Breve storia della psicoterapia (seconda parte)

La psicoanalisi propose un sistema teorico e una prassi clinica che influenzò per decenni la storia successiva della psicologia clinica. Freud ribadì ripetutamente nei suoi scritti che dietro il nostro comportamento e la nostra coscienza c’è un mondo nascosto, latente, rimosso, che sin dai primi anni della nostra vita, nel rapporto con i genitori, determina tutto lo sviluppo psicologico e la nostra identità. Nelle sue opere si occupò di psichiatria, di scienza, di metodologia e di clinica, di nevrosi e di psicosi, di antropologia, di società, di letteratura, di pittura, di storia  e di musica. Fu un geniale saggista e lo apprezzo soprattutto per le sue improvvise intuizioni, per le sue avvincenti spiegazioni “narrative”, per i produttivi errori.

Al paradigma freudiano che spalancò la porta ai processi inconsci, allo studio dei sogni, alla natura nascosta del mondo interno non più in termini soltanto biologici, il comportamentismo contrappose un potente programma di ricerca nel quale lo studio era rivolto alle relazioni tra comportamento e stimoli ambientali. Un preciso progetto di ricerca che escludeva qualsiasi riferimento a proprietà psichiche, impossibili da misurare e verificare. Il comportamento (behavior) divenne l’unità di analisi della psicologia scientifica. Watson, fondatore del comportamentismo, scrisse:

La psicologia, così come la concepisce il comportamentista, non è altro che una branca sperimentale puramente oggettiva delle scienze naturali. Il suo obiettivo teorico è la previsione e il controllo del comportamento.

Il condizionamento operante di Skinner fu probabilmente il protocollo applicativo e teorico che ha influenzato di più la clinica comportamentale. La risposta emessa dal soggetto poteva essere manipolata affinché si ripresentasse o scomprisse tramite un rinforzo (positivo o negativo). Negli esperimenti di laboratorio, il topo (o il piccione) abbassando una leva riceveva un premio alimentare, se abbasava un altra leva riceveva una scossa elettrica. Variando le condizioni sperimentali, lo sperimentatore poteva “modellare” il comportamento condizionato per scopi spcifici promuovendo una sequenza comportamentale ed estinguendone una indesiderata. Da un punto di vista comportamentale, quindi, la conoscenza è una rete di associazioni tra stimolo e risposta e tali connessioni possono essere indagate, riprodotte, previste oggettivamente e cambiate.

Dal mio punto di vista, il comportamentismo si riallaccia agli ambiziosi progetti dei primi psicologi che vollero dare un’immagine scientifica alla psicologia sin dalla fondazione dei primi laboratori scientifici (ne ho parlato qui). Sono tre le conseguenze da sottolineare:

  1. L’impatto che ebbe il modello comportamentista sul sistema educativo dell’epoca, concretizzatosi nell’istruzione programmata in blocchi da superare per tappe successive e controllata da verifiche periodiche.
  2. Da una prospettiva clinica, gettò le basi per un sistematico trattamento del disturbo autistico sintetizzato dalla Analisi Applicata del Comportamento (ABA) (un modello riabilitativo disponibile a verifiche empiriche e che mostra di raggiungere significativi esiti di miglioramento nella condizione autistica).
  3. Sfociò in un efficace protocollo clinico per la desensibilizzazione sistematica nel trattamento dei disturbi d’ansia, delle fobie e della depressione (si basa in sostanza in un decondizionamento delle negative associazioni emotive tra stimoli e risposte comportamentali di specifici oggetti, ambienti, eventi).

Ma negli anni Sessanta i dominanti paradigmi di quell’epoca – psicoanalisi e comportamentismo – entravano in crisi perché si facevano strada innovativi progetti di ricerca e originali sviluppi teorici. I concetti nuovi che stavano emergendo derivavano dalla teoria dell’elaborazione dell’informazione e dalla cibernetica (fondata da Nobert Wiener). Sono teorie che propongono concetti già presenti nelle conferenze di Macy che elaborano una nuova visione paradigmatica:

  • mettono in discussione il banale modello comportamentale S-R con l’introduzione di una O tra stimolo e risposta che sta ad indicare l’organismo cioè i processi mentali;
  • evidenziano l’importanza della relazione tra individuo e ambiente (e non l’uomo fuori dalla nicchia ambientale e sociale);
  • pongono l’accento sull’interscambio uomo/ambiente non più in termini energetici (di stampo biologico) ma di informazione.

Sono le basi che conducono alla rivoluzione cognitivistica, agli sviluppi della teoria sistemico relazionale, ai modelli costruttivisti ed ermeneutici della mente umana. Vengono riprese insomma le indagini sulle proprietà interne dell’individuo, banditi dalla metodologia comportamentale, dando risalto all’importanza della relazione, dell’ambiente, della sotria personale, delle differenze individuali. Ma ciò che più colpisce è la frantumazione dei paradigmi precedenti e l’avvio in quegli anni della proliferazione dei modelli teorici e delle tecniche psicoterapeutiche. La moltiplicazione e la conflittualità delle scuole di psicoterapia, chiuse in se stesse e restie ad affrontare un  dibattito aperto che ponga le basi per una integrazione standard del lavoro terapeutico. A tutt’oggi alimenta la confusione e la diffidenza tra i non addetti ai lavori.

