Psicologia spaziale

ResearchBlogging.orgChe tipo di persone lanciare nello spazio con i nostri razzi? Questo si chiesero ad un certo punto alla Nasa nei primi progetti delle spedizioni spaziali. Gli psichiatri che furono interpellati, dall’Agenzia Spaziale più famosa al mondo negli anni Cinquanta, temevano che per fare l’astronauta sarebbero state selezionate le persone più bizzarre d’America: “avrebbero potuto essere impulsive, tendenti al suicidio, sessualmente aberranti”. Invece, con un pizzico di disappunto, furono sorpresi quando i test rivelarono individui “sani, professionisti equilibrati, capaci di assorbire fatiche e tensioni straordinarie”.

Nonostante il fatto che la guerra fredda avesse forgiato aviatori in grado di controllare le loro emozioni, gran parte delle persone, dei giornalisti, degli scrittori concepivano i viaggi stellari potenzialmente traumatici e rischiosi per i cambiamenti psicologici connessi. Sin dai primi anni Settanta divenne un luogo comune immaginare l’astronauta come un individuo impazzito e molta produzione holliwoodiana ha diffuso l’idea di una “malattia spaziale” caratterizzata da solitudine, disumanizzazione, esistenza claustrofobica futura tra le stelle.

Nel marzo del 1955, nessuna navicella spaziale era stata ancora costruita, ma la ricerca sui razzi a propulsione e i voli ad altitudini superiori dalla norma suggeriva che in pochi anni sarebbe venuto il momento del primo volo, così il generale brigadiere Don Flickinger compilò una lista di piloti dell’Air Force che avrebbero potuto diventare i primi esploratori dello spazio. “Stiamo cercando individui che siano degli ottimi osservatori, che dimostrino di essere razionali e ingegnosi in situazioni di forte tensione, che siano di ottima intelligenza, che tollerino trattamenti fisici di diversa intensità e che siano stabili, sereni, sicuri di sé”. In seguito questi criteri furono ridefiniti, considerando le potenziali ripercussioni psicofisiche delle missioni orbitali.

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Infatti, alcuni medici dell’aviazione credevano che allontanarsi dalle famiglie o il venir meno di una rete sociale potesse avere effetti negativi sull’astronauta e che l’impossibilità, mentre fossero stati in orbita, di poter fumare, bere caffè o coca cola come pure di mangiare snack potesse essere psicologicamente dannoso. Conquest of Space è uno dei primi film degli anni Cinquanta che coltivano l’ipotesi del rischio psichico insito nei viaggi interstellari, il distacco dalla fede, la crisi spirituale, gli episodi psicotici transitori del personale di bordo. Soprattutto è il comandante dell’astronave che manifesta una violenta paranoia religiosa e mette a repentaglio le vite dei passeggeri. Questo genere di idee ebbero un profondo impatto al punto che i successivi ingegneri dei progetti aerospaziali, come il faustiano Wernher von Braun, dovettero rassicurare il pubblico con alcuni articoli dichiarando che i razzi inviati nello spazio non avrebbero colpito gli “angeli” e il desiderio dell’uomo di viaggiare nello spazio senza timore “non avrebbe causato la collera di Dio”.

La prima selezione per il progetto Mercury, così chiamato il piano di selezione dei primi astronauti, registrò 508 piloti provenienti dalla Navy, dall’Air Force e dai Marines. Il comitato di selezione composto da due dirigenti della Nasa, un chirurgo di volo e due psicologi scelse e classificò in un primo momento 110 piloti, poi diventarono per decisione della Nasa 69 che furono invitati a Washington per ulteriori test nel febbraio del 1959. Dopo uno step di valutazione, da 69 si passò a 32 finalisti che furono sottoposti da due psichiatri dell’Air Force, George Ruff e Ed Levy, ad una serie di test di valutazione della personalità molto popolari in quegli anni, tra cui il Test di Rorschach e il Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI), una serie di esami militari standardizzati utilizatti per la selezione degli ufficiali e degli aviatori e una batteria di test di valutazione dello stress per controllare il funzionamento cognitivo sotto pressione (l’isolamento, il rumore assordante e altri disagi).

Astronauti che si divertono nello Skylab, 1974

Tuttavia, i criteri guida delle valutazioni psicologiche implicavano un profilo di personalità quasi contraddittorio: l’autonomia combinata alla “buona volontà di accettare l’essere dipendenti dagli altri”, l’abilità a rispondere in modo sistematico “a situazioni sia prevedibili che imprevedibili”, la motivazione al successo “ma non per il desiderio di realizzazione personale”, essere in grado di sopportare passivamente situazioni molto stressanti e reagire “rapidamente quando necessario sebbene mai impulsivamente”. Nonostante il fatto che il pubblico immaginasse l’astronauta come un individuo patologicamente senza paura, Ruff e Shledon Korchin scrissero in seguito che questa impressione non fosse corretta. Gli uomini selezionati erano molto più preparati e responsabili di quanto potesse sembrare, erano ingegneri professionali sereni di lavorare con  macchinari molto pericolosi. La paura era quella di avere a che fare con degli adulti rimasti adolescenti “in cerca di brividi, che sperimentavano i viaggi supersonici per compensare le proprie disfunzioni sessuali“!

