Strani appetiti

Ci sono dei musei che espongono oggetti particolari. La peculiarità consiste non tanto nella loro originalità quanto per il fatto che sono stati rimossi chirurgicamente dall’interno del corpo di alcuni pazienti. Vi chiederete come ci siano finiti dentro. Semplice: sono stati ingoiati.

Una delle più famose raccolte di oggetti ingeriti e rimossi si trova al Mütter Museum del College of Physicians di Philadelphia negli Stati Uniti. Già nel 1939 fu organizzata una mostra al Royal College of Surgeons of England dedicata ai corpi estranei, etichetta che fu utilizzata per indicare oggetti che hanno un’origine esterna e sono presenti dentro il corpo. Il chirurgo Ian Fraser ha scritto che le collezioni dei corpi estranei non sono una bizzarria ma fanno parte della “storia del corpo umano”.

L’interesse per questi oggetti e per l’aspetto medico relativo risale già nel Diciottesimo secolo, aumenta rapidamente fino 1880 e raggiunge un altro picco agli inizi del Novecento. Spesso gli articoli in questione riguardano le tecniche chirurgiche effettuate per la rimozione. L’invenzione della radiografia poi consente di localizzarli con precisione e intorno al 1900 nel Regno Unito vengono effettuati i primi raggi x di un giocattolo incastrato nell’esofago di un bambino. Alcuni dottori a quell’epoca ritenevano che i raggi-X fossero utili per smascherare quei soldati che si davano malati (una specie di finto autolesionismo per non andare in guerra).

Gli oggetti estranei ingoiati suscitavano interesse da un punto di vista sia fisiologico che anatomico. Mettevano in luce parti di organi interni poco note. Non solo, consentivano di capire come il corpo umano reagisse all’immissione di corpi estranei e quindi come funzionassero certi meccansimi interni. Fraser ad esempio scoprì che alcuni oggetti ingollati raddoppiavano le dimensioni originali. Ne derivava un’indicazione ben precisa per i chirurghi: gli oggetti che avrebbero trovato non sarebbero stati gli stessi di come erano prima.

Nello stesso periodo si cercò di capire il motivo per cui i pazienti inghiottissero oggetti esterni. Nel pieno fiorire della psicoanalisi, il fenomeno fu frequentemente associato all’isteria, una nevrosi attribuita pregiudizialmente alle donne che veniva ricondotta ad un intimo bisogno di attenzione perseguito in modo manipolativo e ingannevole. Gli oftalmologi George Gould e Walter Pyle addirittura coniarono il termine “ragazze uncinetto” (“needle girls”) per raggruppare in un’unica categoria quegli articoli che illustravano “un tipo particolare di automutilazione che spesso si vede nelle persone isteriche che feriscono la loro pelle con uncinetti o spille“.

Così negli scritti di chirurgia gli oggetti estranei furono oggetto di interesse psicologico. Ci si chiedeva se i pazienti li ingerissero per provocare sdegno, per suscitare l’interesse dei loro dottori, oppure se fosse un problema psichico di persone mentalmente instabili. C’è un caso che sembra esemplare per questo nuovo approccio psicologico.

La paziente Beatrice era stata ricoverata più volte tra il 1898 e il 1909 al Royal London Hospital per la rimozione di forcine all’interno della sua vescica. Se nella cartella della prima ammissione era stata diagnosticata “matta come il cappellaio matto”, nelle ultime cartelle questa constatazione cambiò tono. Si legge che Beatrice non presenta altri sintomi di insanità all’infuori di questa “abitudine“. Lei stessa ha dichiarato al chirurgo che “se in passato aveva avuto l’impulso di gettarsi da una finestra, in quegli anni era sparito per il gusto di inserire forcine senza pericolo nella vescica “.

Una conclusione che sconcertò i dottori dell’epoca: inserire o ingerire oggetti dentro il corpo alla prova dei fatti sembrava essere meno pericoloso rispetto ai tentavi di suicidio! Negli anni successivi, gli articoli delle riviste specializzate discussero le varie ipotesi psicologiche che spaziavano dall’isteria al delirio dei malati immaginari.

Questo strano appetito è un argomento davvero singolare che ha stimolato numerose speculazioni sul rapporto tra il corpo e gli oggetti esterni. Come abbiamo visto, non soltanto per motivi chirurgici ma anche per capire come reagisse l’organismo e viceversa come mutassero per l’azione metabolica del corpo stesso. Ma perché alcune persone inghiottono o inseriscono intenzionalmente nel proprio corpo oggetti estranei? Forse possiamo ricondure questo  comportamento agli atti autolesionisti che ho trattatto in un articolo sui cutter adolescenziali. Gli oggetti esterni, artificiali, potrebbero permettere una continuità tra il mondo esterno e quello interno in termini magici. Da un punto di vista cognitivistico si tratterebbe di un bug nella elaborazione dell’informazione.

Ma la faccenda solleva anche un altro discorso che riguarda i confini tra il corpo umano e il mondo artificiale. In questi anni assistiamo ad incredibili progressi nella chirurgia degli impianti di tecnologia avanzata che consentono prestazioni neuromotorie impressionanti. Basta dare un’occhiata al sito ispirato alle idee di  Kurzweil per farsi un’idea delle meraviglie bioinformatiche. Questi oggetti ingoiati, rimossi chirurgicamente, collezionati nei dipartimenti ospedalieri ed esibiti nei musei, in un certo senso sembrano indicarci quanto sia complicato ed imprevedibile il confine tra il corpo e la macchina.

(Gli oggetti nella figura iniziale sono stati rimossi tutti dallo stomaco di una ragazza di 25 anni, ricoverata nel 1915)

ResearchBlogging.orgSarah Chaney (2012). Curious appetites: surgery and the foreign body The Lancet, 380 (9847), 1050-1051 DOI: 10.1016/S0140-6736(12)61589-X

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