Ai Confini della Realtà

ResearchBlogging.orgQual è il confine tra realtà e sogno? Abitualmente siamo predisposti a pensarci sempre “online”, coscienti di ciò che vediamo o crediamo di vedere. Un gruppo di ricercatori giapponesi ha allestito degli ingegnosi esperimenti per comprendere le transizioni tra realtà “reali” e artificiali utilizzando un “sistema di sostituzione della realtà”, Substitutional Reality (SR) system.

La maggior parte di noi riesce a distinguere la realtà dall’immaginazione in modo automatico, monitorando le proprie esperienze ed etichettandole incosciamente come “reali”. Ma alcune condizioni psichiatriche presentano un “bug” in questi processi di elaborazione, ad esempio i soggetti schizofrenici fanno esperienza di allucinazioni visive o uditive senza rendersi conto che non sono reali, oppure nei sintomi paranoici e deliranti i pazienti tendono a mantenere una rappresentazione del mondo falsa nonostante le prove suggeriscano il contrario. I ricercatori della ricerca che vi descrivo hanno manipolato la percezione della realtà dei loro soggetti per simulare questo genere di esperienze fluttuanti, allo scopo di poter utilizzare questo tipo di ricerca per comprendere meglio le disfunzioni cognitive nei disturbi psichiatrici.

Negli esperimenti, la realtà reale dei partecipanti viene sostituita con una realtà alternativa, registrata, senza che se ne accorgano e quindi restando intatta la credenza di percepire inmaniera continua una realtà reale. La realtà sostituita (SR) consiste insomma in un misto di esperienze di vita reale e di vita registrata precedentemente, realizzazione resa possibile da un sistema sviluppato dai ricercatori al Laboratorio per Intelligenza Adattiva del RIKEN Brain Science Institute in Giappone ed è costituito da una serie di componenti elettronici economici e commerciali: una videocamera panoramica, un pc per memorizzare la registrazione e un display visivo montato alla testa che consente il passaggio senza discrepanze tra registrazione e feedback percettivo reale, catturati da una camera e un microfono attaccati ad esso.

 

 

Suzuki e i suoi collaboratori hanno reclutato 21 soggetti, hanno filmato la scena in cui ciascuno dei partecipanti entrava in una stanza e riceveva le istruzioni. Hanno chiesto di sedersi in una sedia e indossare il display alla testa su cui vedevano sequenze di vita reale e scene registrate alternate senza che ne fossero a conoscenza. Nella prima sequenza il ricercatore entra con il soggetto e pone alcune semplici domande. In una seconda scena “falsa” il ricercatore si affaccia alla porta chiedendo se il soggetto non abbia disagi con l’attrezzatura montata e di testarla ispezionando intorno alla stanza. In una terza, appare una scena con un “sosia” in cui il partecipante si vede ricevere le istruzioni dal ricercatore (scena iniziale registrata). A questa fa seguito un’altra scena fittizia in cui il ricercatore rientra nella stanza e spiega il disegno sperimentale (“Hai vissuto in una scena registrata, adesso sei nella realtà. Che ne dici?”). Nell’ultima sequenza rientra il ricercatore e spiega che le scene precedenti erano in realtà delle registrazioni.

 

 

Gli episodi rivelatori assomigliano ai fenomeni del déjà vu in cui il soggetto fa esperienza di un evento che crede di aver già vissuto in passato ma non è poi così certo, oppure a certe condizioni psichiatriche di confabulazione o delle paramnesie. Nel complesso, gran parte dei partecipanti dell’esperimento non percepisce la differenza tra registrazione e vita reale, persino dopo che il “doppio” di se stessi rivela l’illusione sottostante. Alcuni notano le differenze nella qualità dell’audio o delle scene registrate e su questi indizi riescono a stabilire che si è verificata una transizione fra le realtà. Ma la maggiorparte dei soggetti sperimenta la realtà registrata come reale.