(continua)

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6 pensieri su “Breve storia della psicoterapia (seconda parte)

  1. Pingback: Breve storia della psicoterapia

  2. Il crollo del comportamentismo avviene sulla spinta data dalla recensione di Chomsky a “Verbal Behavior” di Skinner.
    Con Verbal Behavior Skinner cerca di fare il grande salto generalizzando i suoi principi dal laboratorio alla vita reale (o dai piccioni all’uomo). Tenta il grande salto ma si fracella al suolo perche’ il comportamentismo di allora era troppo rozzo per spiegare comportamenti umani complessi. Skinner in pratica con Verbal Behavior prima e “Beyond freedom and dignity” poi quasi annienta il comportamentismo e apre la strada al cognitivismo che e’ niente di piu’ di una collezione sterminata di metafore mentalistiche tenute insieme da un metodo scientifico soft. Finalmente Skinner e fuori dalla scena e i comportamentisti si stanno liberando della loro soggezione verso di lui e presto dimostreranno la necessita’ del comportamentismo, unica vera psicologia.

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    • Grazie intanto per il tuo contributo, utilissimo a integrare informazioni storiche che per esigenze editoriali ho dovuto tralasciare.

      Verbal Behavior di Skinner è del 1957 e fu recensito da Chomsky sulla rivista Language. Senza dubbio Chomsky rappresenta il maggior linguista del Novecento ma proviene da una formazione teorica e sperimentale che gli permette di criticare seriamente e invalidare la concezione skinneriana del linguaggio.

      Ciò premesso non penso che sia stato soltanto Chomsky a ridimensionare l’egemonia comportamentistica. Nè tanto meno penso che il comportamentismo avesse bisogno di “depurarsi” dalle teorizzazioni di Skinner. Guthrie, Hull, Tolman insieme ad altri psicologi del comportamento hanno svolto un proficuo lavoro di indagine e sperimentazione nel campo della psicologia. Oltretutto, faccio notare che accanto ad un comportamenstismo radicale, che escludeva lo studio della coscienza, vi fosse un comportamentismo meno rigido, che non escludeva l’esistenza di un comportamento “intenzionale” (rimvio a Mc Dougall, Men or Robots?, 1922).

      Non sono d’accordo con la tesi che il lavoro di Skinner abbia segnato la fine del comportamentismo e l’inizio del cognitivismo. Mi sembra una ipotesi piuttosto discutibile. In ambito psicopatologico infatti, la “teoria del comportamento” (Wolpe, Eysenck e lo stesso Skinner) negli anni Sessanta e Settanta otteneva dei significativi successi terapeutici, senza essere in grado tuttavia di spiegare come riuscisse, se ci si basava sulle teorie comportamentali. L’approccio cognitivista riusciva a fornire il contributo teorico e clinico per ristrutturare teoricamente e clinicamente la prassi comportamentale.

      Se il comportamentismo sia “unica e vera psicologia“, ho i miei dubbi. Non so se sia il caso di ridurre lo studio della mente e del comportamento secondo una specifica metodologia empirica escludendo tutti gli altri domini di conoscenza del comportamento, della mente, delle emozioni. La stessa storia del comportamentismo contraddice la tua esortazione. L’intera psicopatologia (e psicoterapia) esorta il contrario.

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  3. Cognitivismo, psicoanalisi o anche la psicologia dell’uomo comune hanno tutte lo stesso problema, sono psicologie mentalistiche, cioe’ presuppongono quello che dovrebbero spiegare, la razionalita’ dell’attore. Si tratta di belle, a volte illuminanti o utili, metafore per comprendere l’azione umana. Passaggio storico necessario della psicolgia ma assolutamente insoddisfacente per chi e’ alla ricerca di una scienza psicologica. L’uso della statistica, del confronto fra campioni di soggetti ne sono la prova quanto lo sono le frequenti dichiarazioni di alterita’ della psicologia dalla scienza. In fondo questi umanisti si trovano d’accordo con chi aspira ad una psicologia scientifica con la differenza che i primi hanno gettato la spugna.

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    • Luca, il discorso sulla psicologia che si “comporti” da scienza lo ritrovi alle origini della fondazione dei primi laboratori di psicologia. Non sei solo, insomma. Non per dirti che non si faccia piú scienza psicologica: ci sono metodologie, epistemologie, paradigmi e ricercatori che fanno ricerca in ambito psicologico in modo serio e competente ogni giorno (li conosco, ci parlo, ci scambiamo articoli, ipotesi, passione, ironia).

      La complicazione principale emerge candidamente quando la psicologia trova la sua “tecnologia” nella applicazione psicoterapeutica.

      Ora, se le scienze dure (matematica, fisica, biologia) hanno avuto sempre a che fare con fatti concreti, gli psicologi devono lavorare con fatti mentali. Se le scienze naturali hanno studiano oggetti privi di linguaggio e di coscienza, di storia e di senso, la psicologia ha sempre avuto a che fare con questo “rumore” di fondo.

      Per quanto riguarda la psicologia umanistica ne parleró nella terza parte della mia Breve storia.

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  4. Si’, penso che siamo d’accordo, io, te e Skinner. Quando la psicologia parla di mente (o introduce ogni altro termine mentalistico) non e’ piu’ scienza ‘dura’.
    Io non ho niente contro la psicologia soft, affascinante.
    Ma considerare di principio che non vi possa essere una scienza del comportamento umano, beh questa e’ una posizione mistica e non va spacciata per scienza, ne’ hard, ne’ soft.

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