Fuori di testa

Agli appassionati di letteratura farà piacere leggere l’inedito Robert Musil in veste di neurologo nel volume Sulla stupidità e altri scritti, Oscar Mondadori 1986. Su eterologie potete trovare un gustoso estratto del saggio “neurologico” che lo scrittore scrisse nel 1913 di una fantasiosa immersione nel proprio cervello:

“Nel cervello di questo poeta. Scivolai in fretta giù per la quinta circonvoluzione nella zona del terzo lobo. Il tempo stringeva. Le masse cerebrali si inarcavano grigie e insondabili come montagne sconosciute nella sera. Sulla zona del midollo allungato avanzava già la notte, colori di pietre preziose, colori di colibrì, fiori luminescenti, sparsi profumi, suoni sconnessi. Dichiarai a me stesso che dovevo abbandonare presto quella testa, se non volevo rendermi colpevole d’indiscrezione. Così mi sedetti a riposare, un’ultima volta, per raccogliere le impressioni. Alla mia destra c’era il sito dei Turbamenti del giovane Torless, ormai sprofondato e ricoperto di corteccia grigia, dall’altra avevo la piccola doppia piramide delle Unioni, stranamete intarsiata. Caparbiamente spoglia nella linea, ma ricoperta di fitti ideogrammi, assomigliava alla stele di una divinità sconosciuta sulla quale un popolo incomprensibile avesse raccolto, striscia su striscia, i ricordi di sentimenti incomprensibili. Arte europea non è, ammisi, ma che importa?”

È un pezzo notevole di letteratura fantascientifica con un intrigante taglio psicologico che a me tanto ricorda il film cult Viaggio allucinante, dove i protagonisti dentro un sottomarino venivano miniaturizzati e iniettati all’interno del corpo di un paziente per raggiungere il suo cervello e rimuovere un embolo cerebrale con fucili laser.

Ma il mio interesse è alimentato soprattutto per l’irresistibile tentazione letteraria di valicare i confini fisici tra interno ed esterno, attraversando la barriera cellulare e penetrando nelle profondità del cervello. Lo scrittore compie ciò che tutti gli psicoterapeuti ogni giorno provano ad “inventarsi”: entrare nella mente del paziente.  L’invenzione narrativa permette a Musil un gioco di prestigio che chiunque in fondo vorrebbe fare: rimpicciolire a tal punto per calarsi dentro la profondità nascosta di ogni essere umano. Azione “sociale” che permette di parlare di ciò che non vediamo (l’interno del cranio, il cervello, i pensieri, le passioni, i sogni) con altri concetti e con l’aiuto di scenari visivi spaziali e concreti.

” ‘Su, su’ disse il geologo letterario, e intanto staccava un pezzetto di cervello con il suo martelletto, se lo sbriciolava sulla mano, lo guardava con aria seria e poi lo soffiava via, ‘a volte questo poeta manca di vigore descrittivo.’ ‘Ma no’ sorrisi piccato, ‘di intenzione descrittiva!’ ‘Suvvia!’ fece il geologo, ‘di poeti ne conosco un bel po’ ‘. Volevo starmene zitto. I pregiudizi consolidati del nostro tempo sul modo di far poesia non si possono correggere caso per caso. Se Musil, con il suo rigore, soddisfa bisogni che non esistono ancora, deve cavarsela da solo. Ma allora provai un’esperienza strana. Il cervello sul quale stavamo seduti sembrò interessato alla nostra conversazione.”

A ben pensarci non si finirebbe mai ad attraversare i confini perché l’immagine tra dentro e fuori è una metafora connaturata con la struttura del nostro corpo. Tutto il nostro organismo tende a coprire e a separare, lasciando un margine controllato di permeabilità per ineffabili infiltrazioni. Dalla chimica concreta dei tessuti ai processi mentali più astratti c’è sempre una differenza tra ciò che sta fuori e ciò che sta dentro, c’è una possibilità di entrare “dentro” ancora. Questa visione metaforica della nostra esperienza concepita in contenitori, in confini, in direzioni spaziali, è strettamente legata alla fisicità e all’orientamento spaziale del nostro corpo.

“E lo sviluppo vuole che la descrizione della realtà diventi finalmente uno strumento al servizio dell’uomo forte nei concetti; con il suo aiuto egli potrà accostarsi furtivamente a conoscenze del sentimento e a vibrazioni del pensiero che non si lasciano cogliere in generale, né attraverso i concetti, ma solo nel tremolio del caso individuale. O forse: che non si lasciano cogliere dall’intero uomo razionale, capace di agire a termini di codice civile, bensì soltanto da alcune parti di esso, meno consolidate, ma libere di sollevarsi al di sopra di tali pastoie. Io sostengo che Musil riesce a cogliere quelle conoscenze e quelle vibrazioni; che non si limita ad accennarle o a intuirle. Prima di mettersi a discutere se un’opera di poesia è vera poesia, dobbiamo sapere che cosa vogliamo dalla poesia’. ‘Bravo’ sussurrò il cervello; ‘bravo’ “.

Tuttavia, il confine che stabiliamo tra dentro e fuori non è esclusivamente vincolato dal corpo o dal nostro cervello, ma anche dalla cultura. Dipende dagli scopi dell’osservatore e anche dalle differenze culturali. In una società caratterizzata da una estrema specializzazione della ricerca è inevitabile ridurre il mondo in particelle elementari, in molecole, in moduli cognitivi, in semplici ed eleganti ipotesi di spiegazione. In altre culture l’interno può essere rappresentato dal gruppo sociale di appartenenza e l’esterno da tutto ciò che sta fuori dai legami sociali.

Eppure l’intenzione di voler attraversare la materia percepita per conoscere il contenuto nascosto mi sgomenta. Ogni psicologo che prova ad effettuare nel suo studio operazioni di questo genere penso che sia matto da legare. In fondo ripete un comportamento che l’accomuna a tutte le persone, “mettersi nei panni dell’altro” per capire cosa pensa o prova. Il problema diventa serio quando non riesce più a tornare indietro nella propria testa. Non si tratta di uscire fuori di testa, ma di essere in grado poi di ritornare.

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