I ricercatori poi hanno effettuato ulteriori verifiche per capire quali fattori potessero favorire la “naturalezza” del sistema di realtà sostituita. Infatti hanno scoperto che i movimenti della testa riducono la possibilità per il soggetto di avvertire il passaggio ad una realtà registrata, capacità che decresce con l’aumentare della velocità di movimento della testa. Nella prima scena ad esempio, i ricercatori hanno effettuato il cambio di realtà quando il soggetto roteava la testa per osservare intorno alla stanza e questo fattore mascherava effettivamente il passaggio visivo che avveniva durante lo switch.

Un altro esperimento è stato approntato per verificare se il fenomeno del parallasse di movimento potesse essere utilizzato dai soggetti come indizio per accorgersi della differenza tra le realtà osservate. Il parallasse in movimento è un fenomeno ottico che specifica la relazione fra gli oggetti e l’osservatore organizzando la dimensione della profondità. Quando ci muoviamo, ad esempio, su un treno gli oggetti più vicini sembrano muoversi più veloci rispetto a quelli più lontani. Proprietà che ricorrono nei nostri feed di vita reale ma non nelle registrazioni filmiche. I ricercatori hanno verificato questo possibile appiglio per i soggetti chiedendo loro di decidere se stessero percependo una scena registrata o reale osservando una sedia posta a diverse distanze da loro e i risultati hanno messo in luce che questa possibilità ottica non avesse alcun significativo effetto.

Insomma, l’articolo merita tutta l’attenzione possibile perché apre nuove prospettive di indagine e di applicazioni per la conoscenza, la diagnosi e il trattamento dei disturbi psichiatrici. Ci sarebbero motli dettagli tecnici che varrebbe la pena analizzare, soprattuto in merito agli slittamenti tra gli scenari reali e registrati, ai feed corporei, alle implementazioni tecnologiche che dissolvono i confini tra realtà “ontologiche” così diverse e paradossalmente sovrapposte. Mi chiedo cosa accade durante queste condizioni al default mode network, un network di strutture cerebrali che si attiva quando ci “ritiriamo” dalla realtà esterna e viceversa si disattiva quando svolgiamo dei compiti rivolti verso l’ambiente. Pazienti con disturbi della coscienza a causa di traumi o per condizioni psichiatriche possono fornire interessanti indicazioni sul funzionamento metacognitivo della mente  quando nella impossibilità di riflettere sui pensieri, sulle proprie credenze e sulle emozioni per poterne “aggiornare” una coscienza stabile e continua.

Nelle applicazioni terapeutiche le applicazioni sembrano promettenti. Pensiamo alle fobie, la possibilità di poter esporre il paziente fobico in uno scenario virtuale verosimile e sotto controllo per poter desensibilizzarlo dall’associazione che applica a specifici oggetti, posti, eventi che spesso ritiene prodromi di conseguenze catastrofiche per la sua incolumità. In altre parole, il SR potrebbe introdurre surrettiziamente un gap tra attese ed esperienza effettiva per permettere al soggetto di poter riflettere sulle aspettative, sulle credenze, sulle immagini emotive ed impedirne la formazione di deliri o paranoie controproducenti.

Ma l’articolo provoca speculazioni più inquietanti a proposito del nostro rapporto con la realtà e della natura della coscienza.  Quanto sono sicuro della validità del contenuto della mia coscienza? Se partiamo dal dato percettivo sino alle piattaforme semantiche, concettuali, autobiografiche della nostra identità, ci rendiamo conto che le tecnologie saranno in grado presto non solo di diagnosticare e di curare, ma anche di stabilire nuove definizioni di realtà e di coscienza. La possibilità di poter far fluttuare i contenuti della coscienza senza poterne riconoscere il grado di realtà attraverso il “classico” feedback corpo-ambiente, può consentire di staccare lentamente la nostra consapevolezza verso mondi sempre più decentrati dalla forza di gravità e dalle coordinate spazio temporali che sotto sotto riteniamo ingenuamente sempre assoluti.

Keisuke Suzuki,, Sohei Wakisaka, & & Naotaka Fujii (2012). Substitutional Reality System: A Novel Experimental Platform for Experiencing Alternative Reality Scientific Reports DOI: 10.1038/srep00459

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