Breve storia della psicoterapia (prima parte)

Il celebre divano di Freud, ora al Freud Museum di Londra
(fonte: wikipedia)

Come tutte le brevi storie di una disciplina, questa storia è approssimativa, di parte, incompleta, e piena di storie.

Tutto cominciò (quasi) nel 1900, quando un certo Sigmund Freud pubblicò L’interpretazione dei sogni, un’opera che segnò vigorosamente una svolta nelle indagini sulla psiche umana. Fondatore della psicoanalisi, questo neuro-istologologo austriaco ritenne di essere insieme a Copernico e Darwin il terzo rompiscatole del Creato, posizionando la coscienza dell’uomo ai margini dell’Inconscio.

Prima di Freud però si puòtracciare un arco temporale che va dal 1775 (anno in cui c’è l’ultima esecuzione per stregoneria nel continte europeo, 11 aprile) al 1899, che potremmo definire sbrigativamente un periodo “presocratico” o, meglio, prima psichiatria dinamica (Ellenberger, 1970). Questo corso temporale è influenzato dapprincipio della cultura illuministica, successivamente dall’ambiente culturale romantico. Si tratta di una fase storica molto affascinante, che parte da un approccio di tipo spiritualistico, come le pratiche di esorcismo di Johann Joseph Gassner, per finire in quello “magnetico” di Franz Anton Mesmer. Nell’Ottocento, soprattutto una schiera di ricercatori brillanti, stravaganti, inquietanti, è impegnata ad approfondire e utilizzare come forma di guarigione i fenomeni del sonnanbulismo, del sonno magnetico, dell’ipnosi, della scrittura automatica, della trance mediatica. In questo filone di ricerca spiccano gli studi sull’isteria di Jean-Martin Charcot e sui disturbi dissociativi di Pierre Janet.

Anton Mesmer (1734-1815)

Ma Sigmund Freud fu il primo a descrivere sistematicamente le basi teoriche e cliniche della pratica psicoterapeutica. Puntò tutto sull’inconscio, sui contenuti latenti, sui sogni, sui lapsus, sul complesso di Edipo, sulle pulsioni (Eros vs. Thanatos) e le rimozioni. Fu una vera e propria rivoluzione culturale che influenzò il primo cinquantennio della psicologia clinica del Novecento. L’analisi, come pratica clinica che scaturiva dalla fondazione di una “metapsicologia”, fu rappresentata felicemente dal divano, elemento d’arredo che perse la sua funzione di comodità domestica tramutandosi nell’interfaccia ineffabile dove rimozione, simboli, potenti energie inconfessabili sarebbero state canalizzate, trasformate, spostate, condensate, drammatizzate, proiettate, interpretate nella relazione transferale tra paziente e analista.

Il modello psicoanalitico è stato un vero e proprio paradigma secondo la definizione di Thomas Kuhn, un modello che racchiude principi di fondo che non possono essere messi in discussione. Condizione che rese subito complicati  i rapporti con gli allievi e i colleghi, tra cui Gustav Jung e Alfred Adler. A sottolineare l’istituzionalizzazione di questo primo modello di psicoterapia basti pensare che le generazioni successive di psicoanalisti sono sempre rimaste all’interno del paradigma freudiano, nonostante gli importanti sviluppi teorico/clinici successivi che a ben guardare accomodarono gli assunti psicoanalitici alle teorie di altri modelli. Per avere un quadro più articolato e sintetico vi rimando alla storia della psicoanalisi su wikipedia.

I medici-pionieri che costituirono le prime avanguardie del movimento psicoanalitico internazionale al congresso del 1911. Freud e Jung al centro
(fonte: wikipedia)

Ma già nel 1913, in America, John B. Watson aveva pubblicato un articolo intitolato Psychology as the behaviorist views it: era nato insomma il comportamentismo, un potente modello teorico che avrebbe dominato la scena americana almeno fino agli anni Sessanta. Il punto principale del comportamentismo è costituito fondamentalmente da un presupposto metodologico di base: rifiutando l’introspezione, l’oggetto di studio sperimentale è il comportamento manifesto e non la psiche, proprietà quest’ultima che sfugge da ogni indagine empirica rigorosamente sperimentale (fissazione di ogni buon comportamentista). E’ un approccio che trova la migliore sede di sfogo nel laboratorio, in cui vengono studiati i processi di apprendimento, di associazione, di abituazione, di sensibilizzazione. I rappresentanti ideali di questo modello sono i topi, le gabbie e i labirinti (nelle ricerche di Skinner, Hull, Tolman e altri).

Skinner box

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2 pensieri su “Breve storia della psicoterapia (prima parte)

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