La coscienza ideologica

Nello scorso luglio alcuni scienziati hanno sottoscritto un documento, chiamato La Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza (qui trovate il pdf) dove si dichiara esplicitamente che “gli animali non-umani hanno substrati neuroanatomici, neurochimici e neurofisiologici degli stati di coscienza insieme alla capacità di esibire comportamenti intenzionali“. Ne avevo dato notizia in un articolo in cui esprimevo una cauta accoglienza per questo evento. Voglio aggiungere alcune considerazioni dopo aver letto su Il Fatto Quotidiano un articolo (di pessima fattura) che dà alla Dichiarazione un’interpretazione decisamente orientata ad un uso ideologico in favore degli animali, in cui “si definisce la posizione di chi ritiene che vada accresciuta la tutela giuridica ed etica nei confronti delle specie animali differenti dall’uomo” (definizione tratta da wikipedia).

Perché una Dichiarazione? Come mai non è stato scritto un articolo scientifico (anche di meta-analisi) in cui elencare le prove sperimentali per le asserzioni contenute nella dichiarazione sulla presunta contiguità tra coscienza animale e umana? Perché le argomentazioni sono esposte sul filo di una vaghezza e ambivalenza che lascia spazio ad interpretazioni (sebbene di poco spessore) come quelle del giornale italiano? Perché affidarsi ai concetti di omologia e analogia presi in prestito dagli studi sull’evoluzione delle specie per speculare sulla coscienza tra le specie? E soprattutto, perché non fornire una chiara ed esplicita definizione di coscienza? Mi sembra che questa dichiarazione retorica abbia avuto una latente intenzione politica per sostenere la campagna ideologica animalista. Un fatto è certo: da un punto di vista scientifico nessuna ricerca rigorosa ed empiricamente valida ha dato conferma sperimentale del contenuto della dichiarazione.

Inoltre, gli scienziati tirano fuori il termine “qualia” col quale ci si riferisce al lato soggettivo e personale della coscienza umana. Ma è già complicato poter simulare un confronto dei qualia tra gli uomini (io e te lettore, abbiamo gli stessi qualia? cioè percezioni coscienti equivalenti di uno stesso stimolo?). Figuriamoci un tale confronto tra uomini e animali! Situazione resa più confusa dalla nostra visione autereferenziale e antropocentrica del mondo, che ci porta ad attribuire agli animali uno stato mentale o un’entità cosciente grazie alla nostra innata tendenza empatica ed intenzionale di creare perennemente una relazione, una sintonizzazione o affinità con l’altro. E sappiamo bene quante implicazioni morali e politicamente corrette contenga questo processo psicologico.

Non si tratta di difendere una posizione solipsistica e privilegiata per dare il via alle sperimentazioni di laboratorio sugli animali. Non siamo degli esseri privilegiati, perché dopotutto nasciamo in uno stato minimo di coscienza non paragonabile a quello che sviluppiamo nell’età adulta. Siamo indifesi, deboli, incapaci di provvedere a noi stessi. Ma il ruolo svolto dalla cultura nella trasmissione sociale, familiare ed educativa trasforma la coscienza da una versione prototipica ad una versione specializzata ad apprendere, a connettersi con la memoria e sviluppare un senso del tempo, a produrre artefatti culturali che estendono le capacità umane, a prevedere e risolvere problemi, a narrare e fondare un’autobiografia di se stessi.

Un altro punto importante consiste nel fatto che il riconoscimento dei diritti dell’animale implica una serie di leggi che lo proteggano dagli abusi e dai maltrattamenti (sperimentazioni inaccettabili, abbandoni indecenti, etc). Ma questa applicazione pone il problema se essi abbiano quei prerequisiti cognitivi, intenzionali ed empatici che permettano loro di esercitare tali diritti (e doveri). Chiedo: che tipo di status etico/legale viene evocato a difesa dei diritti degli animali? Forse qualcosa di simile ai bambini piccoli e ai pazienti in stato minimo di coscienza. C’è in questo caso specifico tuttavia un’importante differenza: ci occupiamo di questi ultimi perché si collocano nello stesso gioco relazionale, psicologico e culturale da cui emerge il valore della complessa qualità della autocoscienza umana. Questo fattore fa scattare un interruttore psicologico e morale che ci porta ad invocare persino negli animali un riconoscimento e un legame simile a quello manifestato tra gli uomini e che gli animali stessi in definitiva non si sognano di corrispondere.

Infine, la presenza o assenza dei processi di coscienza superiore (tra cui la riflessione sulla coscienza e l’attribuzione di una mente nell’altro, basi di partenza dello sviluppo della cultura, della tecnologia e di ogni forma di sapere) è determinante nel demarcare la qualità di un’emozione sentita dall’uomo rispetto a quella manifestata dall’animale. Questo per rivelarvi i dubbi che emergono quando si paragona la sofferenza dell’animale a quella dell’uomo. Per ribadire insomma che la capacità autoriflessiva, simbolica, narrativa dell’uomo permette di costruire un mondo in cui gli animali non sono più soltanto dei nostri predatori o viceversa alla mercè dei nostri bisogni, ma organismi riconosciuti, studiati e (si auspica) rispettati in varia misura nelle diverse culture.

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