“Il gruppo di piloti non presentava alcun sintomo psicotico o di disturbo di personalità, […] al contrario erano felicemente sposati, padri di famiglie stabili con ottime capacità interpersonali e tenui tendenze ossessivo-compulsive”. Gli esaminatori sospettavano al contrario che molti aspiranti astronauti fossero tormentati da sentimenti di inadeguatezza e che l’occasione dei viaggi nello spazio desse l’opportunità di mostrare a se stessi le proprie qualità. Alla fine la Nasa impose che gli psichiatri valutassero la presenza di problemi psichici rifiutando qualsiasi proposta di identificare nel candidato quelle qualità che lo rendessero particolarmente adatto alla carriera dei voli spaziali. Così nel 1959, la Nasa terminò la ricerca selezionando 7 candidati finali. Nel complesso il lavoro di Ruff, Levy e Korchin ha rappresentato sino al 1987 il profilo psicologico standard di riferimento per gli astronauti.

I sette originari astronauti del Project Mercury

Ciò che dovevano affrontare queste persone è difficile da immaginare. Prepararsi per essere lanciati in orbita e mettere alla prova quegli elementi della nostra vita fisica e mentale che sperimentiamo sin dalla nascita: lo spazio, il tempo, la forza di gravità, l’orientamento spaziale, le relazioni sociali, rasentando l’ideale stoico che Seneca ha descritto minuziosamente nelle sue lettere a Lucilio. Forse prima ancora dell’incredibile viaggio oltre l’atmosfera terrestre, sono la complessità delle macchine stesse ad impaure. Kubrik rese esplicito questo punto nell’affascinante e inquietante pellicola 2001 Odissea nello spazio. Apparentemente imperturbabili, diligenti, ingegnosi, questi professionisti si preparavano ad affrontare viaggi imprevedibili per esplorare nuove atmosfere, mondi strani, organismi inconcepibili.

Walter Cunningham durante il volo stressante del 1968
sull’Apollo 7

E che dire del ritorno? La maggior parte degli astronauti si mostrava reticente alle richieste dei giornalisti di raccontare aneddoti o alle domande sui grandi interrogativi della vita. Potevano inoltre manifestare sintomi depressivi o stress post traumatico, per il lungo lavoro preparatorio e  per l’intensa impresa spaziale. Ma in generale recuperavano il loro ritmo di vita precedente alla missione. Ci sono stati casi di astronauti che hanno fatto uso di droghe, alcol, o hanno avuto problemi matrimoniali. Buzz Aldrin della missione Apollo 11 ebbe problemi di alcol e di depressione. Alcuni astronauti approfondirono i loro interessi spirituali o artistici. Ma i vari sintomi non furono uniformi e non degenerarono mai in malattie psichiche croniche e debilitanti. Nonostante le insistenze dei media, degli scrittori di fantascienza e del cinema, un giornalista del New York Time nel 1972 scrisse sugli astronauti che “per nostro sollievo, non sono cambiati, assomigliano di più a noi“.

Neil Armstrong (destra) e David Scott (sinistra) cercano di riprendere il controllo durante l'ammaraggio del Gemini VIII nel 1966

Neil Armstrong (destra) e David Scott (sinistra) cercano di riprendere il controllo durante l’ammaraggio del Gemini VIII nel 1966

Ma che personalità potrebbe avere la vita intelligente di altri mondi? Una domanda strana, se permettete. Il nostro organismo è un perenne conservatore, seleziona energia, informazioni, legami sociali con dei limiti ben precisi. I valori omeostatici, la stabilità emotiva/cognitiva, la capacità di raccontare sono vincolati dalla specificità del nostro organismo, ufficialmente chiuso e restio a cambiamenti sia graduali che improvvisi. Cerca ciò che più conosce. Voglio dire che l’uomo è un sistema autopoietico, autogenera continuamente se stesso su ogni livello di osservazione. L’uomo in sostanza non può che conoscere se stesso non solo secondo la cinica indicazione dell’oracolo di Delfi, ma anche da un punto di vista psicologico e spaziale. Quindi la vita extra mondo che “selezionerebbe” sarebbe sempre affine a quella della sua esperienza terrestre.

Andando in cerca di nuova vita, secondo questo ragionamento personale, finirebbe per incontrare una vita che gli assomiglia o ne ricorda la storia umana. In un certo senso è ciò che rammenta il film Solaris di Andrei Tarkovsky. Kris, il protagosnista, è uno psicologo inviato dalla commissione sovietica nella stazione spaziale del pianeta Solaris, con l’incarico di riferire ai ricercatori della stazione di terminare la loro missione. La situazione che afffronterà è sconcertante perché l’entità aliena di Solaris “comunica” con  gli uomini attraverso la materializzazione di elementi del loro passato o del loro inconscio. In un certo senso, l’uomo non può che trovare un alieno che comunica con lo stesso linguaggio umano: i ricordi o la conoscenza personale. Così alla fine Kris si ritrova sul pianeta Terra, nella sua dacia davanti al padre: desiderio materializzato dall’intelligenza poco aliena e molto umana della vita intelligente su Solaris.

Matthew H. Hersch (2011). Space madness: the dreaded disease that never was Science Direct DOI: 10.1016/j.endeavour.2011.10.001

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