Il disturbo psichico

Chiunque di noi ha sperimentato un disagio psicologico che ha messo in discussione le proprie sicurezze, la propria immagine, i rapporti interpersonali. In prima persona o tramite il caso di un conoscente sappiamo delle complicate sfumature di uno stress psicologico. Eppure definire che cosa sia un disturbo psichico non è così semplice. Potremmo affermare che si tratti di qualcosa che non funziona bene a livello mentale, che coinvolge sensazioni, emozioni, pensieri, credenze che prima non arrecavano alcun disturbo. Tuttavia, la sofferenza psichica in confronto ad un dolore fisico è sfuggente, non è facilmente comunicabile, rende difficile la realizzazione di un progetto e spesso allontana le persone.

Una persona che presenta un disturbo psichico è trattata come un individuo che mette a disagio. Il fatto è che, al contrario di un evidente problema fisico, il disturbo psichico è come se nascondesse un retroscena incomprensibile. Volgio dire: la gente guarda una gamba ingessata in modo diverso rispetto ad una persona che soffre di depressione, e si chiede cosa ci sia dietro. Un osso rotto è ben documentabile da una banale lastra ai raggi-x, l’umore trasmesso da comportamenti o da spiegazioni non sempre convincenti,  è meno chiaro e concreto. Questo approccio verso la salute in generale della persona è di tipo “organocentrico” (in cui si da più credito ad una causa fisica che psichica della malattia) e lo troviamo in ogni ambito della vita quotidiana.

L’invenzione del concetto di malattia mentale durante l’Ottocento con la prima psichiatria dinamica ebbe un ruolo fondamentale nel comprendere azioni e credenze di persone che venivano giudicate anormali in modo errato e superstizioso, con la conseguenza di gravi e spesso cruenti sanzioni sociali. La psicologia clinica utilizzando le ricerche sul comportamento, sulle funzioni mentali in relazione alle dinamiche inconsce, cercando di interpretare i sogni o i lapsus, tentando di dare una forma narrativa ai crash psichici, diede avvio ad una nuova consapevolezza con le varie diagnosi di disturbo psichico nei confronti di tutti quei casi umani trattati sino ad allora in modo subumano o oltreumano (si pensi ad esempio ai processi contro le streghe).

Il  DSM, il manuale diagnostico dei disturbi mentali creato dall’Associazione Psichiatrica Americana (APA), utilizzato come una bibbia dai professionisti della salute mentale, è un progetto nato dopo la Seconda Guerra Mondiale allo scopo di definire una volta per tutte le varie categorie di disturbo psichico. Ma non tutto è andato liscio: molti si interrogano sul valore scientifico della diagnosi psicopatologica connessa al disagio psicologico. Gli stessi studiosi del settore non sono d’accordo sulla validità e persino sull’utilità della diagnosi. Non a caso, il DSM ha un carattere descrittivo piuttosto che esplicativo della categoria psicopatologica. Non fornisce spiegazioni ma descrizioni probabilistiche di disturbi: ad esempio, se si manifestano alcuni sintomi per un certo periodo, escluse condizioni fisiche generali, probabilmente si tratta del disturbo psichico x. Da un certo punto di vista, un approccio pilatesco.

Molti tra l’altro sottolineano che il concetto di disturbo mentale non sia basato scientificamente, ma riflette il contesto socio-culturale della nicchia ecologica. Insomma, ciò che è un disturbo oggi potrebbe non esserlo fra qualche anno. Potete trovare un interessante riflessione nell’articolo di Thomas Morton ad esempio sulla storia dell’omosessualità quando non venne più considerata un disturbo della personalità  in una revisione del DSM. Nonostante gli sforzi oggettivi, statistici, metodologici e descrittivi, la malattia mentale diagnosticata non sarebbe altro che un’etichetta imposta dalla società per controllare i “non allineati” e definire per convenzione cosa sia “sano” e cosa sia “insano“.

Eppure, questi cambiamenti, le rivoluzioni categoriali del DSM o i nuovi approcci al disturbo psichico, non dovrebbero scandalizzarci. Le varie revisioni del DSM (siamo arrivati alla Quarta versione rivista e nel maggio del 2013 verrà pubblicata la Quinta versione) dimostrano che la teoria psicologica non sia mai la stessa, cambia e viene messa in discussione grazie alle ricerche (e ai cambiamenti culturali) come avviene nelle altre discipline scientifiche.

