Un pezzo di stoffa

Sherry Turkle, una psicologa che lavora al MIT, di recente ha dato la sua risposta ad una domanda che Edge pone ogni anno a scienziati, ricercatori, intellettuali di tutto il mondo: “quale è, secondo te, la teoria più elegante, profonda e bella?”. Ecco alcuni passaggi della sua intrigante risposta con brevi miei commenti.

Che cosa intende una persona quando ci parla del loro “mondo interiore”? In che modo queste “interiorizzazioni” ci causano crescita e cambiamento?

Una premessa indiscutibilmente spiazzante: abbiamo un’irresistibile necessità di parlare (e ascoltare) di fatti invisibili che concernono il proprio mondo privato, lo stato d’animo, il nostro rapporto col tempo (i ricordi, le aspettative), i sentimenti nascosti dietro le reazioni emotive esteriori.

Donald Winnicott chiama transizionali gli oggetti dell’infanzia – parte di un peluche, un pezzo di coperta, il cuscino preferito – che il bambino sente come parte di se stesso e della realtà esterna. Winnicott scrive che questi oggetti sono intermediari tra il senso di connessione con il corpo della madre e il riconoscimento del fatto di esserne separato.

Donald Winnicott fu un pediatra e psicoanalista inglese, famoso soprattutto per aver proposto l’ipotesi dell’oggetto transizionale, un’ipotesi sulla funzione che un pezzo di stoffa o un lembo di peluche possono assumere nell’aiutare il bambino a transitare da una confusa fusione con la madre all’indipendenza psicologica.

Gli oggetti transizionali dell’asilo nido sono destinati ad essere abbandonati. Tuttavia lasciano tracce che sono destinate ad influenzare il resto della nostra vita. […] La funzione degli oggetti transizionali di combinare il sé con l’altro, dimostra al bambino che gli oggetti del mondo esterno possono essere amati. […] Winnicott ritiene che durante le varie fasi della vita continuiamo a cercare quegli oggetti che ci permettono di sentire quell’esperienza tra dentro e fuori il sé. Abbandoniamo il pezzo di stoffa, ma continuiamo a cercare il sentimento di unità che ci procura. […]

L’oggetto transizionale in sostanza è un processo psicologico che permetterebbe all’infante di formare la propria identià differenziandosi dalla madre e costruendo i confini di una realtà oggettiva che separano dalla propria soggettiva.

Come assunto scientifico, la teoria degli oggetti transizionali ha i suoi limiti, ma come modo di pensare sulla connessione, si dimostra un potente strumento di riflessione. In modo più specifico, mi offre l’opportunità di cominciare a comprendere le nuove relazioni che le persone stanno iniziando a formare con i computer. […] Agli inizi non li concepivo proprio come “strumenti” ma come macchine personali. Le persone le percepiscono come parte del loro self, separate ma connesse ad esso.

Un romanziere afferma che “le parole fluttuano e le condivido con lo schermo“. Un architetto dichiara che quando usa il computer per i suoi progetti “non vedo l’edificio nella mia mente fino a quando non comincio a gestire forme e ombre sul pc, come se venisse alla luce nello spazio tra i miei occhi e lo schermo”. […]

Quando ho cominciato a studiare lo speciale potere evocativo del computer, mi ritornarono alla mente i miei studi su Winnicott. I computer hanno la funzione degli oggetti transizionali. Ci riportano a quei sentimenti di essere tutt’uno con il mondo. I musicisti spesso ascoltano la musica nella loro mente prima di suonarla, come se la sperimentassero da dentro e da fuori. Il computer analogamente può essere percepito come sul bordo tra il sé e il non-sé. Come gli strumenti musicali sono estensioni della costruzione del suono nella mente, i pc possono esserlo della formazione del pensiero.

Questa riflessione conduce ad una svolta inattesa. Per gli psicoanalisti parlare di “oggetti relazionali” significava parlare di persone. La Turkle scrive che sin dagli inizi però le persone hanno sempre concepito i computer come “quasi vivi”. Adesso applicano  le loro connessioni transizionali agli oggetti in modo più letterale: si immedesimano nei video game, nelle stringhe dei codici di programmazione, con gli avatar in cui impersonano identità virtuali, con i loro smartphone.

Se si riteneva che i classici oggetti transizionali sarebbero stati abbandonati, la loro forza guadagna il potere evocativo nei momenti di esperienza amplificata. Quando i nostri abituali device digitali assimilano la funzione degli oggetti transizionali, emerge una nuova psicologia. Non pensiamo più che questi oggetti digitali possano essere abbandonati perché stiamo per diventare cyborg (il corsivo è mio)

Un finale un po’ fantascientifico che delinea l’implementazione del transistor dentro il corpo. Sebbene la ricerca in effetti ha fatto passi da gigante anche su questo versante, pensiamo alla robotica, il discorso della Turkle non è così fantasioso. In effetti ci identifichiamo con questi oggetti elettronici nel senso che essi simulano efficacemente i nostri processi mentali e li amplificano entro dei limiti di tolleranza omeostatica e psicologica. L’oggetto elettronico incorporato in un’ottica transizionale non travolgerebbe la natura dell’uomo perché non sarebbe così lontano dall’assolverebbe alla funzione del lembo di stoffa, cioè delimitare (ricorsivamente) il mondo oggettivo da quello soggettivo.

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