Prima di spiccare il volo

Salto o non salto? Chissà se ci sia pure questo dubbio amletico nella testa di chi stia per spiccare un salto dall’ultimo piano di un palazzo. Proprio in questo “intervallo” mentale possono intervenire i detective addestrati di una squadra speciale, the jumper squad, la squadra dei saltatori, cui è dedicato un affascinante articolo sul NYT.

“Dimmi come ti chiami”. Chiede il detective Nell, tastando nell’arsenale psicologico ed emotivo della persona sull’orlo del davanzale, come ha imparato durante il training di formazione. “Parlami”. “Pensa alla tua famiglia”. Qualche volta fanno di tutto per far parlare l’uomo. Non ha importanza l’argomento. Stanno cercando un’apertura. Un momento di incertezza. “Quando vedi quell’attimo, afferma un agente speciale, noti un cambiamento nell’espressione facciale, nella postura del corpo e pensi: “oh, l’ho preso, per ora non va da nessuna parte! Come quando il pugile da quel pugno che fa vacillare l’avversario e capisce quindi dove puntare”

Ogni anno, il Dipartimento di Polizia di New York riceve centinaia di chiamate per i cosidetti saltatori, chiamate per persone che minacciano di gettarsi dai ponti o dai tetti (519 nel 2011) e l’Unità di Servizio per le Emergenze è costituita da circa 300 agenti che fanno parte di una squadra speciale preparata per il salavataggio di chi tenta il suicidio, una delicata arte per salvare le persone da se stesse. Sanno cosa dire e, soprattuto, cosa non dire. L’obiettivo è di creare un rapporto con la persona e puntare su quella corda emotiva che possa trattenerla dallo spiccare il volo verso il vuoto. Il dialogo può durare anche molte ore. Ma non sempre le cose vanno per il verso giusto:

In un giorno freddo dello scorso inverno, il detective Taylor stava parlando ad un paziente psichiatrico che era schiacciato alla finestra del bagno di un settimo piano al Bellevue Hospital Center […] L’uomo rivelò di aver ucciso qualcuno alcuni anni prima e non riusciva più a continuare a vivere con questo senso di colpa. “Ok, tutti compiamo degli errori, il detective gli disse, “questo non significa che devi porre fine alla tua vita. Siamo esseri umani. Nessuno di noi è perfetto”. E alla richiesta del paziente: “perché non mi spingi giù, perché non mi aiuti a farla finita?”, il detective rispose: “non è il motivo per cui sono qui”. Per tre ore il detective Taylor con la testa fuori la finistra di un settimo piano parlò, guadagnò tempo, mentre altri agenti intagliavano la finestra per creare un’apertura larga abbastanza da poter afferrare l’uomo. Il detective sentiva che l’uomo era pronto per tornare dentro. Era impaurito, infreddolito e tremante. Chiese una coperta, ricorda il detective. “Sono stanco”, disse e “tese le braccia verso di me ma non potevo raggiungerlo. A quel punto è entrato nel panico e con una specie di lamento ha detto ‘ok’ e si è buttato”

Può succedere che una persona decida di togliersi la vita nel punto della città, se perdonate il cinico umoriso, poco adatto. Ad esempio dal ponte di Brooklyn. In quel caso, la prassi abituale della polizia è il blocco del traffico nelle due direzioni sia in strada che nelle passerelle per chi va in bici o a piedi, condizione che scatena le più disparate reazioni tra gli automobilisti, i cilicsti o i pedoni. Allora è possibile udire impietose esclamazioni, come dal finestrino di un taxi: “salta e facciamola finita che ho un appuntamento!”, seguiti da una sequela di imprecazioni. Oppure: “vorrà una deliziosa pesca da mangiare come ultimo pasto!”, dice a voce alta un pedone… Clacson assordanti, applausi, uomini d’affari che chiamano al cellulare perché in ritardo per il loro appuntamento…

Nelle emergenze per salvare chi intende buttarsi da un edificio, le reazioni mutano di quartiere in quartiere. Nel centro di Manhattan o in un distretto finanziario, per esempio, è più probabile sentire ‘salta!’, nelle aree residenziali come Brooklyn o Harlem, dove il jumper potrebbe vivere, i residenti procureranno tutte le informazioni possibili agli agenti, spesso applaudendo e rallegrandosi per il successo di un salvataggio

Se tutto va bene, la persona che viene distolta da un tentativo di suicidio viene accompagnata in un’ambulanza e poi trasportata in ospedale dove sarà assegnata ad un assistente sociale e ad un terapeuta. L’Unità di Servizio per le Emergenze è la squadra tra le più ambite nel dipartimento di polizia. Gli agenti prima devono aver svolto 5 anni di esperienza in pattuglia per potersi poi candidare. Dovranno superare un colloquio orale, essere adatti fisicamente e devono saper nuotare. La preparazione prevede un training di almeno sei mesi. Inoltre devono saper spegnere un incendio, essere in grado di estrarre una vittima da una macchina coinvolta in un incidente stradale, devono esssere capaci di salvare una persona caduta in acque agitate e essere abili ad annodare corde nei ponti e nelle strutture degli edifici.

Un compito incredibile, con evidenti effetti collaterali. La possibilità di fallire nel salvataggio, di non riuscire a persuadere il suicida e a portarsi a casa il senso di colpa che “brucia il cervello” (burnout) è statisticamente alta.

Il tuo cervello può stancarsi. Può capitare un giorno freddo e piovoso. Potrebbe fare caldissimo. Potrebbe essere un ragazzo che non parla affatto. E’ solo seduto in silenzio e tu chiedi e parli senza sosta e senza risposta. Non pronuncia una parola. Magari nonparla la tua lingua. Per ore. Mentre alle volte il saltatore chiede di far venire una persona in particolare, probabilmente quella con cui ha avuto un conflitto, affinché assista al salto. Così è meglio ricordarsi di non concedere mai questa opportunità.

C’è infine chi, bloccato dal tentativo suicida, non accetta di essere stato messo in salvo. E magari dichiara che la prossima volta ci proverà in un modo più efficace. Forse sono affermazioni che, nonostante la rabbia e il rifiuto che contengono, si aggrappano disperatamente a chi è venuto per aiutarle. Perché il suicidio contiene molta solitudine ed isolamento. Una sfida concentrata in uno scenario ai limiti estremi: un cornicione, il bordo di un ponte, la sommità di un monumento. In poco tempo l’agente dovrà trovare uno spiraglio nella fitto enigma psicologico che avvolge quell’individuo. Una storia difficilissima in cui io ho un profondo rispetto per le ragioni di entrambi i protagonisti.

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