Ma perché il disturbo mentale fa così paura? Ormai è accertato che uno psicotico è meno violento di quanto si immagini. Persino i comportamenti suicidari non sono direttamente determinati da disturbi psichici cronici. Eppure l’applicazione di questa etichetta ha delle evidenti conseguenze negative su chi la riceve. Un esempio emblematico è l’esperimento compiuto da David Rosenhan negli anni Settanta quando fece in modo di introdurre otto suoi collaboratori in alcuni ospedali psichiatrici americani come pseudopazienti (nella accettazione dichiararono di “sentire delle voci“). Lo scopo era quello di testare se fossero stati scoperti e, in caso negativo, come sarebbero stati trattati. Sorprendentemente non solo furono ricoverati, ma furono trattenuti e trattati da malati nonostante avessero dichiarato di non avere più alcun sintomo.

L’ospedalizzazione psichiatrica fu vissuta in modo quasi drammatico dai collaboratori di Rosenhan, percependo un’impotenza psicologica e una schiacciante spersonalizzazione nel rapporto quasi assente con tutto l’ambiente e il personale ospedaliero. “Il paziente è privato di molti diritti legali, non gode di credibilità, la sua libertà di movimento è vincolata da pesanti limiti, non può comunicare direttamente con lo staff medico ma deve attendere una loro iniziativa. La privacy è minima, la sua camera e i suo effetti personali possono essere ispezionati in qualsiasi momento per qualsiasi ragione a lui sconosciuta e la sua storia personale descritta nella cartella clinica può essere letta da chiunque desideri anche se non ha oggettivamente nessun rapporto terapeutico con lui. I gabinetti possono non avere porte e i suoi bisogni fisici vengono spesso controllati. A volte la spersonalizzazione raggiungeva un limite tale che gli pseudopazienti avevano la sensazione di essere invisibili, o per lo meno non degni di attenzione” (da La realtà inventata di Paul Watzlawick).

Oggi è molto forte la tentazione di attribuire una componente neurobiologica al disturbo psichico con l’aiuto degli strumenti di neuroimaging, quasi a volere rivelare una volta per tutte le ragioni remote di un comportamento altrimenti inspiegabile. Tentativo ambizioso oltre che ingenuo, ma con seri effetti collaterali.  Infatti, le tecnologie avanzate di visualizzazione del cervello contribuiscono a guidare in modo stereotipato i giudizi sociali sul comportamento di una persona. Alcuni ricercatori hanno chiesto ai partecipanti in un loro esperimento di giudicare l’operato di una persona che in vari contesti aveva commesso atti violenti. Al primo gruppo venivano date informazioni sulla dolorosa storia personale dell’individuo (traumi infantili per abusi o maltrattamenti), al secondo gruppo venivano fornite informazioni su problematiche di natura biologica o neurologica.

I risultati furono incredibili: la caratteristica biologica, anche se debolmente associata con il comportamento aggressivo, “giustificava” il protagonista del crimine più di quanto accadesse con la causa psicologica. Il comportamento violento del protagonista nella versione neurologica veniva considerato “automatico” e non “volontario”, insomma non precisamente connesso con il vero carattere della persona. Invece, i traumi dovuti agli abusi ricevuti da piccoli non erano sufficienti per attirare le simpatie dei partecipanti verso il protagonista, reso responsabile da un comportamento ritenuto intenzionale.

Ecco, il disturbo psicologico è una questione che mette in discussione il modo con cui concepiamo l’esistenza di una persona. Da quanto esposto sopra, potremmo sostenere che in genere automaticamente l’uomo lo dividiamo in due parti: una fisica, oggi rappresentata principalmente dal cervello, e una psichica che è ricondotta al mondo dei fenomenti mentali. Un dualismo che non smette mai di emergere, vecchissimo nel dibattito filosofico e in un modo o nell’altro utile per sostenere ideologie di parte che trascurano infine l’intima interconnessione tra i due aspetti.

In psicoterapia c’è la possibilità di rimettere i pezzi a posto con il dialogo, per poter ricostruire e raccontare ciò che sembra confuso ed invisibile nel disagio psicologico di una depressione, di un disturbo alimentare, di una dipendenza, di un attacco di panico o di un’ossessione. Ne vale la pena.

(L’immagine d’apertura, un moderno Sisifo, proviene dal bel sito di )

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4 pensieri su “Il disturbo psichico

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