaturo” e “passivo”, facilmente manipolabile. Badate bene che si tratta di uno stereotipo condiviso non solo da molti psicologi e neuropsichiatri infantili ma anche da genitori, insegnanti, servizi sociali, educatori.

Il bambino è debole, incapace di ragionare, disposto ad allearsi al genitore più forte, pronto ad essere una protesi transgenerazionale contro il genitore avversario da abbattere, insomma vittima o carnefice (in base con chi vi schierate) tra una coppia di genitori (e di nonni, di parenti, di vicinato… etc), i quali in definitiva si servono di questa carta vincente per travolgere l’avversario. Questo spiega l’uso indiscriminato del termine trauma. Avrete notato che il timore principale di ogni adulto conivolto è stato il rischio del “trauma” cui va incontro ogni bambino presente sulla scena mediatica.

Il trauma è un evento che non è “integrabile” nel sistema psichico di una persona (Janet). Ma questa è soltanto una definizione teorica, in pratica si possono verificare una serie di adattamenti le cui conseguenze non sono così scontate. Non a caso, i ricercatori di psicologia evolutiva parlano di resilienza a proposito della capacità del bambino (a livello istintivo, affettivo e cognitivo) di saper reagire ad episodi di sofferenza traumatica e ristrutturare in senso positivo il corso della propria vita. Sarebbe meglio allora non abusare di questo termine, operazione automatica che in realtà spesso rivela il disagio personale dell’adulto di non aver chiaro l’effettivo stato di benessere del bambino e le sue richieste emotive, molto spesse eluse da comportamenti evitanti o prescrittivi dei genitori (e chi ne fa le veci).

Ma come ci si poteva comportare nel caso del bambino trascinato via in quel modo? Intanto non con una diagnosi inattendibile che tratteggia una prospettiva lineare e riduzionistica del disagio mentale. Al contrario, una via praticabile consisteva nell’assumere un approccio sistemico, coinvolgendo i genitori (e i parenti) in una terapia di gruppo per mettere tutti i membri della famiglia (estesa) sullo stesso piano in quanto complementari in riferimento al mantenimento del sistema (che produce sofferenza e malgrado ciò viene conservato). Il rischio di una diagnosi o di una sentenza giuridica è quello di tracciare una punteggiatura arbitraria che demarchi arbitrariamente il ruolo dei singoli componenti, attribuendo catene di cause ed effetto che hanno più una ricaduta morale o psicopedagogica piuttosto che un azione esplicativa e integrativa.

Per concludere un’ultima osservazione: la notizia ha avuto un notevole risalto mediatico (potete trovare un’analisi interessante nel bel sito di psicologia psicologiaxtutti), grazie pure al video girato sul posto e che nella concitata ripresa suscita immediata indignazione. Anche io sono rimasto scioccato per come veniva trascinato via il ragazzino. Però vale una fondamentale regola di comportamento mentale: aspettate un po’, prima di trarne le conclusioni. Non ci sono mai abbastanza informazioni per afferrare tutti gli ingredienti che compongono la sequenza degli eventi. Importanti esperimenti di Kahneman, premio Nobel all’economia, mostrano scoraggianti indicazioni sulla razionalità in questo genere di condizioni.

Le persone quando sono convinte che le proprie conclusioni siano vere, tendono ad affidarsi ad indizi e argomentazioni che sembrano confermarle (Pas, il bambino indifeso e traumatizzato, gli agenti per definizione insensibili, una zia disperata e impotente per il presunto sorpruso), benché siano palesamente infondati. Troppo sicure delle proprie intuizioni, le persone tendono a riporre troppa fiducia in esse scartando quello sforzo cognitivo che consentirebbe una visione più scettica, aperta e responsabile verso “vittime” e “carnefici”. Insomma, è utile ricordarsi che se c’è qualcuno che trascina, c’è sempre qualcuno che trattiene.

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5 pensieri su “Diagnosi, trauma e bambini

  1. Pingback: A proposito del bambino trascinato via da scuola

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  4. La Sindrome da Alienazione Genitoriale (PAS) non è affatto stata esclusa dal DSM. Infatti vi è descritta nelle sue varie sfaccettature sotto le seguenti denominazioni: 1. Parent-child relational problem, 2. Child psychological abuse, 3. Child affected by parental relationship distress, 4. Fictitious disorder imposed on another, 5. Delusional symptoms in partner of individual with delusional disorder.
    Qui il comunicato del prof. Bernet:
    Link al comunicato

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    • Non è inclusa sino al DSM IV-tr. C’è stata la proposta di introdurla nel DSM V (come nel caso del gruppo del dr. Gardner segnalato da te), la nuova edizione uscita nel mese di maggio 2013 (che sembra aver sollevato innumerevoli critiche). Non mi risulta comunque che la proposta sia stata accettata.
      Chiaramente può essere “ravvisata” nelle “sfaccettature” elencate dal Gardner, sebbene insomma mi pare più una intepretazione forensse che clinica. Ma, in effetti, so più di psicologia clinica che da tribunali.

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