Pazienti virtuali

Le tecnologie di realtà virtuale hanno raggiunto uno sviluppo incredibile al punto da poter creare pazienti virtuali che riproducono i sintomi di disturbi psichici e sono capaci di interagire con uno pscicoterapeuta attraverso uno schermo da computer.

Lo psicologo ed esperto in tecnologie di realtà virtuale Albert “Skip” Rizzo ha mostrato un video in cui degli studenti specializzandi in psichiatria si interfacciano con Justin e Justina, due pazienti virtuali. Justin dell’età di 16 anni ha un disturbo della condotta, “la sua famiglia ha insistito affinché partecipasse alla terapia”. Justina è stata vittima di un abuso sessuale e presenta sintomi del disturbo post-traumatico da stress. Nel video gli studenti svolgono un primo colloquio ponendo una serie di domande per la raccolta di informazioni sulla storia familiare dei due pazienti virtuali, i quali sono programmati per il riconoscimento verbale. Alla fine del colloquio riescono a formulare una diagnosi preliminare.

Il lavoro di laboratorio, reso noto dal sito dell’APA, di Rizzo riceve fondi dal Dipartimento della Difesa. Il progetto è ideato per far fronte ai disturbi psichici dei veterani di guerra e attualmente il team di ricercatori sta lavorando ad una generazione di pazienti virtuali che soffrono di depressione e hanno pensieri suicidari. Lo scopo è quello di addestrare il personale clinico militare ad individuare la possibilità di suicidio o potenziali comportamenti violenti nei reduci di guerra. Rizzo sostiene che:

Questa tecnologia continua a migliorare e avrà un profondo impatto sulla formazione clinica di psicologi e medici. Spero di creare in futuro una procedura completa di addestramento clinico basata su una variegata libreria di pazienti virtuali con numerose diagnosi per essere utilizzata da educatori, psicologi e psichiatri nella loro formazione.

Dopo la laurea in psicologia, la specializzazione in psicoterapia qui in Italia ha una durata di 4/5 anni e prevede un tirocinio annuale di 150/200 ore. Alcune scuole di psicoterapia “obbligano” gli allievi a svolgere una terapia personale, altre invece lasciano che sia una libera scelta (salvo il suggerimento di effettuarla dei trainer al singolo allievo). Generalmente, la didattica prevede un paio di incontri al mese per il training e un fine settimana mensile di didattica teorica. Gli specializzandi in psicoterapia nelle sessioni di training simulano tra di loro situazioni cliniche, spesso raccontando la propria storia personale. Si tratta di “interviste” riprese da una videocamera mentre il gruppo classe assiste e prende nota. Alla fine del colloquio di circa un’ora si parla dei contenuti e della forma dell’intervista integrati da inserti didattici in riferimento al modello teorico della scuola.

Gli specializzandi svolgono un tirocinio che prevede la possibilità di effettuare con i pazienti soltanto un primo colloquio oppure affiancare il terapeuta nella sessione clinica. Può svolgere altre mansioni congruentemente con la natura clinica della struttura scelta. Ad esempio, può compilare cartelle cliniche dopo l’osservazione di sedute psicoterapeutiche o in altri frustranti casi rispondere al telefono e prendere appuntamenti. Formalmente non può svolgere psicoterapia durante il tirocinio fin quando non avrà conseguito la specializzazione. Una condizione aggirata effettuando “primi colloqui” in veste di semplice psicologo attraverso una serie di colloqui settimanali che possono durare anche un anno. Una psicoterapia camuffata, “controllata” da una supervisione settimanale (si spera).

Ecco, la difficoltà burocratica degli specializzandi di poter subito affrontare esperienza clinica su pazienti con supervisioni, a mio parere, trova un interessante arricchimento in questo genere di alternative virtuali, creando un profilo clinico virtuale basato su storie cliniche reali opportunamente rese anonime. Inoltre, il training virtuale potrebbe costituire un prototipo standardizzato su cui poter confrontare i vari stili di conduzione delle diverse scuole di psicologia clinica per poter indagare i punti in comune e le differenze nella prassi e nella teoria dei modelli psicoterapeutici.

Alla fine dell’apprendistato virtuale, i neo psicoterapeuti possono intraprendere terapie con reali pazienti e potrebbero far uso della tecnologia virtuale “caricando” la cartella clinica nell’avatar del paziente per condividere e verificare le analisi interpretative con i supervisori.

Sfortunatamente, non abbiamo il lusso di poter far pratica con attori che interpretano il ruolo di pazienti, che invece sono comunemente impiegati nei programmi medici, pertanto pensiamo che questa tecnologia possa rappresentare una credibile opzione nei training di psicologia clinica, dichiara Rizzo. I clinici novizi possono usufruire della possibilità di osservare un’ampia varietà di condizioni cliniche in un ambiente protetto ed efficace prima di interagire con pazienti reali. Inoltre, i pazienti virtuali sono più versatili e possono essere disponibili in qualsiasi momento. Serve solo un computer.

Annunci

3 pensieri su “Pazienti virtuali

  1. Pingback: Il terapeuta virtuale | Neuromancer

  2. Pingback: Le voci appaiono sullo schermo | Neuromancer

  3. Pingback: Psicoterapia: la fine di un'era | Neuromancer

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...